23 giugno 2016

Il fallimento dell'euro



In un articolo di qualche tempo fa avete potuto leggere un campionario di citazioni, di economisti di ogni orientamento ideologico e degli stessi padri nobili dell’euro (Prodi su tutti), che affrontano il tema dell’unione monetaria europea: tutti, senza esclusione alcuna, concordano sul fatto che essa è un progetto politico, non economico, destinato a rivelarsi economicamente insostenibile e a generare crisi interne all’Eurozona, rendendo molto più difficile la reazione a shock esterni. Puntualmente, tutto questo si è avverato: è quasi impressionante leggere le previsioni di Kaldor e confrontarle con la diagnosi della crisi operata dal vicegovernatore della BCE, Vitor Constancio, nel 2013: esse sono praticamente coincidenti.

Da cosa è determinata questa crisi? Per molti osservatori la causa risiede nel debito, ma non quello privato; la colpa è tutta dello Stato che ha generato un disavanzo pubblico abnorme(*): la Grecia, per esempio, ha scialacquato tutto per vivere al di sopra dei propri messi, senza che l'euro abbia colpe in merito. La Moneta Unica al contrario ci avrebbe dato non pochi benefici, come il “dividendo”.
Al contrario le citazioni sopra riportate dimostrano la falsità di queste opinioni, tendenziose e infondate: se si dimostra la fallacia dell'euro, si viene automaticamente definiti “estremisti” e “statalisti” (come se fosse un insulto!).

Perché questo accade? Siamo purtroppo ancora accecati da un liberismo “straccione”, eredità della Guerra Fredda, che rifiuta il ruolo dei pubblici poteri salvo poi invocarli quando si tratta di tappare i propri buchi con i soldi dei contribuenti. Ma c’è, soprattutto, il cancro del moderatismo, l’ansia di rifuggire dal cosiddetto “estremismo”, la chiacchiera vuota sulle “riforme sociali” che si tramuta poi nell’adesione prona e idiota ai paradigmi politico-culturali dominanti e al luogo-comunismo dei benpensanti. Vi è, al fondo, un irrisolto complesso di inferiorità, la brama di essere accettati – almeno in questo – dalla dittatura del politicamente corretto, la pigrizia culturale che porta a riposare sulle certezze acquisite e sulla comodità dell’opinione comune, piuttosto che dedicarsi allo sforzo intellettuale in cerca della verità.

Quant'altra gente deve crepare per farci capire che l'unione monetaria è divenuta insostenibile? Aspetteremo che il nostro Paese diventi completamente deindustrializzato? A quale livello da fame dovranno ancora scendere i nostri salari, per renderci "competitivi" nei confronti dei Paesi del Nord? Perché vedete l'effetto dell'euro è proprio questo: agli shock si reagisce con aggiustamenti di reddito, cioè con la distruzione della domanda interna (austerità), e la svalutazione del lavoro (vi dice niente il Jobs Act?). L'austerità non ci è stata imposta perché chi ci governa è particolarmente sadico, ma perché era necessaria, né più né meno, affinché l'Eurozona non andasse in pezzi.
E non vanno tralasciati, più in generale, i principi ispiratori dell'attuale costruzione europea, che ogni cattolico degno di questo nome dovrebbe rifiutare con fermezza. Insomma, non è una bella istantanea, anche per la destra cattolica, soprattutto italiana, che si palesa disarmante in queste situazioni. C’è spazio per un cattolicesimo integrale, che rifiuti il moderatismo e l’abbraccio mortale con certo liberalismo, ma che al tempo stesso non cada nelle paranoie complottiste e nel frazionismo estremista e suicida? E’ quello che, nel nostro piccolo, ci sforziamo di fare su questo blog, anche se intorno a noi il quadro non è sempre incoraggiante.

(*) La crescita a debito degli ultimi decenni, che molti attribuiscono alle "politiche keynesiane”, è avvenuta in realtà soprattutto perché il lavoro è stato remunerato sempre meno, con la conseguente crisi del risparmio privato e l’esplosione del credito (debito) al consumo. Nell'Eurozona, tale fenomeno è stato ulteriormente accentuato dalla moneta unica, con un enorme debito (soprattutto privato) contratto dai Paesi periferici con quelli più forti (è il c.d. ciclo di Frenkel, che per i non specialisti è illustrato qui con brillante ironia da Alberto Bagnai). La spesa pubblica interviene semmai proprio per supplire alla carenza di domanda privata, e l'attuale crisi dell'Eurozona, come quella del 1929, è proprio una crisi di domanda. A proposito di retribuzione del fattore lavoro, peraltro, ricordo a tutti che il Catechismo di San Pio X (non proprio un pericoloso bolscevico) include, tra i peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio, l’oppressione dei poveri e la defraudazione della mercede degli operai.
 

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