29 ottobre 2016

Il diplomatico\2. Diritti umani o grimaldello degli USA: la Russia è fuori dall’UN Human Rights Council


di Alessandro Rico

Questo venerdì, con votazione a scrutinio segreto, la Russia ha perso i suoi seggi al Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU. Al suo posto, subentrano Croazia e Ungheria.
La vicenda comincia qualche giorno prima, quando un’ottantina di ONG per la difesa dei diritti umani (leggi centri operativi al servizio del Dipartimento di Stato americano) ha inoltrato all’ONU la richiesta formale di espellere la Russia dal Consiglio per i Diritti Umani, a causa delle presunte violazioni perpetrate da Mosca con i suoi raid aerei su Aleppo, a sostegno del regime di Assad. Tanto per non dare l’impressione che la loro petizione cadesse “a cecio”, nel bel mezzo delle schermaglie tra la Casa Bianca e il Cremlino, Human Rights Watch, Refugees International & company avevano chiesto anche l’esclusione dell’Arabia Saudita. Che ovviamente non è arrivata. Come poteva? Mentre la Russia è ai ferri corti con gli Stati Uniti e l’Europa (nonostante il tentativo dell’Italia di ammorbidire la posizione di Germania, Francia e Regno Unito a proposito delle sanzioni internazionali), i sauditi sono fedeli alleati di Washington, che solo poche settimane fa aveva destinato loro uno stanziamento miliardario di equipaggiamenti militari, impiegati poi dall’Arabia Saudita nel conflitto in Yemen. Curioso che all’ONU nessuno si sia preoccupato del fatto che proprio nello Yemen, missili firmati Stati Uniti e sganciati dalla coalizione a guida saudita, siano piombati su un funerale uccidendo 155 persone.
In realtà, la posizione degli americani sul Consiglio per i Diritti Umani non è stata sempre univoca. Nel 2001, durante l’amministrazione Bush, gli USA mancarono la rielezione nell’ambito della Commissione ONU per i Diritti Umani, organismo poi sostituito nel 2006 dall’attuale Consiglio. Tuttavia, tra il 2006 e il 2008 gli Stati Uniti scelsero di non concorrere per riguadagnare il seggio, lamentando come l’organismo delle Nazioni Unite avesse perso credibilità, focalizzandosi solo ed esclusivamente su un’agenda anti-Israele. Con l’avvento di Obama, l’orientamento di Washington è mutato e dal 2009 in poi è iniziata una nuova luna di miele, che testimonia banalmente un cambio di strategia: mentre Bush impiegava come grimaldello per le proprie campagne militari la storiella dell’esportazione della democrazia liberale, o lo spauracchio della sicurezza nazionale minacciata dagli armamenti di Saddam Hussein, più sottilmente l’amministrazione Obama si è concentrata sull’uso politico dei diritti umani per screditare le potenze concorrenti (tuttavia, mentre l’opinione pubblica internazionale ha avuto buon gioco nello screditare Bush, nessuno discute il profondo umanesimo dei Democratici).
Si tratta della logica evoluzione dell’imperialismo statunitense, già prevista da Carl Schmitt. Il giurista tedesco spiegò bene come, almeno da Woodrow Wilson in poi, gli Stati Uniti avessero iniziato ad applicare uno schema “moralistico” alle relazioni internazionali, per cui le nazioni antagoniste non erano più “nemici”, ma “criminali” internazionali, da punire con azioni militari e diplomatiche che acquisivano la solenne sanzione etica del giudizio tribunalizio.
Quella dei diritti umani è una dottrina affascinante, ma poco sensata. Prima di tutto, per renderla digeribile al più ampio numero di Paesi e culture, le istituzioni internazionali l’hanno privata di un preciso fondamento filosofico o metafisico, facendone una mera asserzione che si presumeva “auto-evidente”. In secondo luogo, è chiaro come essa comunque attinga a piene mani da quella rappresentazione dell’individuo astratto, monade definita da una generica “umanità”, priva di concretizzazioni storiche, etniche, sociali, che il pensiero contemporaneo ha ereditato dalla sciagurata modernità. Ma soprattutto, dovrebbe essere ormai a tutti evidente che la dottrina dei diritti umani viene impiegata a uso e consumo degli americani, alla ricerca di una legittimazione come potenza egemone – già da quando, con gli Accordi di Helsinki del 1975, i sovietici furono attirati nella trappola di impegnarsi al rispetto dei “diritti dell’uomo”, clausola che poi venne puntualmente ritorta contro quello che Reagan, tanto per confermare l’uso del linguaggio moralistico denunciato da Schmitt, definì (peraltro giustamente) l’Impero del Male. Fu proprio così che nacque Human Rights Watch.
Oggi è forse venuto il momento di mettere in discussione la dottrina dei diritti umani, sui quali si divertono a versare fiumi di inchiostro i filosofi “liberal” dell’accademia statunitense. L’egemonia americana, che sta mettendo in pericolo la pace mondiale, passa anche da lì. E per l’ipocrisia delle Nazioni Unite, alle quali l’Osservatore Permanente della Santa Sede, l’Arcivescovo Barnardito Auza, qualche giorno fa ha esplicitamente rinfacciato gli «abusi sessuali e altre forme di sfruttamento da parte dei peacekeeper» dell’ONU. Ma gli stupratori non erano i preti?

 

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