11 novembre 2016

Come Davide contro Golia


di Niccolò Mochi-Poltri

Ebbene ha vinto le elezioni presidenziali statunitensi dell’a. D. 2016 il tycoon newyorkese Donald J. Trump, sconfiggendo la favorita Hillary Clinton, dopo uno scontro che rievocava, parodiandolo, quello biblico tra David e Goliath, dove però quest’ultimo si è reincarnato nella persona di una donna resa apparentemente gigantesca dall’allure mediatico, mentre il primo in uno stravagante ed a tratti grottesco miliardario armato solo della fionda con la quale scagliare contro l’avversario le pietre durissime ed acuminate del proprio ego. Tanto nell’episodio biblico quanto in questa sua parodia contemporanea ancora noi ci scopriamo sorpresi di come si sia infine risolto lo scontro.
Ma in verità, se riusciamo ad emanciparci dai pregiudizi ideologici e dai moralismi spiccioli dei commentatori filistei, e proviamo ad osservare la realtà fattuale della politica statunitense per come è emersa da questa tornata elettorale, potremmo scoprire che l’esito del voto non è poi così inaspettato e sconvolgente, o quantomeno non lo è nelle ragioni che lo hanno prodotto - mentre per le conseguenze che produrrà sarebbe per il momento meglio non pronunciarsi ed avere, come sempre, fiducia nella Provvidenza.
Dunque, Donald J. Trump ha vinto procedendo in direzione ostinata e contraria: contraria al suo stesso partito, contraria alla grande finanza ed al suo apparentemente fondamentale assenso, contraria alla quasi totalità dei mass-media ed ai loro pronostici ed endorsments, ma soprattutto contraria alle variegate correnti progressiste, dall’intellighentia salottiera e benpensante alla patinata galassia delle stelle hollywoodiane, passando da quelle enclaves narcisiste degli immigrazionisti, degli internazionalisti, delle LGBTQ, etc.
Per confrontarsi con tutto questo, si diceva, Trump ha dovuto caricare la sua fionda con l’unica arma di cui poteva disporre liberamente, cioè sé stesso: ed è sé stesso che ha scagliato in tutta la sua realtà e concretezza, nella sua immagine di self-made-man miliardario e di successo; così come nei suoi tratti caricaturali e talvolta grotteschi, che però, se a noi italiani ed europei ci hanno fatto ridere o inorridire, hanno invece evidentemente risvegliato qualcosa nella maggioranza del popolo elettore statunitense. Qualcosa che noi ed i nostri ottusi commentatori politici non siamo riusciti a scorgere perché abituati, anzi direi assuefatti, ad osservare gli U.S.A. da una prospettiva distorta dalla lontananza, geografica e culturale ad un tempo; ma che non sono riusciti a scorgere nemmeno i loro progressisti, data l’atrofia delle loro menti verso un futuro che è solo ideologia, irrealtà artificiale: qualcosa che perciò avevano dimenticato esistesse, ma che difatto ha dimostrato di esistere e di essere forte.
Tale qualcosa consiste in una coscienza pragmatica delle necessità del quotidiano vivere, che si sviluppa in quel suggestivo ideale dell’opportunità così intrinseco al Volksgeist statunitense, ma che decenni di ideologia progressista avevano offuscato e distorto. Di questa coscienza Trump si è fatto interprete, e gli elettori della “migliore delle democrazie” lo hanno eletto, cosicché gli U.S.A. hanno riottenuto il presidente che spetta loro, e la civiltà occidentale una fondamentale lezione su quanto siano importanti le radici storiche dei popoli.  

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