15 ottobre 2016

La mistica e santa Elisabetta della Trinità e la sua lode al Dio Uno e Trino


di Alfredo Incollingo

Il 16 ottobre Papa Francesco ha canonizzato la beata Elisabetta della Trinità, suora carmelitana di origine francese, probabilmente un nome poco familiare all'opinione pubblica che solo i fedeli più devoti e attenti ricordano. Prima di tracciare una piccola biografia è indispensabile tratteggiare un ritratto spirituale della mistica francese e così conoscere una grande personalità del cattolicesimo moderno.
La sua adorazione per la Trinità è per noi un monito da tener ben presente: se non crediamo che Dio è Uno e Trino, allora dobbiamo, almeno per onestà intellettuale, cambiare religione. Tuttavia pur conoscendo le tre Persone divine e come si rapportano, a noi uomini è preclusa la conoscenza del pensiero e dell'agire divino: non potremmo mai comprendere la volontà di Dio, finché il Figlio farà il Suo ritorno e quando lo Spirito Santo ci farà dono della Grazia nel corso della nostra vita.
Santa Elisabetta adorò il Dio trinitario che ci ama al tal punto da incarnarsi e farsi Figlio e accettare la morte per riscattarci da essa e dai nostri peccati. La santa cercava la piena comunione divina, come i grandi mistici del passato, per rivivere e per poter comprendere il mistero della Trinità. La sua terribile malattia la fece soffrire, ma con gioia l'affrontò perché la morte le avrebbe spalancato le porte della vita vera. Accettò la volontà di Dio e scacciò la tentazione di maledire il suo destino, come ci è testimoniato, e visse il suo male come un ennesimo gesto d'amore del Signore: tramite la sua sofferenza Dio rimetteva i peccati dell'umanità. Come Cristo in Croce, Santa Elisabetta sentiva di provare le stesse pene sofferte dal Figlio nei momenti del sacrificio ed era conscia che il suo travaglio era necessario per riscattare un'umanità infedele. Era grata per essere stata predestinata al martirio ed era felice che il suo sangue, come quello del Signore, avrebbe salvato i cristiani dal baratro dell'Inferno. La mistica Elisabetta espresse nelle sue adorazioni il suo grazie a Dio e la sua fede nella Trinità, rafforzata dalle vicissitudini vissute.
Oggi purtroppo parlare di Trinità è alquanto “politicamente scorretto”: da un lato abbiamo laicisti sempre pronti a deridere, dall'altro abbiamo gente che parla di paganesimo o accuse di aver tradito la sostanza di Dio (quando invece la fede cristiana ragiona continuamente per conoscersi meglio, giungendo a capire che Dio è Uno e Trino); vi è un altro fronte, quello dei cattolici del compromesso che rinunciano al Dio trinitario per “facilitare” le relazioni ecumeniche. E' questo un gesto insensato e irrispettoso nei nostri confronti perché significa cedere senza motivo a pretese altrui e uniformarci per paura di essere criticati. Santa Elisabetta ci insegna invece che senza la Trinità Dio è dio, con la “d” minuscola: è un comune idolo, come tutti gli altri. Mentre il Padre ama i suoi figli fino a sacrificare il Figlio (che è Vero Dio, generato dalla stessa sostanza del Padre) e a donarci la sua Grazia tramite lo Spirito Santo. Se rinunciamo alla Trinità, il nostro non è più un Dio d'amore, ma un Essere lontano nei Cieli. La canonizzazione di Santa Elisabetta della Trinità sia intesa come un monito per non disonorare e spergiurare Dio e Cristo.

Elisabetta nacque il 18 luglio 1880 a Avor, in Francia, in un campo militare dove il padre era di stanza e qui rimase fino alla sua morte, quando aveva solo sette anni. Dei suoi primi anni di vita si ricorda il suo temperamento vivace e poco incline alla moderazione e questo comportamento sorprendentemente cambiò dopo la Prima Comunione. Ciò che le accadde è difficile dirlo: probabilmente Dio si era manifestato nel suo cuore e le aveva parlato d'amore e di misericordia. Tant'è vero che la giovane “Sabeth” (il suo nomignolo) faceva continue opere di carità, curando ammalati e distribuendo cibo agli indigenti. La vocazione religione si palesò da subito, ma la madre, volendola destinare ad un matrimonio di convenienza, rifiutò che lei entrasse nel convento carmelitano di Digione. All'età di 19 anni finalmente poté realizzare il suo desiderio: prese l'abito monacale e assunse il nome di “Elisabetta della Trinità”. Nel convento di Digione la giovane suora visse momenti alterni di misticismo e di aridità spirituale. Affrontò il normale conflitto tra fede e diffidenza, tra tentazione e fedeltà a Gesù. In lei si manifestò il desiderio di entrare in comunione con Dio e così carpire il mistero della Trinità. La malattia che la tormentò per anni (era la Sindrome di Addison, non curabile all'epoca), come si è già scritto, le regolò momenti di alto livello spirituale dove ebbe modo di amare Dio intensamente.
Non disprezzo mai la sua vita, ma gioiva per ciò che stava vivendo e prima di morire, il 9 novembre 1906, manifestò la sua felicità nel riconciliarsi finalmente con Dio. “Vado verso la Luce, l'Amore, la Vita!”
San Giovanni Paolo II ha sempre palesato la grande devozione per Elisabetta della Croce: la ritenne Venerabile nel 1982 e la beatificò nel 1984. Il Santo Padre parlò sempre di Santa Elisabetta come di un modello di fede e di speranza, che non cedette alla paura, ma rimase certa della bontà del Signore anche nella malattia.
Il 4 marzo di quest'anno Papa Francesco ha promulgato il decreto che riconosce la santità di Santa Elisabetta, autenticando un miracolo avvenuto per sua intercessione. Nel 2002 infatti una signora francese, Marie Paule Stevens, guarì dalla sindrome di Goujerot – Sjogren, un male al sistema immunitario, dopo aver pregato con fede Santa Elisabetta della Trinità.

 

0 commenti :

Posta un commento