30 giugno 2016

Leggere Jünger nella crisi di mezz'età

(COME SI ESCE, SE SE NE ESCE, DA UNA CRISI DI MEZZA ETA’ LEGGENDO JÜNGER)

“Lo spavento è un fuoco che si appressa a divorare il mondo”
(Ernst Jünger)

di Matteo Donadoni

JÜNGERIANA I - Il collegio, per quanto sia un’esperienza entusiasmante quanto pericolosa, ti cambia. Ho avuto la fortuna di appartenere all’ultima generazione non nativo-digitale, di mietere il grano e pigiare l’uva, vedere nascere un puledro, maneggiare un’ascia. Saprei ancora legare la vite con del salice facendo la “figura della falce”, tale e quale, come scriveva venti secoli fa Lucio Giunio Columella Moderato (Gades 4 - 70). Allevare polli e scuoiare conigli a regola d’arte. Sissignore. Sono cresciuto libero dall’ubiqua rintracciabilità della telefonia mobile e dalle pastoie perbeniste del conformismo urbano cementificato. Ho girovagato, adolescente, con amici o solo, per i boschi senza curarmi di dove andare, senza sapere dove fossi, masticando germogli come un panda, osservando quanto possono essere maledettamente lente le salamandre, cercando di prendere gli ultimi gamberi di fiume a mani nude. Calcolavo approssimativamente l’ora guardando il sole e mi sono perfino ritrovato al buio in montagna, sapendo solo una cosa: dovevo scendere. Eppure non ho mai incontrato orchi, solo me stesso e la mia terribile (a tratti oscura) interiorità, qualche tossico, un paio di volte la paura, una volta dei cinghiali. Spesso il dolore fisico. Ma sempre la Libertà. Il collegio, nell’arco temporale del trillo di una campanella, mi ha tolto tutto. L’istituzionalizzazione ti trasforma, come l’uomo senza volto di Mel Gibson.

Tuttavia, come mi ha detto Alessandro Gnocchi: una volta aperti gli occhi, non puoi più richiuderli. Sono abbastanza sicuro avesse in mente Ernst Jünger (Heidelberg 1895 – Riedlingen 1998), anche se non conferma. In particolare quello che viene definito “Il Trattato del Ribelle”, termine che non mi piace – gli unici ribelli che amo sono i vecchi Jonny “not forgotten” della terra del cotone –, forse sarebbe più corretto il termine “anarca”, che mi piace ancor meno: troppo simile all’anarchico, losco figuro in genere digiuno di metafisica. D’altra parte “il passaggio al bosco non va inteso come anarchismo rivolto contro il mondo delle macchine”. “L'uomo che riesce a penetrare nelle segrete dell'essere, anche solo per un fuggevole istante, acquisterà sicurezza: l'ordine temporale non soltanto perderà il suo aspetto minaccioso, ma ci apparirà dotato di senso. Chiamiamo questa svolta “passaggio al bosco”.

Libro da leggersi con cautela, il Trattato, semplicemente trasuda fresco inchiostro pagano da ogni punto e virgola.
Ad ogni buon conto, mentre cerco di risolvere la sfinge del termine, con lo scrittore e filosofo tedesco temo di avere in comune solo la vita del collegio ed il modesto profitto scolastico. Quanto al coraggio: io progettai, diciassettenne, la fuga per arruolarmi nella Legione Straniera, con tanto di orari ferroviari sul diario. Io progettai, lui si arruolò. Dice tutto. Quanto alle ferite di guerra, Jünger venne ferito ben quattordici volte nella Grande Guerra. Pluridecorato. Una volta si chiamavano eroi.

Un prediletto di Dio, esempio mortale di quel filo rosso del piano divino, progettato dalla notte di tempi prepagani, per un ironico finale cattolico – nel 1996 si convertì al cattolicesimo. Io posso solo non dimenticare mai le cicatrici sul corpo dei miei nonni, che sopravvissero all’inferno Russo e ai Lager tedeschi. Ma forse niente è superfluo. Temo nemmeno io stesso. Però, che io sia Waldergänger, “Passato al Bosco” o no, non posso dirlo. So che alcuni uomini sono mustang, altri pony.
Soprattutto oggi, piombato in una crisi di mezza età con la grazia di un maiale sui pattini in cerca del senso della vita. E soprattutto con la ridicola consapevolezza che il senso della vita a otto anni ce l’hai chiaro nella testa, poi tutto si aggroviglia. Sono certo che il fanciullo abbia le idee chiare anche oggi, i bambini conoscono il “segreto della vita”, come dice il vecchio Curly “faccia di cuoio” in un film girato 50anni esatti dopo la stesura del Trattato. “Il bambino si aggira ancora nella foresta antica, smarrito, ma non ci sono più orchi: il mondo è dominato da un esercito di microbi”.

Come ha detto anche Roger Scruton, la nostra società si fonda sulla paura. Lo aveva capito molto prima Ernst Jünger: “La paura è uno dei sintomi del nostro tempo”. “E' un fatto che i rapporti tra i progressi dell'automatismo e quelli della paura sono stretti: pur di ottenere agevolazioni tecniche l'uomo è infatti disposto a limitare il proprio potere di decisione. Conquisterà così ogni sorta di vantaggi che sarà costretto a pagare con una perdita di libertà sempre maggiore.”
Amici, professori e perfino lo sconosciuto sul tram, tutti pronti a dirti con un certo fare inamidato: “nessuno prende decisioni sbagliate”. Poi una mattina ti alzi e ti trovi ad accorgerti che è proprio la frase che in genere si dice a chi prende decisioni idiote. “L’essere umano è ridotto al punto che da lui si pretendono le pezze d’appoggio destinate a mandarlo in rovina”. Ma devi leggere Jünger per sapere che “ogni comodità ha il suo prezzo. La condizione dell’animale domestico si porta dietro quella di bestia da macello”? No. L’hai sempre saputo, sin dalla prima volta che hai visto la nonna estrarre interiora dalla carcassa di un animale con la nonchalance di una lady britannica di fronte a degli “after eights”.

Da paura. Già, la paura. “In ogni tempo, in ogni luogo, in ogni cuore, la paura dell'uomo è sempre la stessa: paura dell'annientamento, paura della morte”. “Vincere la paura della morte equivale dunque a vincere ogni altro terrore: tutti i terrori hanno significato solo in rapporto a questo problema primario. Passare al bosco, quindi, vuol dire innanzitutto andare verso la morte. Questa strada arriva molto vicina alla morte – anzi, se è necessario, l'attraversa perfino. Il bosco, come rifugio della vita, dischiude i suoi tesori surreali quando l'uomo è riuscito ad oltrepassare la linea.
Qui si posa l'eccedenza del mondo.

Ogni autentica guida spirituale si riferisce a questa verità: sa condurre l'uomo al punto in cui egli riconosce la realtà. Diventa particolarmente chiaro quando si uniscono dottrina ed esempio – quando il vincitore della paura accede al regno dei morti, come fece Cristo, fondatore supremo”. Ecco espressa, in nuce, la conversione. E non è il solo passo, ma ne parleremo altrove.
“E’ davvero strano, in un’epoca in cui fiorisce rigoglioso il culto della comunità”, che l’uomo sia così solo, nel timore di essere sbagliato. Ha paura di confessare ciò che è dentro, il suo essere profondo. Il suo essere non conforme, in realtà, al muggito che la mandria vuole da lui. Sostiene di avere una coscienza critica, ma è un’entità bipede paradossale: “c’è un paradosso analogo: all’immenso progresso delle conquiste spaziali corrisponde la riduzione progressiva della libertà individuale”. Non parlerò, poi, del paradosso del 2% nelle dittature comuniste – ma consiglio democraticamente di approfondire il paradosso di Böckenförde.

“I nuovi padroni di schiavi lo sanno e solo per questo danno tanta importanza alle teorie materialistiche” affinché non ci siano più “bastioni su cui l’uomo possa sentirsi inattaccabile, e dunque libero dalla paura”.
A questo punto ho paura, lo devo ammettere, di non sapere se si esce da una crisi di mezza età leggendo Jünger, ma so che la via (la via del bosco? Il bosco è ovunque) passa dal superamento della paura della morte, che si camuffa, con un vago sentore di urina, da paura di invecchiare. Ma so per certo, come il fatto che da una vacca nascerà sempre un vitello e mai una speciazione a caso, una cosa: quanto ti alzi una mattina e ti accorgi che la barba si inargenta e ti sono cresciuti i peli sulle orecchie, e d’un tratto sei del tutto consapevole che non sarai mai, mai più bello di come sei, non farai mai più carriera di quella che hai fatto, che non avrai mai più il vigore di trasportare un tronco su una spalla, e le ragazze ti dicono “bella zio”… e non te ne frega niente lo stesso. Forse la crisi è finita. Hai accettato.
Ecco quella mattina per me è stata il risveglio del mio trentottesimo compleanno. Auguri.  

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