24 ottobre 2016

“Rivolta alla Locanda” di Edoardo Dantonia


a cura della Redazione

Abbiamo intervistato Edoardo Dantonia,un giovane biellese che ha esordito con un breve romanzo per la collana UomoVivo (Berica Editrice).

Nel libro si cita continuamente e esplicitamente GKC. Qual è il motivo di questa riverenza, che sembra un'ossessione?
La mia potrebbe essere definita a tutti gli effetti una malattia, uno di quei morbi che quando ti prendono non puoi più curare. Chestertonite, ecco come la chiamerei. Da quando, intorno al 2011, conobbi il buon Gilbert, rimasi folgorato. Non era come gli altri autori, nonostante non avessi letto poi così tanto all'epoca, ma pareva bensì fatto di una pasta diversa, proprio di un materiale alieno. Il modo di esprimersi, le figure usate, le incredibili leggerezza e semplicità nel giungere a punti a cui tanti poeti e filosofi arrivano con giri di parole ed elucubrazioni ai limiti dell'assurdo: tutto in lui era (ed è) una ventata d'aria fresca. Così, per quel processo d'imitazione comune a tutti, io iniziai a fare miei il suo stile e la sua leggerezza. Certo, i risultati sono quel che sono, e io posso dire di aver eguagliato il nostro come un pollo spennacchiato potrebbe dire di aver eguagliato una maestosa aquila, ma la strada è quella e sono contento di essere così poco originale da percorrerla.

Come nasce questo libro? Il libro riguarda la nascita di un uomo libero, diciamo pure una conversione. Oltre al riferimento chestertoniano, vi è un intenzione autobiografica? E apologetica?
Il libro nasce da una vecchia idea che coltivo da anni, quella di un vecchio allegro e un po' folle che trascina in una serie di avventure un giovane cinico e serioso. C'è certamente l'idea di una conversione, di un cambiamento, di una rivolta per l'appunto. E altrettanto certamente c'è un qualche riferimento autobiografico. Ma, come ho scritto in parte già nei ringraziamenti (che sono anche una postfazione), non sono io che faccio la morale agli altri, mostrando il mio modello, quello buono di Pecherton, contrapposto a quello cattivo degli altro, quello di Malthus. In realtà tutto il racconto è un continuo redarguire me stesso, è un puntare il dito più contro di me che contro gli altri. Sono io il giovane sempre troppo serio e cinico per questo mondo pieno di meraviglie. La rivolta di cui parlo è quella che io dovrei condurre nei confronti di me stesso e di quella parte di mondo che ci vuole seri e posati, cinici e disincantati.

Nel libro si scorge una lotta tra i pochi folli e felici che vivono vedono la realtà e i molti ubriachi e tristi di politicamente corretto. Come proseguirà questa lotta?
Da come vanno le cose ultimamente, sono sempre più solito pensare che il destino dei cristiani sia di tornare a nascondersi nelle catacombe (passatemi questa inesattezza storica) e che il buon senso comune sarà sempre più schiacciato sotto il peso della logica. Solamente, avremo nascondigli manifesti, alla luce del sole. Le persecuzioni ai nostri danni saranno più subdole di quelle che avvenivano anticamente e che avvengono tutt'ora in certe parti del mondo orientale, e già ora è scandaloso mostrare un piccolo crocefisso al collo e farsi il segno di croce in pubblico fa quantomeno storcere il naso, come se ci si grattasse l'inguine. Ma sappiamo bene che la vittoria di Cristo e della Chiesa non passerà per cose mortali e terrene, per cui la cosa non mi spaventa poi così tanto.

Il Cielo è dei violenti? Questo romanzo cristiano è pieno di risse. Come si concilia questo con il cristianesimo?
Il Cristianesimo non è mai stato qualcosa di delicato e posato, Cristo stesso nel Vangelo usa frequentemente parole tutt'altro che dolci, fino al famoso episodio dei cambiavalute nel tempio. La violenza che usa Pecherton non è mai fine a sé stessa, gratuita, ma ha sempre un fine buono. Non mette al tappeto i poliziotti per il gusto di farlo o per qualche odio nei confronti delle divise, ma bensì per rispondere ad un'impellenza, per difendere un povero locandiere dalle vessazioni dello stato.

All'inizio nulla lo fa presagire, ma il racconto è anche e forse soprattutto una sconvolgente storia d'amore...
A un tratto nel racconto dico che per muovere un cuore ci vuole un grande calore, e nello specifico si parla di un atto di gentilezza gratuita del buon Pecherton. Ma la verità è che il vero calore, il vero motore di tutto è l'incontro con la sua bella, la donna che lo ha fatto uscire dal suo bozzolo di cinismo e disincanto. Pecherton è di sicuro un pazzo con una forza (morale e fisica) fuori dal comune, ma ha bisogno di materiale su cui lavorare, ha bisogno di qualcosa di concreto verso cui far tendere il giovane Malthus. È vero che non ci si salva da soli, che sono gli altri a tirarci fuori dal nostro buco, ma è altrettanto vero che è un evento concreto o una persona in particolare che ci trascina all'esterno. D'altronde, ogni rivolta che si rispetti inizia con un atto violento, e in questo caso è il colpo di fulmine che coglie il giovane esattore nell'autogrill.

 

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