12 agosto 2016

I segreti del santo ribelle


di Andrea Pino

Seicento anni dalla nascita di uno dei santi più amati e, stando ad una ben consolidata tradizione agiografica, anche più temuti della storia del Cattolicesimo, Francesco da Paola (1416-1507). E subito il pensiero corre all’altro Francesco, l’omonimo medievale. Del resto, che vi sia un legame profondo tra queste due sublimi figure è innegabile e non solo perché l’uno ereditò il nome dell’altro. Infatti, i vagiti che il 27 Marzo 1416 ruppero il silenzio della sperduta ed umilissima contrada calabrese in cui vivevano i coniugi Giacomo d’Alessio, detto “Martolilla”, e Vienna da Fuscaldo, furono giudicati come un vero miracolo del santo umbro, cui i neogenitori, ormai in età avanzata, si erano rivolti per chiedere la grazia di un figlio. Di più, il piccolo appena cresciuto fu votato dalla madre a vestire per un anno il saio del Poverello e da adolescente venne condotto, attraverso un lungo pellegrinaggio, sino ad Assisi, in segno di gratitudine. Non è poi un caso che i seguaci dell’eremita della Sila abbiano assunto il significativo nome di Minimi, quasi un’eco del Minores, con cui venivano indicati i figli dello stigmatizzato della Verna. Numerose sono dunque le analogie ed i punti di mistico contatto tra le due insigni personalità, non ultimo il loro vincolo con la terra italiana. Anche se, come ebbe a scrivere Divo Barsotti, l’Assisano (giustamente definito da un celebre detto come “il più santo tra gli italiani ed il più italiano tra i santi”) rappresenta bene il Settentrione mentre il Mezzogiorno che, come anima, storia, cultura e forma di vita costituisce una diversa modalità d’essere Italia, è molto più riconoscibile nel taumaturgo calabrese.

Tuttavia l’aspetto più sorprendente del santo di Paola resta l’assoluta armonia della sua vicenda esistenziale con il monachesimo primitivo: Francesco è come un seme di questo straordinario fenomeno della storia della Chiesa antica, germogliato però in pieno Rinascimento. E stavolta il pensiero corre ad Antonio il grande, la millenaria quercia del monachesimo cristiano, alla cui fresca ombra, come robusti ulivi, tutti gli altri padri sarebbero fioriti. Anzi, tra Antonio e Francesco sembra esserci, nascosto dietro il velo delle loro differenti esistenze e nonostante gli svariati secoli di distanza, un legame molto intimo. L’uno trovò un fertilissimo terreno spirituale nella sabbia ocra del deserto egiziano, l’altro trasse linfa per le proprie radici dalla dura roccia dei selvaggi monti calabresi. Entrambi sperimentarono ogni forma di tentazione demoniaca e furono chiamati a lottare contro spiriti maligni. Antonio ruppe il suo isolamento e soccorse la Chiesa di Alessandria che gli era madre quando la seppe esposta al pericolo dell’eresia ariana. Francesco pose fine alla propria esperienza eremitica quando dalla Sede Romana gli fu richiesto di intraprendere l’inaspettato viaggio che lo avrebbe condotto sin nel cuore d’Europa, alla corte del re di Francia Luigi XI, dove trascorse l’ultimo scorcio della sua vita. Qualcosa dell’infuocato sole orientale, che era stato il più fedele testimone delle altezze a cui Antonio era salito, doveva brillare anche nello sguardo di Francesco. Sguardo che, come assicura il prof. Giovanni Sole, da sempre affascinato dal suo famoso conterraneo tanto da dedicargli non pochi studi nonché l’acuta pellicola Francisco de Paula del ʼ92, aveva qualcosa di fiero e terribile: due pupille ardenti e leonine con una barba ispida e bianchissima dovevano spuntare da sotto il cappuccio bruno.

Ma se Antonio è il santo del fuoco, Francesco è invece quello dell’acqua. Meglio ancora se salata. Quando Pio XII nel 1943, con il breve apostolico Quod Sanctorum Patronatus, lo dichiarò solennemente celeste patrono della gente di mare italiana non fece che ungere con il crisma dell’ufficialità una devozione ormai radicata, addirittura secolare. Essa rimontava già all’epoca del processo di canonizzazione quando alcuni testimoni riferirono l’episodio destinato a divenire il più noto e meraviglioso di cui fu protagonista l’asceta paolano: giunto nei pressi di Reggio, Francesco chiese ad un barcaiolo la carità di essere traghettato in Sicilia e, al rifiuto oppostogli, avrebbe attraversato lo Stretto di Messina valendosi del proprio mantello come zattera. Il racconto di questo prodigio si impresse a tal punto nell’immaginario collettivo tanto da avere una notevole fortuna iconografica e di fatto veicolò il culto dell’eremita negli ambienti marinari di tutta la penisola e oltre. Prove inequivocabili sono offerte dalla penna di Giovanni Verga che, in un drammatico capitolo de I Malavoglia, immagina lo scampato naufragio della Provvidenza, la celebre barca di padron ʼNtoni, grazie all’intervento del santo calabrese che i pescatori di Aci Trezza, disperati, avevano invocato e dalle note per pianoforte di Franz Liszt nella sonata Francesco da Paola cammina sulle acque. Nella religiosità popolare insomma bastò poco perché Francesco affiancasse l’altro grande e ben più antico santo marinaro della Chiesa, anche se legato al mondo greco-bizantino, Nicola di Mira.

Ciononostante il nome dell’anacoreta del profondo sud non riecheggiò solo nel Mediterraneo. Acque ben più vaste e sterminate lo avrebbero udito, quelle dell’Atlantico. Stando infatti alle suggestive ricerche condotte dal prof. Giuseppe Pisano sarebbe innegabile una relazione tra Francesco da Paola e le spedizioni di Cristoforo Colombo (1451-1506) allo scoperta del Nuovo Continente. Come si sa, i due personaggi sono contemporanei ed è altresì accertata la presenza di marinai calabresi nell’equipaggio del grande ammiraglio ligure, un uomo (è bene ricordarlo) religiosissimo, al punto da essere candidato alla beatificazione ai tempi di Leone XIII. Il dato più significativo è però un altro: il primo religioso ad imbarcarsi per l’America al seguito di Colombo fu Bernardo Boyl, un membro dell’ordine dei Minimi, investito dallo stesso Paolano della carica di vicario generale per la Spagna e diplomatico di fiducia dei reali iberici. È facile allora immaginare come Francesco abbia potuto avere un qualche ruolo in quegli eventi. Del resto, pur essendo un eminente contemplativo, egli fu sempre immerso nella sua tormentata epoca e ben consapevole di quanto accadeva nel mondo, soprattutto da quando divenne (suo malgrado) ospite, vita natural durante, della corte d’oltralpe.

Nondimeno questo suo essere presente nella storia è dimostrato da due episodi che ebbero un’amplissima eco e che, guarda caso, sono rievocati più di una volta negli scritti di Colombo: l’eccidio di Otranto del 1480 e la resa di Granada nel 1492. Il primo venne preannunciato con largo anticipo dal santo ed il martirio della gloriosa città salentina costituì l’incipit dell’aggressione islamica all’Europa dopo la tragica caduta di Costantinopoli. Nel secondo, che segnò il compiersi della Reconquista cristiana nella penisola iberica, Francesco fu ancor più protagonista. Si narra infatti come i monarchi cattolici, Ferdinando ed Isabella, stessero per rinunciare all’impresa ma due inviati dell’eremita li spinsero a non desistere. Fu così che il difficile assedio del reame moresco si risolse in un trionfo: cadeva l’ultimo bastione musulmano in terra spagnola ed i Minimi sarebbero stati definiti Frates de la Victoria. Per chiarezza, è bene evidenziare come l’asceta calabrese fosse sì buono e caritatevole ma non era affatto contrario all’idea della crociata, alla pena di morte o alla dottrina della vendetta divina. Nel suo predicare, Dio così com’è somma misericordia è anche somma giustizia. Lo stesso abito adottato dal suo ordine, con la cocolla che copriva le spalle ed il petto, era fatto per richiamare alla mente la corazza del cavaliere medievale e simboleggiare l’eroicità dello spirito. Del resto, non a caso i Minimi furono posti dal fondatore sotto il patronato dell’arcangelo Michele, il principe delle milizie celesti che, stando alle agiografie, mostrò al santo quello che sarebbe divenuto il suo emblema: uno scudo luminoso su cui era incisa la parola Charitas disposta su tre righe, quasi a voler richiamare il dogma trinitario.

L’esserci di Francesco nelle vicende europee continuò comunque ben oltre la morte, avvenuta a Tours il Venerdì Santo del 1507. A concedergli l’aureola, ad appena dodici anni dal transito, fu Leone X, figlio di Lorenzo il Magnifico, sotto il cui pontificato ebbe inizio lo scisma luterano. E furono proprio i protestanti francesi a compiere un vergognoso attentato alla presenza spirituale dell’asceta, profanandone il sepolcro e dandolo alle fiamme. Così andò perduto un inestimabile tesoro affettivo per i devoti che tuttavia, a sei secoli di distanza, restano certi che nulla, nemmeno questo infausto episodio, possa scalfire la tempra del santo terribile.   
   

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