16 luglio 2016

Sì, siamo in guerra. Con noi stessi


di Giuliano Guzzo

La strage di Nizza, con le sue ottantaquattro vittime, gli innumerevoli feriti e il responsabile di quell’inferno, il franco-tunisino Mohamed Lahouaiej Bouhlel, non è che l’ennesima prova – come molti hanno notato – del fatto che il mondo occidentale oggi è in guerra. Una guerra iniziata da oltre un decennio con caratteristiche uniche e devastanti insieme, animata da un odio planetario ma condotta con attentati apparentemente disgiunti l’uno dell’altro – «un nuovo conflitto globale, ma a pezzetti», ha osservato Papa Francesco – che, nel giro di pochi anni, è costata alla sola Francia quasi duecentocinquanta morti; ma si tratta soprattutto, aggiungerei, di una guerra che stiamo inconsapevolmente combattendo contro noi stessi.

Infatti, se da un lato è impossibile non intravedere quale matrice unica alle stragi degli ultimi anni, con la sola eccezione Breivik, il filone jihadista, dall’altro risulta altresì evidente il conflitto interiore del mondo occidentale con se stesso, i cui sintomi sono sotto gli occhi di tutti: condanniamo ogni atto di terrore, eppure siamo timidissimi nel parlare di jihadismo; neghiamo il legame tra terrorismo e immigrazione, anche se i tratti somatici degli attentatori tutto sono fuorché tradizionali europei; ridicolizziamo le nostra radici cristiane, ma poi corriamo a commemorare le vittime del terrore con ridicole preghiere social – #prayfor – non si sa bene rivolte a quale Dio; dichiariamo guerra al terrorismo, ma poi scodinzoliamo alla corte di quei Paesi, dall’Arabia Saudita al Qatar, che lo promuovono.

Un esempio clamoroso, a questo proposito, è quello della signora Hillary Clinton, corsa come molti altri a condannare l’orrore di Nizza, immemore d’essere la stessa la cui fondazione di famiglia, dal 2001 in poi, ha accettato finanziamenti stellari, si stima intorno ai 2 miliardi di dollari, dai governi di Arabia Saudita, Qatar, Kuwait e Oman, che certo non si possono annoverare, per usare un eufemismo, tra i Paesi democratici e rispettosi dei diritti civili e neppure fra quelli in prima linea contro il terrore. E come questo e quelli poc’anzi ricordati molti, troppi sono gli esempi di un Occidente che sta perdendo la guerra contro l’islamismo perché paralizzato dalle sue contraddizioni al punto d’essere pure incapace, ormai, di leggere la realtà nella sua lampante evidenza.

Lo prova, fra l’altro, l’insistenza giornalista sul fatto che Mohamed Lahouaiej Bouhlel stesse divorziando e fosse depresso; eppure l’Europa è piena di padri divorziati e depressi: come mai a nessuno, finora, è venuto in mente di procurarsi un camion e fare una strage? E’ altresì ridicolo come si seguiti ad insistere sul fatto che l’attentato di Nizza non sia stato rivendicato, dimenticando non solo che neppure gli attacchi agli Usa dell’11 settembre lo furono, ma che la dinamica della strage, di fatto un omicidio-suicidio, e la sua conclusione, coi documenti del killer nell’abitacolo, rappresentano un film già visto anche con gli jihadisti protagonisti degli attentati a Parigi, desiderosi di essere identificati per raggiungere gloria e fama, per così dire, subito dopo la morte.

Sia chiaro: a me l’islamismo radicale preoccupa, anzi preoccupa ancor più nel momento in cui, come accaduto appunto a Nizza, riesce ad attivare “lupi solitari” che, in quanto tali, risultano praticamente impossibili da intercettare sia perché privi o quasi di relazioni esterne sia per le armi che scelgono per i loro attacchi (che si fa? Mettiamo fuorilegge i camion?). Eppure quando leggo commenti surreali e finalizzati a depotenziare la gravità dell’accaduto – il «Tir suicida» twittato da Gad Lerner rimarrà, meritatamente, nelle antologie della stupidità – , e quando ripenso alle contraddizioni culturali di questo Occidente e in particolare di quest’Europa, che pensa di sfangarla a colpi di gessetti colorati, Imagine ed altre cianfrusaglie neohippie, proprio non posso non riconoscere nei nostri volti inebetiti riflessi allo specchio il primo nemico.


 

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