22 giugno 2016

San Tommaso Moro: morire per l'obiezione di coscienza


di Alfredo Incollingo

Thomas More era il Lord Cancelliere del re inglese Enrico VIII. Ricopriva un ruolo di degno rispetto nella corte reale ed era probabilmente il notabile più invidiato e “quotato” nel regno e in Europa. La sua fama lo precedeva dovunque e, prima di divenire un alto dignitario, svolse con successo le numerose missioni diplomatiche nel continente che gli valsero la stima e il rispetto del monarca. Thomas era anche un noto e apprezzato umanista, amico di Erasmo da Rotterdam e un autore raffinato. “Utopia”, l'opera più conosciuta del More, divenne un testo letto nei principali circoli umanisti dell'epoca e ancora oggi conserva la sua positività, nonostante si parli di un mondo utopico, inarrivabile.
More aveva le “carte in regola” per assicurarsi una vita di successo e di ricchezza per sé e per i suoi discendenti, ma preferì morire piuttosto che andare contro la sua coscienza e la sua fedeltà alla Chiesa Cattolica.
Thomas More, come i primi martiri della Chiesa, è un obiettore di coscienza. Anche oggi esistono e per fortuna aumentano di numero tra le tante invettive dei media e dell'intellighenzia libertina e progressista. Con tenacia si resiste alle polemiche e alle parole blasfeme, ma, lo possiamo dire, oggi siamo fortunati, non siamo ancora arrivati alla condanna a morte, sebbene vi siano già delle avvisaglie di persecuzione. Il “caso More” è un monito a non cedere, anche di fronte alle ripercussioni più dure: portare avanti la propria battaglia contro l'aborto e l'eutanasia, per esempio, costa in visibilità e nei rapporti personali, ma il premio sarà enorme e non c'è dubbio che il nostro “sacrificio” darà adito ad altri obiettori. La prassi è più forte delle parole e, chi non ha coraggio di mostrare in pubblico le proprie idee, avrà la sicurezza necessaria per farlo con determinazione.
Thomas More ne aveva molto di coraggio, un atteggiamento che nasce da una fede salda e mai cedevole. Questo è il cristiano: un uomo o una donna capaci di testimoniare il Vangelo senza paura.
More aveva tutto, ma decise di lasciare ogni cosa pur di non recare torto alla propria coscienza e vivere di rimorsi.
Nel 1532 Enrico VIII impose ai propri sudditi un giuramento di supremazia del re inglese quale nuovo “capo”  politico e teologico della chiesa anglicana in risposta al rifiuto di Papa Clemente VII di sancire il suo divorzio da Caterina d'Aragona. Il clero fu costretto a sottomettersi alle volontà reali, ma Thomas More, pur essendo laico, protestò e criticò la scelta del re, lasciando il 16 maggio 1532 il suo incarico di Cancelliere. La riforma di Enrico VIII era chiaramente anti-papale e il Lord, fedele cattolico, non poteva prestar giuramento ad un atto “contro coscienza”. La sua fede era più forte delle beghe politiche ma queste finirono per travolgerlo. Thomas fu invitato (non senza minacce) a giurare fedeltà al monarca nell'aprile del 1535. Rifiutò categoricamente e venne imprigionato nella Torre di Londra: nella prigionia More stoicamente continuò il suo lavoro intellettuale, scrivendo senza sosta con il costante conforto dalla figlia Margaret. Non palesò mai il rimpianto di aver perso tutto per restare fedele alla propria “causa” e men che meno dimostrò sofferenza per la sua condizione. Fu allestito un processo che si risolse con una condanna a morte che fu eseguita il 6 luglio 1535. Le testimonianze ricordano la compostezza di Moro nell'accettare da buon funzionario la decisione del re e da buon cristiano la difesa del Vangelo e della Chiesa di Cristo.
Venne canonizzato da Papa Pio XI nel 1935 e riconosciuto “patrono” degli avvocati e degli statisti da San Giovanni Paolo II nel 2000. Fu un atto importante per tutto il mondo cattolico perché si riconobbe la rilevanza della vita e del gesto ultimo del More.  I “principi del foro” cattolici e i politici (veramente cristiani) ogni giorno affrontano la missione di difendere Cristo dai veleni del mondo, come tanti More vessati dalla pubblica società.  

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