15 settembre 2016

A dieci anni dalla morte, Oriana grida ancora. E punta il dito contro di noi


di Giorgio Enrico Cavallo

In questi anni di buio della ragione, c’è una voce che risuona. Vox clamantis in deserto, verrebbe da dire – e il Battista mi perdoni – in quanto le sue parole, talvolta profetiche, sono per lo più inascoltate. Le profezie sono quelle di Oriana Fallaci, l’ultima vera giornalista che questo paese abbia prodotto, forse. L’ultima che ha avuto l’onestà intellettuale di dire le cose come stavano, senza paura di essere etichettata o di apparire politicamente scorretta. Una vita, la sua, che testimonia la coerenza con le sue idee, e pur nei suoi drammi lascia emergere una grandissima umanità e una «spaventosa chiaroveggenza», per rubare un felice termine a Guido Gozzano.
In questi anni nei quali sbandieriamo il trionfo della ragione, e che sembrano invece i più bui degli ultimi secoli – ma non eravamo tutti figli della luce dell’illuminismo? Boh – la voce di Oriana parla e scuote le menti addormentate. Le scuote, le provoca, ma non le ridesta: magari lo facesse! Ebbene, in questo decennale dalla sua scomparsa, appare chiara una sola cosa: Oriana diventa paradossalmente tanto più attuale quanto più ci si allontana dalla sua morte. Sembra infatti che le criticità delle quali lei aveva colto gli inquietanti sintomi si siano concretizzate anno dopo anno, giorno dopo giorno, istante dopo istante.
Queste criticità non sono soltanto nell’Islam. Almeno, non tutte. Perché se è vero che l’Islam ci ha apertamente dichiarato guerra, ha potuto farlo perché l’Occidente dorme un sonno artificiale, vive da anni in stato comatoso, dal quale dubitiamo possa ridestarsi a breve. Il coma dell’Occidente ha radici profonde, ma è diventato irreversibile negli ultimi anni: il rinnegamento palese ed evidente della cultura cristiana ci ha condotti in un abisso buio, nel quale vivono spettri che non possiamo combattere, se non ritorniamo alla luce. Gli spettri non sono soltanto i barbuti tagliagole che sventolano nere bandiere davanti a milioni di occhi inebetiti dalla televisione. Gli spettri sono anche quelli della depressione e della crisi economica, della perdita della morale e della dissoluzione della cultura. Gli spettri hanno il volto dei bambini abortiti, degli anziani abbandonati dai figli, dei suicidi che si sono ammazzati per l’indifferenza del prossimo. Gli spettri hanno questi milioni di volti, che condannano la nostra non-civiltà senza che nessuno lo capisca o lo voglia capire.
Sì, siamo una non-civiltà. E non a caso siamo condannati a combattere contro quella che sembra un’altra non-civiltà: quella islamica. Oriana lo diceva bene, e mi permetterete una citazione un po’ prolissa: «A me dà fastidio perfino parlare di due culture: metterle sullo stesso piano come se fossero due realtà parallele, di uguale peso e di uguale misura. Perché dietro la nostra civiltà c'è Omero, c'è Socrate, c'è Platone, c'è Aristotele, c'è Fidia. C'è l'antica Grecia col suo Partenone e la sua scoperta della Democrazia. C'è l'antica Roma con la sua grandezza, le sue leggi, il suo concetto della legge. […] C'è un rivoluzionario, quel Cristo morto in croce, che ci ha insegnato (e pazienza se non lo abbiamo imparato) il concetto dell'amore e della giustizia. C'è anche una Chiesa che mi ha dato l'Inquisizione, d'accordo. Che mi ha torturato e bruciato mille volte sul rogo, d'accordo. Che mi ha oppresso per secoli, che per secoli mi ha costretto a scolpire e dipingere solo Cristi e Madonne, che mi ha quasi ammazzato Galileo Galilei. Me lo ha umiliato, me lo ha zittito. Però ha dato anche un gran contributo alla Storia del Pensiero: sì o no? E poi dietro la nostra civiltà c'è il Rinascimento. C'è Leonardo da Vinci, c'è Michelangelo, c'è Raffaello, c'è la musica di Bach e di Mozart e di Beethoven. Su su fino a Rossini e Donizetti e Verdi and Company. […] Ed ora ecco la fatale domanda: dietro all'altra cultura che c'è? Boh! Cerca cerca, io non ci trovo che Maometto col suo Corano e Averroè coi suoi meriti di studioso».
Ecco. Noi abbiamo rinnegato non solo Cristo e la Vergine, ma anche Platone ed Aristotele, l’antica Roma, Bach, Mozart, Raffaello e Leonardo. Per non parlare, poi, di Cristo. Li abbiamo rinnegati voltandoci verso i supermercati e l’ultimo modello di iPhone (l’ultimo, sì, perché gli altri modelli sono considerati da pezzenti). Ma la cultura? Quali sono i pilastri della nostra cultura, oggi? Cerca cerca tra calciatori, veline, cantanti, tronisti e compagnia briscola, non ne trovo uno degno di nota. Esattamente come Oriana non aveva trovato nulla fuorché Maometto nella cultura islamica, che dai tempi della Sublime Porta sembra essersi ripiegata sull’ossessiva e pappagallesca ripetizione del Corano. E basta.
Come loro, oggi noi siamo pappagalli di Apple e Android, ma privi di identità e cultura. Siamo forse peggio degli integralisti islamici: loro, almeno, credono in Allah; noi non crediamo più a nulla, fuorché alle risposte dell’infallibile indovino Google. In questo stato, siamo condannati ad abbassarci ad una guerra tra barbari: barbari loro, i tagliagole dello Stato Islamico; barbari noi, cacciatori di Pokémon, drogati di televisione e social network. Non combattiamo il terrore sul campo, preferiamo viverlo nel segreto del nostro animo, ripetendoci come conigli che quel camion impazzito sulla Proménade des Anglais non ci colpirà; che i macellai del Bataclan non verranno ad ammazzare proprio noi; che le bombe nell’aeroporto o nella metropolitana non ci uccideranno. In realtà, abbiamo un folle terrore della morte: ne abbiamo paura perché non amiamo la vita. Non la viviamo più. Non conosciamo più Cristo, che è La Vita, e il nostro palliativo è diventato Facebook: una vita virtuale, appunto.
La Fallaci non era cattolica, ma riconosceva il primato del cattolicesimo nella nostra cultura. Era una profetessa laica (non a caso, ne “La forza della ragione”, lei si definiva una Cassandra). Temeva il rinnegamento della fede; temeva la soppressione dei simboli; temeva l’abiura che l’Occidente sta facendo di se stesso. Se fosse ancora viva, oggi griderebbe più forte di prima. Può farlo solo, ormai, solo con i suoi libri. Ascoltare la voce di Oriana significa guardare in faccia i nostri spettri. Ma per sconfiggerli, bisogna tornare alla luce. A Cristo. Solo così l’Occidente potrà salvarsi. E magari rendere finalmente omaggio alla memoria di una donna che, sola, ha avuto il coraggio di levare la sua voce per metterci in guardia da un avvenire oscuro.  

2 commenti :

  1. Quoto tutto al 1.000 X1.000, se lei fosse vissuta abbastanza da supportare, come aveva iniziato a fare, Ratzinger, come amava chiamarlo, ne avremmo sentite delle belle, 2 menti superiori e libere......ho conservato l ultimo articolo dell Oriana per il Corsera, un capolavoro come solo lei sapeva fare, giusto l unica grande giornalista di classe, anzi una fuoriclasse del giornalismo, l alieno se l e portata via sul piu bello e cosi lo stupido Occidente si e autocastrato a Regensburg, non capendo, o non volendo capire la ragionevolezza della fede cristiana contrapposta alla violenza islamica, sappiamo come e finito il pontificato e nessuno che dopo 10 anni si alzi a chiedere scusa a Benedetto ancora in vita. Che triste declino per una civilta' che aveva illuminato il mondo ed e stata spenta dagli illuminati, sic transit gloria mundi.

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  2. La voce di Oriana è una di quelle voci che ha cercato di trascinare -- con un certo successo, mi pare, e me ne dolgo -- il cattolicesimo italiano in un vortice reazionario, conservatore, borgese e sempre e comunque liberale e anti-tradizionale. Nessuno ne sente davvero la mancanza e nessuno dovrebbe. Specie perché sono proprio i "fari di civiltà" da lei additata (gli USA, Israele) ad aver creato e a supportare ancora oggi logisticamente, militarmente, economicamente il terrorismo islamico.

    E, in tutta sincerità, mi duole leggere un siffatto elogio su un blog che reputavo "diverso".

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