19 luglio 2016

Il monachesimo del futuro

(PER LA SALVEZZA DELL’EUROPA)

«Heu, quam praecipiti mersa profundo
mens hebet et propria luce relicta
tendit in externas ire tenebras»
(Anicio Manlio Severino Boezio, De Consolatione Philosophiae)

di Matteo Donadoni

Mentre le grandi menti interpreti della guida politica ed economica dell’allegro carrozzone sui cui stiamo drammaticamente seduti stanno per riuscire in una precedentemente improbabile impresa di “palestinizzazione” dell’Europa, producendo una situazione contingente in cui i valori base della nostra millenaria civiltà vengono sradicati, la nostra cultura viene relativizzata in un liquido che tende profeticamente al liquame, così come la liquidità sociale - fatto che qualcuno ha analizzato, mentre qualcun altro ha creduto che fosse una soluzione e non una semplice presa d’atto -, ho pensato che certamente ha ragione Ernst Jünger quando dice «si prospetta la possibilità di un nuovo monachesimo». Infatti, per una qualsiasi mente pensante, non necessariamente dotta e nemmeno istruita, non può non emergere con maggior vigore in questo frangente epocale, una domanda radicale sul senso dell’esistenza.
Illudersi di vivere nel presente come se esso fosse un derivato tecnologico di una sorta di partenogenesi è un lusso sessantottino che i nostri giovani non possono più permettersi. Viene presto la resa dei conti con la storia, passi per Nizza o per Costantinopoli, lo sapremo a tempo debito. Sta a noi però, provare a dissipare questo epifenomeno, questa illusione, così come provare a fare chiarezza sulla chiesa dell’oblio, imbastita da compagni in tonaca che hanno gettato la tonaca alle ortiche, illudendosi di mantenerne il prestigio per il proprio narcisismo.
Noto un ritardo. Notevole.
Qualcuno, in verità, ha avuto la preveggenza, e, è il caso di ammetterlo, l’intelligenza, di capire prima di una Chiesa Cattolica frastornata dal Concilio Vaticano II, dove sarebbe andata a finire la riforma pastorale, e chi ne avrebbe assunto il controllo sul medio-lungo termine. Un commercialista di Biella si trasferì in una località sconosciuta, Bose, proprio l’ 8 dicembre 1965, giorno di chiusura del CVII, e tre anni dopo diede vita ad una comunità eterodossa, ritualmente e teologicamente promiscua fra cattolici e protestanti. Una comunità paramonastica di cui si autoproclama de facto priore. La sfida era lanciata.
Dobbiamo essere onesti, alla luce della lente molto argentina, ma non troppo argentina, della guida spirituale della cristianità, il pasticcio sincretico ecumenista sembra aver prevalso storicamente. Assistiamo già oggi alla chiesa di domani: un programma studiato a tavolino.
Scriveva il 1° gennaio del 1970 padre Ernesto Balducci, nel suo “Diario dell’esodo”:
«Su di una collina, nei pressi di Biella, un gruppo di cristiani di diversa confessione ha occupato, da due anni, le poche casupole lasciate vuote dal piccolo nucleo di abitanti migrati in città. Sono case per modo di dire: il vento fischia tra le fessure e la nebbia che le avvolge sembra quasi dipanarle e portarsele via. Non c’è nemmeno la luce elettrica. C’è la fede paradossale di questi amici che si propongono di preparare, in assoluta povertà, il cristianesimo di domani».

Ora, come si risponde alla menzogna con la verità e all’eresia con l’ortodossia, ad un’ipotetica chiesa dell’avvenire si risponde con la Chiesa di Sempre. Quella fondata da Cristo sulla Pietra e sugli apostoli, sul sangue dei martiri e sulla Dottrina dei Padri e dei Dottori. Al declino confusionario della cristianità, come fu al tempo incerto e confuso dei Goti, si può a mio avviso rispondere validamente con il rilancio del monachesimo. Servirebbe un nuovo San Benedetto. A questo progetto si riferiva il pontificato di Joseph Ratzinger? Certamente: «Con quale nome vuoi essere chiamato?»«Vocabor Benedictus XVI».

Il 9 aprile 2008: «Di fatto, l’opera del Santo e, in modo particolare, la sua Regola si rivelarono apportatrici di un autentico fermento spirituale, che mutò nel corso dei secoli, ben al di là dei confini della sua Patria e del suo tempo, il volto dell’Europa, suscitando dopo la caduta dell’unità politica creata dall’impero romano una nuova unità spirituale e culturale, quella della fede cristiana condivisa dai popoli del continente. E’ nata proprio così la realtà che noi chiamiamo ‘Europa’». L’opera di San Benedetto forgia la civiltà e la cultura dell’Europa che, dopo le “tragiche utopie” del XX secolo, poggia sule macerie della propria identità: «Per creare un’unità nuova e duratura, sono certo importanti gli strumenti politici, economici e giuridici, ma occorre anche suscitare un rinnovamento etico e spirituale che attinga alle radici cristiane del Continente, altrimenti non si può ricostruire l’Europa. Senza questa linfa vitale, l’uomo resta esposto al pericolo di soccombere all’antica tentazione di volersi redimere da sé – utopia che, in modi diversi, nell’Europa del Novecento ha causato, come ha rilevato il Papa Giovanni Paolo II, “un regresso senza precedenti nella tormentata storia dell’umanità”». l'Europa si può ricostruire solo a partire dalle sue radici cristiane, perché o sarà cristiana, o non sarà. E ancora: «In un’epoca segnata da una preoccupante cultura del vuoto e del "non senso", voi siete chiamati ad annunciare senza compromessi il primato di Dio» (Discorso del Santo Padre ai partecipanti al Congresso Internazionale degli Abati Benedettini, 20 settembre 2008).

San Benedetto è il patrono d’Europa. E’ necessario guardare a quel monachesimo inossidabile nei secoli, che passa indefettibilmente da Norcia, ma recuperando anche tutta la tradizione ortodossa orientale antica. Questo è ecumenismo, non il vestirsi da Budda o da Alto Passero. Recuperare San Basilio Magno con san Gregorio Taumaturgo in primis, e poi tutti gli altri, fino a san Paisios atonita.
Come? Non ne ho la minima idea.
Forse prima dovremo riconquistare Costantinopoli al Sultano Erdohan. Ma questa è un’altra storia.
San Paisios prega per noi.

 

2 commenti :

  1. Quando GP2 moriva lui era a Norcia per un convegno su S.Benedetto, tornò precipitosamente a Roma, tenne le splendide omelie per le esequie e per la Missa pro eligendo, scritta di proprio pugno la notte prima, in un latino strepitoso a leggersi, venne eletto controvoglia papa, lo fece egregiamente nonostante tutto, poi lasciò (o fu indotto a lasciare) si è ritirato a fare il monaco orante, conservando il nome che aveva scelto come papa, perché alla faccia di tanti discorsi quaraquaqua, lui è sempre Papa fino a quando il Signore lo richiamerà, aiutiamolo con la preghiera, saremo pochi,tanti, nessuno o quasi......Istanbul è persa, non restano che impervie montagne e sperduti monasteri, qualcosa si salverà, tutto è nelle mani di Dio, quello vero, non quello per tutte le stagioni e religioni 'spacciato' in Vaticano. Bellissimo articolo e altrettanto bella la citazione di Boezio, che ormai nessuno studia e traduce più, neanche al classico.

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