23 giugno 2016

Elogio della storia della Chiesa


di Fabrizio Cannone

Nel lontano anno domini 2000 lo storico Roberto de Mattei notava, in margine ad un’opera sul grande Pontefice Pio IX, che “il punto debole del pensiero cattolico del XX secolo sia proprio quello storiografico”, senza però escludere con ciò altrettante debolezze come quelle da ravvisarsi nella catechesi, nella teologia dogmatica, morale e pastorale, nella cultura, in politica, etc. E continuava scrivendo così: “Di fronte a una storiografia laica aggressiva, militante, documentata, gli studi cattolici hanno oscillato tra un’apologetica priva di basi scientifiche e spesso meramente sentimentale e studi di indubbio rigore critico, ma viziati da complesso ideologico, se non addirittura da adesione alle tesi di fondo della storiografia liberal-marxista” (cf. Pio IX, Piemme, 2000, pp. 12-13).
Il giudizio è ineccepibile ora come quando lo leggemmo, per la prima volta, 16 anni fa. Esso anzi continua ad essere tristemente attuale e ancor più angoscioso in questo primo scorcio del secolo XXI. Riguardo al secolo XX invece, giova apportare una ulteriore distinzione. In effetti una storiografia cattolica, né meramente devozionale, né priva di basi scientifiche, né succube alla storiografia laica (liberale e marxista) esistette nel primo Novecento, ma soprattutto come prosieguo delle immense opere storiografiche del XIX secolo. Riguardo all’Ottocento infatti si pensi, per non citare né le riviste ecclesiastiche, né i Dizionari teologici (contenenti ampie sintesi storiche luminose) ai vari Hefele (1809-1893), Hergenroether (1824-1890), Pastor (1854-1924), e in Italia a Pietro Balan (1840-1893) e Cesare Cantù (1804-1895). Cinque nomi tra i tanti che da soli riempirebbero più di una biblioteca!
Questi autori nati e vissuti lungo i pontificati rinnovatori di Pio IX (1846-1878) e Leone XIII (1878-1903), ebbero degli allievi i quali, in un modo o in un altro, ne continuarono il lavoro – con lo stesso spirito – e questo sino alla metà del XX secolo, o se vogliamo fino ai pontificati di Pio XII (1939-1958) e di Giovanni XXIII (1958-1963). Un esempio di questi continuatori novecenteschi della grande storiografia cattolica ottocentesca, con la sua doppia valenza scientifica e apologetica, critica e teologicamente fondata, si ha per esempio, per citare solo le opere sistematiche di storia della Chiesa, in mons. Luigi Todesco e in Bihlmeyer-Tuechle.
Dopo la svolta conciliare (1962-1965), la teologia cattolica in tutti i suoi rami – ove più (l’esegesi) ove meno (il diritto canonico) – subì una sorta di “auto-secolarizzazione” (Ratzinger), e la storiografia cattolica scientifica, già vecchia di almeno un secolo, iniziò celermente a soffrire di quel complesso ideologico sopra menzionato che finì o per confonderla con la storiografia atea (che nega decisamente ogni apporto storico del sovrannaturale, per esempio nella biografia dei santi) oppure si riduce a macchiettismo storico-devoto, senza nervi, senza slanci, senza affermazioni o negazioni forti.
Un autore del tutto dimenticato e che proprio nel caos di oggi può far riscoprire la grande storiografia cattolica italiana, è mons. Umberto Benigni (1862-1934), docente di scienze storiche nelle Facoltà teologiche romane e collaboratore di primo piano di Papa Pio X (1903-1914). Noto soprattutto come fondatore del Sodalitium Pianuum, una sorta di contro-spionaggio cattolico per combattere il modernismo, mons. Benigni non è punto riducibile a ciò che lo rese più celebre e meno apprezzato. Il Benigni fu infatti un sociologo, un osservatore politico attento al panorama internazionale, un giornalista battagliero e moltiforme, uno studioso capace e un professore di lungo corso al Seminario Romano e all’Apollinare (dove ebbe come studenti don Ernesto Buonaiuti, e i futuri Pio XII e Giovanni XXIII).
La sua opera di più largo respiro è senza dubbio la Storia sociale della Chiesa pubblicata in numerosi volumi presso l’editore Vallardi dal 1906 al 1933. Il primo volume, uscito per la prima volta esattamente 110 anni fa, è appena stato riedito in forma anastatica e costituisce una miniera preziosa per tutti coloro che amano la Chiesa, l’opera della redenzione iniziata da Cristo e le scienze storiche (Umberto Benigni, Storia sociale della Chiesa. La preparazione: dagli inizi a Costantino, Centro Librario Sodalitium, 2016, pp. 456, € 20).
Di un’opera di oltre 400 pagine fitta di note e di bei ragionamenti non è facile esporre neppure a grandi linee i contenuti. Due punti fermi però vengono messi da Benigni a fondamento della sua ricerca, e vista la loro attualità, e in fondo per chi crede perennità, vale la pena di vederli in poche parole. Anzitutto il legame tra religione cristiana e civiltà umana. Nulla aiuta di più lo sviluppo della civiltà che la diffusione del cristianesimo: “la vera religione è la vera moralità senza di cui la civiltà non può essere che parziale e materiale, quindi manchevole nel più e nel meglio della vita sociale” (XIII). Sarebbe una banale asserzione per uno storico cattolico, se non fosse un’affermazione rarissima presso gli storici cattolici. “La religione è l’anima della civiltà, e tutto il resto non è che il corpo” (p. XIV).
Inoltre Benigni stabilisce, come criterio orientativo della ricerca storico-ecclesiastica, una distinzione che gli è propria tra il Regno della Chiesa ovvero la vita spirituale dei fedeli, cosa anzitutto interna, e l’Impero della Chiesa ovvero la vita esterna della comunità cristiana, comprendente in specie l’influenza morale sociale e politica del cattolicesimo presso l’umanità presa come tale. “L’impero della Roma cristiana, della Roma cattolica e papale, si è esplicato e si esplica in tutta la sua irradiazione della sua vita esterna. La sua forza e il suo prestigio intellettuale e morale, la sua influenza diretta e indiretta nel mondo, il suo peso che preme, vogliano o no, nella bilancia de’ suoi stessi nemico: ecco, propriamente, l’impero della Chiesa” (p. XVI)
Esiste quindi una corrispondenza biunivoca tra il Regno della Chiesa e il suo Impero. Tutti ammetterebbero che maggiore è la vita spirituale dei battezzati e maggiore sarà l’influenza cattolica del mondo. Ma la corrispondente, nell’ultimo cinquantennio teologico, non è più ammessa da alcuno e pertanto essa è decisiva: maggiore sarà la forza e il prestigio politico e sociale del cattolicesimo romano, e maggiore sarà, per forza di cose, la santificazione del gregge e dunque l’innalzamento della civiltà. Il corpo ha bisogno dell’anima certo, ma anche l’anima – almeno sulla terra – ha bisogno del corpo per non vagare nell’etereo… Le conseguenze di ciò sono attualissime e di tutto rilievo: i cattolici non debbono seguire i comandamenti solo per piacere a Dio, ma debbono farlo anche nell’ottica di costruire la vera civiltà. E’ necessario poi, altra conseguenza tratta da Benigni, che “il clero sia stimato anche come dotto, pratico, diligente, civile, se vogliamo più libero ed efficace il suo ministero religioso” (p. XVII-XVIII). Attualissimo e futuristico, per un vero rinnovamento della Chiesa. Insomma gli spunti di sicuro interesse non mancano.
Se un fine studioso dell’antimodernismo cattolico e del rapporto tra cattolici intransigenti e fascismo italiano (ed europeo) come Emile Poulat, definì la Storia del Benigni come “critica”, “sociale” e “realista”, ciò dà la misura di quella serietà di indagine che si ricollega pari pari allo spirito critico dei Bollandisti (fatto proprio da Leone XIII) e che rifugge in pari tempo da fideismo, sentimentalismo, apologetica a buon mercato o “con l’accetta” (tutto nero e/o tutto bianco: mentre nella storia, anche ecclesiale, è il grigio a prevalere).
Se dovessimo noi, nel nostro nulla, definire con un sol termine la Storia benignana e la stessa attitudine mostrata dal Benigni nella sua opera complessiva, non dubiteremmo di definirla risolutamente moderna.
Come giustamente nota l’editore nella prefazione: “La sua era allora – e lo resta ancor oggi – un’opera estremamente moderna, cosa (apparentemente) paradossale in un antimodernista. Moderna nel proporre non un manuale di storia ecclesiastica, come ve n’erano tanti, ma una storia ‘sociale’ della Chiesa […]. Moderna nell’accogliere pienamente il metodo critico nella storia anche ecclesiastica, sicuro che una sana critica storica non sarebbe mai stata contro la Chiesa e la verità […]. Moderna, infine, nello stile inimitabile, ironico e arguto, dell’autore” (p. IV). Stile graffiante capace di produrre nel lettore attento perfino grasse risate per le continue attualizzazioni benignesche dall’età di Costantino ai nostri giorni.
Aggiungerei, e ciò vale molto, stante la leggenda nera di un Benigni tradizionalista reazionario che guarderebbe al passato, che la sua Storia (che sarà pubblicata anno dopo anno fino al 2020) è moderna anche nelle fonti e nei testi citati. Lui che spese la vita per il trionfo del cattolicesimo, fondandosi sull’idea che “la vera religione è la base ed il presidio della vera civiltà” (p. XIII), usò e citò senza scrupoli esagerati autori come Strauss, Renan, Harnack, Mommsen, Duchesne, e molti altri di scuole storiche e ideologiche diverse ed avverse.
La storia si sa è maestra di vita. E la Chiesa è maestra dei credenti. La storia della Chiesa dunque è doppiamente maestra, e questo per il legame indissolubile cristianesimo-civiltà, vale anche per gli agnostici gli atei e gli anticlericali del XXI secolo.
 

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