17 giugno 2016

Lo strano caso dei matrimoni gay rinascimentali


di Alfredo Incollingo

I pochi testimoni la definirono una “confraternita”: una strana comunità maschile, apparentemente devota alla Chiesa Cattolica, che si riunì per un intero anno nella (all'epoca) periferica chiesa di San Giovanni a Porta Latina, nel rione Celio (nei pressi del Colosseo, per i profani della città).
Abbiamo purtroppo pochissime fonti che ci raccontano la storia dei primi “matrimoni” omosessuali celebrati in Europa. Non avvennero nella Grecia “libertina” e “omosessualista” né durante la romanità imperiale. Furono celebrati nella Roma del Cinquecento, ben quindici anni dopo il Concilio di Trento, nel 1578.
Le fonti storiche che possono permetterci di chiarire questo mistero e i trascorsi giudiziari sono purtroppo scarsi. Abbiamo le testimonianze di autori, noti e meno noti, che, durante i loro soggiorni nell'Urbe, appresero il fatto per bocca dei romani, forse anche costoro incerti sulla veridicità delle loro parole.

Il filosofo francese Michel De Montaigne racconta nel suo “Viaggio in Italia” questa strana vicenda intercorsa dieci prima del suo soggiorno romano nel 1581. Nella chiesa di San Giovanni a Porta Latina, nella quiete del colle Celio disabitato, si riunivano un gruppo di uomini, spagnoli e portoghesi, che praticavano la vita comunitaria. Il filosofo la definisce una “confraternita” perché nelle comunità religiose è prassi la comunanza dei beni e delle singole esistenze. Eppure questi uomini non erano semplici frati o laici devoti. Erano "sposati"! Lo stesso Montaigne parla di “matrimonio” e della celebrazione che rispettava in tutto e per tutto il rito cattolico. Il Sacramento (profanato in modo gravissimo) era per loro garante dell'unione.

Sappiamo che all'interno della comunità vigeva la libertà (omo)sessuale e venivano accolti continuamente omosessuali, anche quelli provenienti dalla comunità ebraica romana, come ricorda lo storico Giuseppe Marcocci.
Ipotizza inoltre che la “confraternita” prosperò indisturbata, nella piena desolazione del Celio, per un anno prima che un delatore, un tale Giuseppe, denunciasse il fatto alle autorità giudiziarie: il 20 luglio 1578  una retata portò all'arresto di undici persone. Li colsero nella tranquillità della loro vita quotidiana, mentre spazzavano o cucinavano, senza sapere del tradimento appena subito. L'ambasciatore veneziano Alessandro Tiepolo con una serie di missive informava la Repubblica Veneziana dei risvolti della vicenda il 3 agosto di quell'anno.

E' lui che ci dà informazioni sul numero esatto degli adepti, ben ventisette persone, la cui maggior parte fuggì all'arresto.
I documenti del processo presentano una serie di lacune. Durò ben tre settimane, ma abbiamo i verbali delle sedute tra il 27 luglio e il 3 agosto. Questa grande lacuna di prove documentarie purtroppo ci porta ad utilizzare tanti e troppi “forse”.
Eppure non possiamo non riflettere sulla “modernità” di quanto accaduto a San Giovanni a Porta Latina. La “confraternita” si impossessò dei Sacramenti non per farne parodia ma per cercare di rientrare nel canone. E' un primo gesto eversivo per disintegrare il Magistero Cattolico (come è avvenuto nel mondo protestante), che ci spinge a rimanere saldi nella Verità. Se il Maligno ci attacca così duramente, vorrà dire che siamo nel giusto!
E soprattutto, certe "battaglie" così innovative, non sono in realtà sempre la stessa zuppa riproposta oltretutto nelle stesse forme?
 

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