16 agosto 2016

La Buona Morte


di Amicizia San Benedetto Brixia

Gianluca Firetti. Santo della porta accanto (2016) è un testo che raccoglie le testimonianze di don Marco D’Agostino, sacerdote che ha accompagnato l’esemplare decesso del giovane lombardo cui è tributato il libro. La pubblicazione, per i tipi di San Paolo, ha il doppio merito di illustrare un esempio di spiritualità del quotidiano e di trattare col grande pubblico il tema demodé del morire cristiano. La spiritualità del quotidiano è descritta secondo il canone ormai classico di situazioni concrete, quotidiane ed ordinarie affrontate con profondo spirito di riconoscenza, gioia, accettazione e profondità; Gianluca non è un santo da miracoli, quanto un cristiano ordinario capace di raggiungere ciò che ai nostri occhi appare come un grado eroico di fede (quanto al giudizio della Chiesa dovremo attendere), specialmente per aver conservato la medesima anche in situazioni di vita disperate e proibitive. Importante anche il secondo motivo di lode, la descrizione della morte e del morire da cristiani, discorso fondamentale ed imprescindibile, rispetto al quale la catechesi contemporanea si mostra spesso reticente, con l’esito che l’immaginario della morte e del morire umano è completamente definito dai canoni di massa delle produzioni librarie e cinematografiche pressoché atee e nichiliste. Il libro quindi si può adoperare, cogliendone anzitutto questi due lati positivi.
Mi permetto d’altro canto di muovere delle critiche, che non vogliono raggiungere l’evento e il fatto storico della vita di Gianluca, dei suoi cari e del suo biografo, quanto indicare alcune lacune teologiche nel diario di D’Agostino. Prima di venire al punto, preciso che la lettura di Santo della porta accanto andrebbe integrata e fatta precedere dal lavoro a quattro mani Firetti-D’Agostino Spaccato in due. L’alfabeto di Gianluca (San Paolo, 2015), cosa che io non ho fatto e che forse avrebbe risposto ai dubbi che sto per elencare.
La questione è semplice: nel testo manca o non emerge la dimensione della sofferenza vicaria e della utilità della sofferenza. Tale dimensione a volte è omessa, altre volte è come dribblata. Il riferimento alla gioia predomina, il tema della speranza si erge, l’accostamento tra cristianità, felicità e croce si rinnova, ma l’esplicitazione del significato teologico e mistico della cristopatia – il completare nella propria carne i patimenti di Cristo a maggior gloria di Dio e a salvezza delle anime – non si dà: non per una negazione espressa, ma come per un tentativo di tener nascosto sotto la superficie il nodo scomodo ma imprescindibile della questione. “La sua vita tutta quanta è diventata un’offerta: un sacrificio vivente, santo e gradito a Dio. Non perché Dio volesse la sua sofferenza, ma perché – come lui aveva detto nell’ultima domenica: “Dio mi ha posto sulle spalle una bella croce. No, è la malattia che è pesante, Dio non c’entra proprio nulla” (p. 165). Dio invece c’entra e c’entra parecchio, perché ha scelto di entrare in questa dimensione che pure è nata per iniziativa declinante delle creature e non per progetto efficace del Creatore. Dio non vuole la nostra sofferenza, vuole la nostra santificazione, ma per la salvezza di tutti è legge dello spirito che fosse necessaria l’immolazione di un giusto a ripagare il peccato, il Signore Gesù, il quale può chiedere ad alcune anime elette di seguirlo nella sofferenza riparatrice in modo speciale ed eminente. I cattolici credono ancora a questo? Reputo di sì e reputo che ciò sia il motore che sostiene la fede di persone provate come Firetti. Dispiace che forse non sappiamo più dire queste cose, che ce ne vergogniamo o che le reputiamo devozionismi desueti. Sia chiaro, non manca nelle pagine il riferimento alla spiritualità e l’appello al divino quale soluzione del male terreno: “L’arma della preghiera è stata potente. Laddove tu pensavi di portare sconforto e disperazione hai solo aumentato il desiderio di affidarsi a un Padre!” (p. 71). Non manca neppure, come si legge, la capacità testimoniale e – mi permetto di aggiungere - la sua fecondità comunicativa.  Resta però un silenzio spiacevole circa la motivazione mistica dell’esperienza, pare esserci un affidarsi cieco a un soffrire che, per il cattolico istruito, non è così cieco, o meglio, si avverte tale nel vissuto personale, ma corroborato dalla rivelazione del senso spirituale della sofferenza come amore corredentivo. Purtroppo la sospensione di simili ermeneutiche produce frutti opinabili, come si evince dal pur commovente dialogo tra il giovane e il suo padre spirituale: “”Il Signore che cosa mi mette davanti?” Domande alle quali, dal mio punto di vista, non potevano esserci risposte esperienziali. Men che meno frasi convenzionali... “Gian, pensa alla tua vita, è stata bella quando stavi bene. Ed è ancora più bella nella malattia. Pensa a tutto il bene che tu hai fatto in questi due mesi”... E mi ero convinto ancora di più, davanti a lui, che la memoria del bene fatto rende felice” (p. 84). Purtroppo simili orientamenti squalificano il valore profondo della malattia cristiana, l’obiettivo non è essere felici, ma essere in pace con Dio, soprattutto la felicità da cercare non è quella del merito sociale, delle sempre fragili e discutibili testimonianze date dalla nostra povera umanità, ma quella della consolazione spirituale, che viene quando ci si conforma a Cristo (non mi dilungo, ma la chiave per comprendere e vivere la vicarierà redentiva è tutta qui), colui il quale è morto abbandonato da quelli che aveva beneficati, nonché travagliato da dubbi desolanti.
Con tali omissioni il rischio è quello di indebolire la portata specifica del volume, silenziandone la capacità evangelizzatrice. “Il perché non lo so, il libro ti fa piangere, ma alla fine sei felice. E’ liberante!” (p. 153); “Gian ha toccato il cuore a tanti... Nel libro c’è un unico filo conduttore: una fede inattaccabile e una naturalezza nelle quali Gian si manifestava” (p. 156). Queste e molte altre testimonianze stupiscono per la qualità generica, emozionale, soggettiva delle affermazioni. Complimenti che potrebbero valere senza modifiche per il decesso di chiunque o addirittura per tanti generi di libri emozionanti, magari immorali. Lungi da me giudicare le situazioni effettive del caso, ma questa è l’analisi cui siamo costretti dai testi nudi e crudi. Dunque, cari padri, grazie per il coraggio di raccontarci storie come quelle di Firetti, ma vi chiediamo nelle prossime stesure di aiutarci a cogliere maggiormente lo specifico della Buona Morte cattolica, mirando al cuore teologico di questi eventi altamente drammatici, e illuminandone il valore più intimo che oltrepassa letture funzionali o sociologiche di sorta, ciò renderà più ampia e solida l’evangelizzazione, la centralità di Cristo, la missione della Chiesa, la santificazione dei battezzati e la conversione dei peccatori.

 

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