27 giugno 2016

L'élite fra la liturgia e la Cia


di Amicizia San Benedetto Brixia

Gli uomini della CIA dettero questa descrizione, relativa al loro concetto di elitarismo:

La difesa dell'"alta" cultura, organizzata da gente come Angleton, era un fatto automatico. "Non ci sarebbe mai capitato di denunciare qualcuno o qualcosa come troppo di élite", disse una volta Irving Kristol. "L'élite eravamo noi, i pochi fortunati, eletti dalla Storia a guidare i nostri simili verso la redenzione secolare". Formatisi alla cultura modernista, questi membri dell'élite adoravano Eliot, Yeats, Joyce, Proust. Consideravano loro missione "non dare al pubblico quello che chiede, ma quello che deve avere, attraverso i più intelligenti dei suoi membri. In altri termini l'alta cultura era importante non solo come linea di difesa anticomunista, ma anche come bastione contro la società di massa omogeneizzata, contro quello che Dwight Macdonald vedeva con orrore come "la melma della Cultura di Massa che tutto inonda". (F. Stonor Saunders, Gli intellettuali e la CIA, Fazi Editore, Roma 2007, p.224)

La citazione è interessantissima ed ambigua. E' corretto tale concetto di elitarismo? E' cristiano? E' liturgico? C'è qualcosa di vero nell'idea di dover "dare al pubblico" non "quello che chiede, ma quello che deve avere". D'altra parte, chi stabilisce cosa debba avere il pubblico? E ancora, quale sarebbe alternativa all'élite: l'omogeneizzazione della massa? Qui si affondano gli imperituri problemi legati al ruolo della cultura e del senso comune, della gerarchia e del popolo.

Controlliamo le applicazioni possibili ad un primo e veloce esame. Curioso come queste prospettive intersechino le due forme rituali latine. Propongo di individuare pochi temi e di formulare, per ognuno di essi, alcune domande aperte.

Prima questione: la democratizzazione liturgica. L'opportunità di tornare alla Missa antica deve superare l'apprezzamento del popolo? Più onestamente, la scelta di imporre il vernacolo e la riforma liturgica tenne conto del popolo?

Seconda questione: il gruppo elitario alla guida. Quanto conviene che un gruppo elitario influenzi il popolo? La Chiesa è compatibile con l'élite? Quale élite o quale fonte decide "cosa debba avere il pubblico"? Può un team di intellettuali assolvere a tale ruolo nella Chiesa? Può la Tradizione nella sua viva continuità esprimere un simile compito? La riforma liturgica di Paolo VI fu svolta piuttosto nell'orizzonte della Tradizione o in quello dell'intellettualismo elitario? In che misure?

Terza questione: l'omogeneizzazione di massa. La liturgia quale forma di omologazione deve favorire? Si distingue tra popolo e massa? Quali criteri ci dicono se stiamo formando un popolo per Dio o se stiamo soccombendo a canoni globalizzanti che massificano tutto e tutti: assemblea e sacerdoti, gesti e dottrine?

La citazione è tratta da un testo che riflette sulla Guerra Fredda culturale e quindi sul contrasto tra una visione comunista ed una capitalista. Vogliamo avere sempre sott'occhio questa situazione: la cultura contemporanea è tenuta in scacco da e tra due movimenti acattolici e in gran parte anticristiani. La Chiesa in che relazione sta rispetto ad essi? Gli si contrappone, soccombe, ne è assimilata, ne è neutralizzata, li provoca, li evita o che altro?

Dalla risposta che diamo all'ultimo grosso interrogativo dipenderà la lucidità di reazione alle tre questioni su esposte; dalla puntualità e consapevolezza in faccia a tali provocazioni culturali dipenderà la convenienza nel favorire uno sviluppo liturgico significativo e arricchente.  

1 commento :

  1. È una considerazione molto interessante questa strategia culturale. Applicando questo paradigma alla riforma liturgica, si può vedere chiaramente come essa è stata un'operazione totalmente elitaria, operata cioè dalla élite clericale dell'epoca. Si deve però tener conto delle differenze tra la Chiesa e la società. Quest'ultima risponde a criteri, diciamo così, democratici, per cui ha un certo senso dire che la élite non dà alla gente quello che vuole, ma quello che gli si deve. La Chiesa, invece, è una società gerarchica in cui ci sono stati dei Padri conciliari che hanno chiesto una certa revisione della liturgia (e hanno ottenuto una devastazione dei riti). La gente, ossia il popolo di Dio, (come osservarono giustamente Ottaviani e Bacci) chiedeva solo di comprendere meglio quel che già si celebrava. Nella Chiesa, cioè, non c'è un popolo che chiede una certa liturgia, ma che accetta consapevolmente quel che gli si deve perché cosciente della sua istituzione divina. Quindi per la Chiesa vale il discorso sulla élite, ma non quello sul popolo che chiede. In questa prospettiva la riforma liturgica della élite clericale la si legge come una operazione di appiattimento della liturgia alla cultura di massa da far subire all'ignaro popolo di Dio (in che misura e a quali livelli poi quei preti ne siano stati consapevoli, è tutto da discutere).
    In poche parole, l'operazione della élite clericale è la medesima di quanto ha fatto la élite culturale, ma di segno opposto.
    (Per quanto, poi, c'è da dire che nonostante il contrasto delle élite, la gente la sua massificante cultura di massa se la crea comunque da sé.)

    P. Francesco

    RispondiElimina