10 giugno 2016

Dottrina Sociale della Chiesa: un'intervista a Stefano Fontana


a cura della Redazione

Papa Francesco ha contribuito a destare un rinnovato interesse per la Dottrina Sociale della Chiesa, con i suoi richiami alla cura degli emarginati e alla custodia del creato.
Abbiamo intervistato a tal proposito Stefano Fontana, direttore dell’Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuân e del settimanale diocesano di Trieste «Vita Nuova».

Può spiegare, in breve, come nasce e di cosa si occupa l’Osservatorio Cardinale Van Thuân?
Si tratta di un Osservatorio sulla Dottrina Sociale della Chiesa. E’ stato fondato nel 2004 ed è presieduto dall’Arcivescovo Giampaolo Crepaldi, vescovo di Trieste. E’ dedicato alla memoria del Cardinale Van Thuân, martire della fede cristiana nelle carceri comuniste del Vietnam. L’Osservatorio pubblica il “Bollettino di Dottrina sociale della Chiesa”, ogni anno dà alle stampe il “Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa nel mondo” giunto all’ottava edizione, alimenta un portale web in tre lingue, pubblica testi di Dottrina sociale della Chiesa presso l’editore Cantagalli e organizza scuole di formazione alla Dottrina sociale della Chiesa.
Siccome molti pensano che la Dottrina Sociale della Chiesa sia una serie di buoni e generici consigli, quando non una via di mezzo tra socialismo e liberalcapitalismo, può dirci esattamente di cosa si tratta?
La Dottrina sociale della Chiesa è l’annuncio di Cristo nelle realtà temporali, è strumento di evangelizzazione, è l’incontro tra il Vangelo e i problemi umani della costruzione della società. Il suo scopo è costruire l’ordine sociale secondo il progetto di Dio, organizzare la vita comunitaria degli uomini secondo i suoi fini prossimi che però trovano senso pieno solo nei suoi fini ultimi e il fine ultimo dell’uomo è Dio. La Dottrina sociale della Chiesa è il corpus dottrinale e di azione dei cattolici affinché a Dio sia dato il suo posto nella società politica e alla Chiesa cattolica sia riconosciuto il suo ruolo pubblico quale custode della legge naturale e del vero bene comune.
Può spiegare ai nostri lettori cosa s'intende per "bene comune" e per "regalità sociale di Cristo", principi dottrinali sconosciuti ai più?
Il bene comune ha non solo un senso orizzontale ma soprattutto verticale. Esso comprende il bene naturale, frutto del progetto di Dio nella creazione, e il bene soprannaturale, senza del quale anche il bene naturale si deforma. Il bene comune è la vita buona di una comunità ove i germi di salvezza del Verbo sono fatti crescere e dove le anime trovano il contesto più favorevole per la loro salvezza eterna. Il bene comune non è il benessere, né il bene pubblico, ma è la vita comunitaria corrispondente al vero e al bene, animata dalla legge morale naturale e orientata al Sommo Bene. Non c’è bene comune senza Dio e senza la religione cattolica.
Per regalità sociale di Cristo si intende che la signoria del Verbo Incarnato si estende sulle anime ma anche sulle relazioni sociali, sulle leggi, sull’autorità politica, ha quindi anche una rilevanza storica e pubblica che ogni società ha il dovere di riconoscerGli.
Quali sono le principali incomprensioni riguardo la Dottrina sociale della Chiesa? Perché fa così fatica a diffondersi nonostante l'importanza che molti Pontefici le hanno attribuito?
La Dottrina sociale della Chiesa è nel punto di incontro tra la Chiesa e il mondo. Essa rientra nella missione che la Chiesa ha per la salvezza del mondo. Il soggetto ultimo della Dottrina sociale è la Chiesa stessa, nelle sue articolazioni organiche. La sua valorizzazione o meno dipende quindi da come si intende il rapporto tra la Chiesa e il mondo. Il progetto di Leone XIII, nel licenziare la Rerum novarum nel 1891, presupponeva un quadro filosofico e teologico che in seguito nel corpo ecclesiale si è molto indebolito e quasi dissolto. Se si pensa che Dio si riveli nel mondo e non nella Chiesa allora la Dottrina sociale della Chiesa è inutile, anzi è un appesantimento ideologico della fede cristiana. Se invece si pensa che la fede sia una conoscenza di verità trascendenti entrate nella storia per la salvezza del mondo, allora essa ha un ruolo importantissimo facente parte della missione stessa della Chiesa. Questo è l’equivoco principale, da cui se ne dipartono poi molti altri. Le difficoltà postconciliari della Dottrina sociale della Chiesa sono dovute a due modi diversi e competitivi di vedere il rapporto tra la Chiesa e il mondo.
Fra gli argomenti più discussi all'interno dell'Osservatorio vi sono lo sviluppo del secolarismo (la cosiddetta secolarizzazione) e l'approccio ermeneutico alla teologia (opposto a quello metafisico). Ce li può descrivere brevemente? Quali sono i pericoli di una comprensione errata di queste due realtà?
Stiamo riflettendo su questi due grandi temi.
La secolarizzazione ha espresso un volto demoniaco e insaziabile che non si ferma mai. La speranza, anche di molti pensatori cattolici – pensiamo a Maritain su cui stiamo pubblicando una serie di interventi – che fosse possibile una secolarizzazione cattolica o una cristianità secolare si sono ormai infranti. La secolarizzazione è corrosione di senso. Parte corrodendo il senso religioso ma poi invade quello etico ed antropologico. Se non trattenuta, la secolarizzazione porta al nichilismo. Su questo la riflessione cattolica è in ritardo.
Sul piano filosofico uno strumento principale della secolarizzazione del senso è l’ermeneutica, ormai completamente sostituita alla metafisica anche dentro le istituzioni accademiche cattoliche.  Tutto è interpretazione di interpretazione, perché l’uomo che conosce è sempre situato in un contesto, ha sempre degli occhiali che condizionano la sua vista, è dentro il problema che vuole esaminare e quindi non vede nessuna verità davanti a sé. Ciò è sbagliato ma una miriade di pensatori lo ha in vario modo sostenuto ed ora anche il cattolico medio la pensa così. E’ evidente allora che la rivelazione passa attraverso questo processo storico di conoscenza, come dice per esempio Karl Rahner, e non è un’irruzione nella storia da parte della metastoria. Tutto diventa relativo: il peccato, il bene e il male, la dottrina. Non rimane che la pastorale cieca, intesa come un porsi domande accanto agli altri uomini e accompagnarci vicendevolmente in una ricerca di senso che tuttavia avrà sempre il dubbio al proprio fianco.
Come possono comportarsi i cattolici in un contesto secolarizzato, in cui anche molti cattolici aderiscono a quel "paradigma ermeneutico" che non riconosce un ordine naturale (e soprannaturale) al creato? Devono essere lievito per la società, collaborando con il mondo, oppure distaccarsi da esso, costituendo delle comunità separate? C'è una terza via?
E’ il grande dilemma di oggi. Il mondo è talmente organizzato nel male che oggi è quasi impossibile collaborare con il mondo senza fare il male. Del resto la secolarizzazione del senso è così vorace e istituzionalizzata da meritare una obiezione di coscienza sempre più radicale. Obiezione di coscienza che del resto essa impedisce sempre di più, perché la sua assolutezza di anti-religione ha tutta la forza di una religione. La perversione viene imposta. Non ci si può ritirare dall’impegno nel mondo alla luce della Dottrina sociale della Chiesa, però bisogna anche vedere con chiarezza quanto si sta preparando davanti a noi e che richiederà sempre di più una obiezione di coscienza non su questo o quel punto ma sull’insieme.

 

1 commento :

  1. Non vorrei però che coloro che denunciano il processo di secolarizzazione cadessero in un errore di comunicazione gravido di conseguenze: lasciare, cioè, la "secolarizzazione" completamente in mano ai loro trionfanti avversari. Quando il cardinale Marx, per esempio, dice che la secolarizzazione è figlia del Cristianesimo, lo farà certo per giustificare il conformarsi della Chiesa al secolo, ma allo stesso tempo dice una verità. Fuori del Cristianesimo il concetto di "secolarizzazione" non è nemmeno concepibile. E' Cristo che ha dato al secolo ciò che è del secolo e a Dio ciò che è di Dio (anche se questa distinzione era già nel grembo d'Israele nella dialettica Dieci Comandamenti-Legge Mosaica). Egli ha distinto i piani. Che poi questa distinzione di piani si sia risolta in una "separazione" quasi che Chiesa e Stato non agiscano nello stesso universo morale (e quindi in una doppia morale, la qual cosa è assurda in quanto la verità è una), questo è un altro discorso. Dare alla "secolarizzazione" un'accezione sempre negativa finisce per spaventare un'opinione pubblica già di per sé in piena confusione, e fornisce armi retoriche sia alla grandissima setta "modernista", sia alla piccolissima setta "tradizionalista", a gran danno della verità. Quindi, nel dibattito pubblico, secondo me, i cattolici dovrebbero al contrario rivendicare con forza la primogenitura della secolarizzazione, la "buona secolarizzazione cristiana", allo scopo di smascherare quella "cattiva secolarizzazione anticristiana" che nel lungo termine non può che uccidere pure quelle "libertà" di cui si fa paladina.

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