24 ottobre 2016

Dopo la fine della Cristianità: bellezza, preghiera, sacrificio.

di Daniela Bovolenta
Sembra essersi diffusa una parola d’ordine nelle fila del cattolicesimo occidentale. Negli USA si parla da qualche tempo di “opzione Benedetto”, a suo tempo Giovannino Guareschi parlava di “salvare il seme”, senza contare Joseph Ratzinger, che già nel 1969 affermava durante una trasmissione radiofonica: “Dalla crisi odierna emergerà una Chiesa che avrà perso molto. Diverrà piccola e dovrà ripartire più o meno dagli inizi. Non sarà più in grado di abitare gli edifici che ha costruito in tempi di prosperità. Con il diminuire dei suoi fedeli, perderà anche gran parte dei privilegi sociali”. Anche Jacques Maritain rifletteva sulla fine della Cristianità e numerosissimi autori, di quella che possiamo chiamare la scuola Controrivoluzionaria, riflettono e scrivono a partire da questo dato di fatto.

Ci siamo, siamo al piccolo resto di Israele: un processo culturale durato secoli sembra ormai giungere alla fine. Siamo passati dall’ostilità di pochi nemici radicali, alla marginalizzazione sociale, all’irrilevanza, fino a giungere ormai alla persecuzione e, presto, al martirio. Non possiamo negare di aver contribuito spesso noi stessi alla nostra soppressione, con errori politici, strategici, umani, dottrinali, e di questo prima o poi spero ci si renderà conto.

Tuttavia, se l’annuncio di Cristo ha ancora un’attualità, se la sua promessa di salvezza non è stata falsa e vana, siamo ancora tenuti alla speranza. Speranza prima di tutto nella possibilità di una santità individuale, poi di una trasmissione del seme alle generazioni future, infine una speranza anche collettiva. Non nel senso, fallace, che un qualunque ordinamento civile possa automaticamente portare alla salvezza, non esiste e non può esistere nessun paradiso in terra, ma nel senso che alle società si possono dare ordinamenti più o meno conformi a rendere possibile, cioè a non ostacolare, la salvezza dei singoli. Senza nessun determinismo, e con la consapevolezza che la libertà individuale è un affare serio e inaggirabile, vogliamo ancora sperare in un mondo in cui annunciare il Vangelo integralmente non sia un’attività a rischio di marginalizzazione, censura, sanzione. Ma soprattutto vogliamo poter immaginare per i nostri figli un mondo dove il diritto naturale abbia effetto sulle leggi civili, in cui non sia possibile insegnare ai figli contro la fede dei padri, in cui la natura non sia una sorta di nuova divinità a sé stante, ma un libro che porta su di sé tracce del dito del suo Creatore.
Vogliamo un mondo dove la verità e la bellezza siano i primi criteri di giudizio, e si sappia invece che sentimenti e sensazioni riguardano un altro ambito, che non necessariamente è veritativo. Soprattutto vogliamo poter sperare nel Paradiso, e trasmettere la nostra speranza a tutti coloro che vorranno ascoltare.
Molti si chiedono, lo so, se non sia giunta l’ora di costruire nuovi monasteri. Se Don Massimo Lapponi cerca di fare una scuola a distanza, per insegnare le virtù disperse che possono far fiorire una famiglia (preghiera, arti decorative, canto...), l’amico Alessandro Benigni immagina qualcosa di forse ancora più radicale: una vita separata, quasi una forma di disobbedienza civile.
Io rumino e rumino tutte queste cose, quasi serbandole nel mio cuore. In passato ho scritto: “Questi monasteri domestici, isole luminose all’interno delle modernità, io li ho visti. Non sono resti del passato, attardati su una concezione del mondo ormai radicalmente fuori moda, ma germi del futuro.Come san Benedetto, che alla caduta dell’impero romano, non si preoccupa di salvarne i resti sparsi, ma di costruire uomini per il futuro, allo stesso modo vedo fare intorno a me. E non perché il futuro ci sembri un luogo teologico migliore del presente, ma perché il futuro si costruisce pazientemente oggi, educando, pregando e cercando Dio. I monaci tra la fine dell’Impero Romano e l’inizio del Medioevo salvano la cultura, la civiltà, persino la scrittura e l’agricoltura, ma non lo fanno per portare a termine un raffinato progetto culturale, lo fanno incidentalmente mentre sono presi dalla ricerca di Dio, quaerere Deum . Ma ancora mi chiedo come tutto questo possa tradursi in pratica.

In particolare a me interessano tre livelli:
1. come un mondo che scopre di non essere più la moral majority elabori delle strategie di trasmissione di fede e valori (o almeno ne discuta);
2. alcune specifiche comunità (ad esempio quella di Clear Creek) che si organizzano creando nuclei umani che approfondiscano al massimo la loro coerenza interna di vita, che condividano un orizzonte e che, nella pratica, abbiano mani libere in materia educativa, organizzativa a livello almeno locale, cultuale e culturale;
3. più di tutto: il “quaerere Deum ”, che è l’origine dell’opera di san Benedetto come ci spiega Benedetto XVI al Collège des Bernardins, e che non necessariamente si declina nella nascita di comunità separate, ma che altrettanto è radicalmente ostacolato nella quotidianità perché la persecuzione è vicina, è già in atto, e rimanere isolati e senza mezzi non ci rende più protetti. La lezione di san Benedetto mi pare significare, tra l’altro, che un mondo nuovo nasce quando si smette di puntellare quello vecchio che sta morendo e ci si rivolge completamente altrove. Non a caso non è stata l’opera di un individuo, ma di comunità e di una regola che plasma i rapporti tra gli uomini. In questo senso è illuminante dom Gérard Calvet, O.S.B., quando parla dello Spirito di cristianità.

Su quest’ultimo punto, in particolare, permettetemi di esprimere tutta la mia angoscia, mi pare che abbiamo ormai superato un punto di svolta e non credo che sarà considerato sufficiente constatare che prevalgono opinioni e stili di vita radicalmente contrari al piano di Dio: siamo ormai al punto in cui ci viene richiesto con sempre maggiore insistenza di “essere d’accordo”, di consegnare i nostri figli perché siano rieducati e ci guardino con diffidenza, di riconoscere di essere completamente impresentabili solo in quanto cristiani. Allora non so se l’opzione Benedetto costituisca una risposta, forse però elabora una domanda.

Io non ho soluzioni e ricette, solo alcune intuizioni: che la fede si risolleverà con la bellezza liturgica più che con mille piani pastorali, che la santità sarà più convincente di ogni discorso politico o sociale, che la bellezza dell’opera di Dio e di quelle degli uomini dissodi il cuore più arido e che, infine, non sarà ciò che è comodo e facile, ma ciò che è arduo, doloroso, difficile, a riportarci in pieno possesso delle nostre anime. Anche se ci piacerebbe che fosse il contrario, è il Sacrificio (e il sacrificio) la chiave delle nostre esistenze. L’uomo, diversamente da quel che ci dice il nostro tempo, è fatto di anima e corpo, e la dimensione spirituale prevale e giudica sull’altra. La nobiltà d’animo, la paternità spirituale, la grandezza e nobiltà interiore sono le uniche vere alternative alla vita da bestie tecnologiche che ci si sta preparando.

«Redimere tempus. — L’unica nobiltà dell’uomo, la sola via di salvezza consiste nel riscatto del tempo per mezzo della bellezza, della preghiera e dell’amore. Al di fuori di questo, i nostri desideri, le nostre passioni, i nostri atti non sono che «vanità e soffiar di vento», risacca del tempo che il tempo divora. Tutto ciò che non appartiene all’eternità ritrovata appartiene al tempo perduto .» (Gustave Thibon, L’uomo maschera di Dio , SEI, Torino 1971, p. 262)

Bellezza. Preghiera. Sacrificio (che è il nome dell’amore che dona sé stesso).
 

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