26 ottobre 2016

"In Rome we trust": l'ascesa dei cattolici nella vita politica degli Stati Uniti


di Alfredo Incollingo

Gli Stati Uniti sono una nazione per cattolici: a dirlo è l'esperto italiano di geopolitica Manlio Graziano nel suo ultimo libro, “In Rome we trust: l'ascesa dei cattolici nella vita politica degli Stati Uniti”, edito dalla casa editrice bolognese Il Mulino.
Sembrerebbe un controsenso per una nazione a tutti gli effetti protestante, puritana e secolarista, eppure i cattolici nel Nord America sono in costante aumento. Mentre assistiamo ad un calo in Europa, negli altri continenti la fiamma della fede arriva ad illuminare le terre più lontane e desolate. E' paradossale inoltre parlare di ripresa del cattolicesimo in una società laicista e nichilista, come quella americana, che del sacro ha fatto un oggetto da esporre sul camino o su qualche comò: il Buddha sul comodino e la Croce, minimalista, appesa ad una parete come un comune suppellettile.
Invece il professore Graziano ci mostra una realtà del tutto differente: i cattolici sono in aumento in tutta la nazione e hanno un peso politico enorme nonostante siano comunque (ancora) una minoranza. Basti vedere l'entourage di Obama che annovera consiglieri e ministri di fede cattolica, così come numerosi ruoli della giustizia, della difesa e dei dipartimenti di pubblica sicurezza sono occupati da esponenti di rilievo del mondo cattolico. E' un dato sorprendente per Roma, che ha intrattenuto con la Casa Bianca relazioni diplomatiche dalla fine della prima guerra mondiale con il presidente Thomas Woodrow Wilson, poi proseguite tra alti e bassi dai suoi successori. Di momenti di tensioni ce ne furono molti e si rischiò più volte la rottura diplomatica: è il caso della Guerra del Golfo del 1991, quando Bush senior entrò in crisi con il Vaticano per quanto riguarda la legittimità dell'intervento americano nel Kuwait; si temeva che l'influenza vaticana potesse causare defezioni tra i ranghi dell'esercito per l'obiezione di coscienza. Già all'epoca si avvertiva la forte presenza di cattolici nei vari livelli civili e militari dello Stato.
La svolta dei cattolici negli Stati Uniti ci fu con l'elezione del primo presidente cattolico americano, John Kennedy: da allora divennero una presenza costante nel seguito dell'inquilino della Casa Bianca. Probabilmente solo con Reagan tra Washington e Roma ci furono relazioni idilliache per comuni intenti: l'opposizione totale al comunismo sovietico. Come ricorda giustamente il professore Graziano i comuni propositi non hanno mai implicato gli stessi modi d'agire e gli stessi scopi: San Giovanni Paolo II e Reagan, pur condividendo la loro avversione al comunismo, hanno tuttavia perseguito obiettivi differenti (le preoccupazioni del Santo Padre erano di carattere religioso e umanitario). Da Reagan in poi ci furono continui rapporti diplomatici senza svolte particolari, fino all'elezione del cardinale Jorge Bergoglio. L'elezione al soglio pontificio di un papa sudamericano sembra sancire la forte influenza americana all'interno della Chiesa: Papa Francesco è stato eletto anche grazie all'appoggio che ha goduto da parte dei prelati nordamericani e sudamericani che hanno così ribaltato l'eurocentrismo del papato. Bergoglio non ha mancato di manifestare il suo interesse per la realtà americana sia per le questioni prettamente sociali sia per proporre una maggiore evangelizzazione del continente.
Graziano è chiaro nell'esposizione e ci illumina anche riguardo le cause di questo forte aumento dei cattolici in Nord America. Una delle possibili spiegazioni è di carattere etico e spirituale: gli americani soffrono di carenza di guide, di riferimento culturali e morali per cui vedono nel papa un pastore, un capo, anche se dall'estero. Questo spiega le numerose conversioni che ha portato diversi cittadini statunitensi ad abbandonare la loro vecchia fede e ad abbracciare il cattolicesimo.
Gli americani percepiscono la solidità dell'ortodossia e i nuovi fedeli sono all'ordine del giorno: questo è dovuto, secondo Graziano, all'approccio da “Chiesa in uscita” di Papa Francesco che, smettendo la veste di potere, va incontro alla gente, come fanno gli evangelici. Sembrerebbe a tutti gli effetti tra multinazionali che si spiano e che propongono lo stesso prodotto a costi sempre più bassi. Il testo di Graziano pare illuminare questo aspetto fosco del cattolicesimo contemporaneo. Un fattore non trascurabile è anche la forte presenza di ispano-americani che ha non poco influito sull'ordine sociale e ha posto una serie di quesiti recepiti e amplificati dal candidato alla presidenza Donald Trump.

E' giusto sollevare una serie di dubbi intorno all'interessante saggio del professore Graziano. E' vero che i cattolici negli Stati Uniti aumentano quantitativamente, ma è indispensabile valutare la qualità delle singole fedi. Il cattolicesimo liberale, che ha arrecato i danni peggiori nella Chiesa, è la versione che più aggrada la mentalità “liberal” dell'americano medio, che chiede comunque una fede leggera e quindi uno sforzo morale poco impegnativo. Già G.K. Chesterton lo aveva compreso nel suo viaggio americano! La società americana è multireligiosa e difende la libertà di religione: di per sé tutte le fedi sono la verità; la fede cattolica perde di sostanza e si riduce ad una delle tante scelte etiche e spirituali che chiunque può fare e cambiare quando vuole.
Capiamo bene che il problema di celebrare la crescita cattolica negli Stati Uniti ne comporta un altro, ovvero capire fino a che punto i cattolici americani siano cattolici: il professore Graziano mette bene in luce la tendenza autonomista delle singole conferenze episcopali nazionali che spingono per essere il più autonome possibili; il cattolico americano tenderebbe, come il suo omologo tedesco, a essere più indipendente da Roma. Specie in materia sessuale.
Da ciò derivano compromessi con il mondo, errori e eresie che quotidianamente ci regalano chiese effimere e tante piccole alternative, o sedicenti tali, alla Chiesa di Roma. Eppure è anche vero constatare sacche di tradizionalismo (i movimenti pro-life, per esempio) che a noi europei insegnano che la salvezza può venire anche dai luoghi più impensabili: l'America secolarista.
Per quanto riguarda la questione della “Chiesa in uscita”, smettendo le sue vesti di potere, la Chiesa smetterebbe anche se stessa: la Chiesa Cattolica è regale perché è il corpo mistico di Cristo Re e come tale deve rappresentare in Terra la sua maestà. Sembrerebbero parole illogiche, ma anche la veste fa il monaco. Una Chiesa pauperistica, che va incontro solo alla gente (tralasciando Gesù), “all'americana”, è una Chiesa che non riuscirà più a fare carità e si mischierà fino a confondersi con la società, cosa che in realtà non le spetta e deve sfuggire da tentazioni del genere.
La Chiesa deve invece saper andare verso il popolo, fare il vero apostolato, ma nello stesso tempo ricordare che Dio Padre è il soggetto del credo e non l'oggetto o il suppellettile.
Il testo di Graziano è illuminante su un fenomeno che non ci può non interessare, ma a un cattolico praticante e devoto non possono sfuggire alcune osservazioni che andrebbero ad integrare e, si spera, a migliorare il proficuo lavoro.

Un'ultima e non meno importante osservazione va fatto sul caso Donald Trump. Il candidato repubblicano ha sollevato il problema dell'eccessiva migrazione che potrebbe non poco destabilizzare l'ordine sociale americano. Questo non solo a livello religioso, ma anche sociale. La povertà acuisce e il conflitto tra poveri aumenta. Aggiungiamo che gli Stati Uniti, pur restando una grande potenza, hanno comunque risentito della presenza di concorrenti planetari temibili, l'economia americana potrebbe non riuscire ad assorbire l'ingente l'esercito proletario. Si è affermato, durante il seminario di presentazione del libro presso la Sapienza di Roma il 24 ottobre, che Trump possa essere l'alfiere dell'America protestante e capitalista contro quella cattolica e proletaria. E' vero che la dottrina sociale cattolica critica gli eccessi del capitalismo, ma non può certamente essere una paladina del socialismo. Come si è evidenziato durante i lavori congressuali, la dottrina cattolica garantisce un giusto mezzo tra gli eccessi. Trump, a parere di chi scrive, non è il soggetto di una guerra di religiose: Trump è un conservatore, ma laico; è vicino alla tradizione protestante, ma pur sempre è un laico che tratta allo stesso modo cattolici e protestanti, si inserisce perfettamente nella tradizione multireligiosa e tollerante dell'America anglosassone. Non è esente da critiche a gruppi evangelici o di altra confessione cristiana. Trump rispecchia le ansie della (ormai) declassata classe media americana che era la linfa vitale della nazione: di fronte alle sfide di un mondo multipolarizzato, Trump sogna una nazione di nuovo giovane e forte. Gli si può casomai rimproverai una certa vena utopica. La questione dell'immigrazione ha un valore prettamente sociale, di sicurezza e anche economica: accogliere e lasciar morire l'ospite è infamante, peggio che lasciarlo in strada tra stenti.  

0 commenti :

Posta un commento