20 luglio 2016

Il golpe fallito: tra purghe neo-ottomane e i fallimenti di USA e UE


di Alessandro Rico

Non è facile orientarsi nel caos politico seguito al tentativo di colpo di Stato in Turchia. Innanzitutto: golpe fallito o golpe fasullo? Non sono stati pochi gli analisti che hanno ipotizzato un coinvolgimento diretto di Erdogan nei fatti di venerdì notte. Stretto sul fronte interno da un’opposizione sempre più indignata, anche se abile nel barcamenarsi in mezzo ai Paesi europei, che lo hanno finanziato in cambio della chiusura della rotta migratoria balcanica, il Presidente turco avrebbe allestito una commedia, per procurarsi un pretesto che giustificasse una stretta repressiva, un rinvigorimento del suo rapporto carismatico con l’elettorato e quindi l’agognato sostegno popolare alla riforma costituzionale presidenzialista, con la quale Erdogan vorrebbe consolidare definitivamente il suo primato. Il pegno di sangue che gli eventuali “attori” dell’inscenato golpe hanno dovuto pagare parrebbe confutare tale ipotesi; certo, si potrebbe pensare che – come nel caso dei numerosi attentati avvenuti negli ultimi mesi in Turchia e per i quali l’opposizione aveva additato proprio Erdogan – il “sultano” possa aver appreso in anticipo della congiura e averla piegata a suo favore. D’altronde, sebbene si fossero susseguite le voci di una sua richiesta di asilo politico prima in Germania e poi a Londra, fonti autorevoli assicurano che il Presidente, al momento del golpe, era in villeggiatura e che non avrebbe mai lasciato il Paese.
Sia come sia, quel che è certo è che l’unico ad aver tratto vantaggio dal fallito colpo di Stato è proprio Erdogan. Invece, ne escono con le ossa rotte l’Unione Europea, gli USA e la NATO. Durante le concitate ore di quella che alla fine si è rivelata una maldestra sollevazione di una frangia minoritaria dell’esercito, il Presidente Obama auspicava che fosse rispettata la leadership legittima del Presidente democraticamente eletto. Oggi, quel Presidente democraticamente eletto promette di ripristinare la pena di morte con effetto retroattivo e ha provveduto a organizzare veri e propri rastrellamenti, anche a danno della magistratura, con sospette torture ed esecuzioni sommarie tra gli insorti e licenziamenti di massa tra i burocrati considerati infedeli (il che lascia supporre che le liste di proscrizione fossero già pronte da tempo e che si attendesse solo l’occasione propizia per tirarle fuori). Inoltre, chiedendo l’estradizione di Gülen, il milionario predicatore islamico, un tempo alleato di Erdogan, poi entrato in rotta con il regime e fuggito negli Stati Uniti, il “sultano” ha messo in serio imbarazzo gli americani, proprio nelle ore in cui faceva assediare la base NATO di Incirlik, dalla quale partivano le operazioni anti-ISIS della coalizione (non ci scordiamo, tra l’altro, che quello turco è per dimensioni il secondo esercito dell’Alleanza Atlantica). Anche qui, Erdogan potrebbe aver giocato d’anticipo: a fine giugno aveva inviato a Putin una lettera di scuse formali per l’abbattimento del jet militare russo, avvenuta a novembre, siglando così una tregua col Cremlino e forse gettando le premesse, come congettura La Stampa, per un inedito asse euroasiatico dal considerevole potenziale bellico. L’ambiguità strategica di Erdogan ha insomma sorpreso la presidenza USA, che d’altronde in questi anni ci ha abituato a una politica estera disastrosa.
Inerme anche l’Unione Europea. Al solito, evanescente la posizione dell’Alto rappresentante per gli affari esteri Mogherini (né si può pretendere che questa signora, che un tempo si occupava delle campagne antirazziste della FAO, detti la linea di politica estera di un’organizzazione sovranazionale, che una politica estera non ce l’ha). Ma la peggior figura è quella della Merkel. Quando le stesse testate tedesche riportavano che la Germania aveva rifiutato l’atterraggio all’aereo di Erdogan in fuga, la Cancelliera era apparsa una voltagabbana, visto che proprio il suo Paese era stato il maggior beneficiario dell’accordo anti-immigrazione, stipulato con la Turchia a suon di miliardi. Adesso, mentre i media rilanciano le dichiarazioni di Erdogan sulla pena di morte, la Merkel minaccia di impedire alla Turchia l’ingresso nell’Unione Europea. Al che ci si domanda se, qualora si limitasse alle feroci purghe da regime neo-ottomano, a Erdogan sarebbe consentito di sedere tranquillamente al tavolo con gli altri membri UE, quella UE che intimidisce la Polonia per i suoi progetti di legge anti-abortisti, ma pare pronta ad accogliere uno Stato confessionale islamico, in cui il governo abusa dei magistrati, dei giornalisti, della popolazione civile – e in cui gli omosessuali sono impunemente discriminati, quando non esposti a pericolo di morte: altro che matrimonio gay e utero in affitto, CEDU e Elton John.
Alla fine, come voleva Obama, il leader democraticamente eletto ha trionfato. Ma mai come ora, riprendendo la scena di un cult di Roberto Benigni, è il caso di dire: «Vaffanculo alla maggioranza!».
 

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