26 novembre 2016

Diecimila occhi di bronzo perché, alla fine, l'ultima parola è dei pavoni

(SULLE TRACCE DI FLANNERY O’CONNOR)

di Matteo Donadoni

«Se qualcuno ci chiede di cosa tratti una storia, l’unica è rispondergli di leggerla» 
(Flannery O’Connor, Nel territorio del diavolo)

CONNORIANA I - Inutile negarlo: adoro le pollastre con le calze. Però, fatto all’occhio decisamente più appagante, ancor di più amo i maschi con le calze. Ma prima di giungere a conclusioni affrettate, affretto la conclusione: tutto ebbe inizio nel pollaio.

Nonostante io sia un grande estimatore della maestosa razza Brahma gigante bianca ed ex pollicoltore amatoriale della Cocincina gigante fulva (sono ambedue calzate), devo ammettere che non mi è mai capitato di impartire un qualsivoglia comando a nessun volatile, tanto meno di riuscire a far camminare una gallina all’indietro. Anzi, a dirla tutta, non mi è mai nemmeno passato per la mente di poter insegnare alcunché ad un pennuto. Forse potremmo risolvere semplicemente così il discrimine fra una mente geniale e una dozzinale. Per questo scrivere di Flannery O’Connor è, per me, spaventoso. Una donna quasi santificata. Un’icona della narrativa. Una scrittrice scrigno di metafore, la cui opera è tutto oro, con la quale prima o poi chiunque voglia scrivere deve fare i conti.
Tutto ebbe inizio nel pollaio, dunque. Non per me ovviamente, ma per la O’Connor, che aveva la passione dei pavoni, pur allevando oche, quaglie, polli di diverse razze, fagiani, tacchini, e che divenne famosa in America per una particolare Bantam Cocincina marrone chiaro con la particolarità di camminare sia avanti che indietro. Per fotografarla mandarono nella placida Savannah dalla caotica New York perfino un fotografo della rivista “Pathé News”.
Nata a Savannah, in Georgia, nel 1925, all’età di dodici anni si era trasferita con la famiglia nella tipica casa di campagna del Sud, a Midgeville, proprietà della famiglia materna, i Cline, fin da prima della Guerra di Secessione. È una fattoria di duecento ettari, che ovviamente ha una produzione diversificata, come tradizione voleva, quindi allevamento ed anche caseificio. Nel 1950 si manifesta la malattia, ereditata dal padre, che ne farebbe la scrittrice preferita dal dottor House. La cura cortisonica è devastante per il suo corpo, un vero calvario. Sofferenza, passione per la scrittura e per i pavoni riempiono le giornate di questa tenace scrittrice del Sud. Scriverà fino agli ultimi giorni di vita, costretta in un letto, dove le capiterà di tornare con la memoria alla breve esperienza nella Grande Mela, scrivendo: «Il vecchio Dudley si chiedeva perché mai la gente si desse la pena di uscire di casa» (“Il geranio”, in “Tutti i racconti”, Bompiani). Nelle grandi città la vita è così diversa. In metropolitana la gente che scende spinge la gente che sale. Ogni uomo va di fretta, mangia di fretta, dorme di fretta, incontra una donna di fretta, nell’anonimato totale. Tutti corrono, così che i treni, in città, si fa sempre appena in tempo a prenderli. Tutti. A Savannah avrà avuto certamente anche il tempo di contemplare la peculiarità del Sud – che non è la schiavitù, ma la bellezza –, dove le case possono essere tra i più pittoreschi esemplari di architettura d’anteguerra andata in malora. “La bellezza è il nostro capitale”, fa dire al bisnonno di Calhoun, personaggio de “La festa delle azalee”. Ed è proprio una bellezza “da azalee”, non un “callimorfismo” (Eurip.) metafisico o lessicale, ma una bellezza naturalistica ed umana, una luminosità rurale del quotidiano, che filtra con tinte shakespeariane quando il racconto vive di una giornata tetra. È il mistero stesso della vita a rimescolare, a volte con violenza, gli elementi del reale, ed è proprio il mistero il fulcrum rotationis delle opere della O’Connor.
«Credo che uno scrittore serio descriva l’azione solo per svelare un mistero. Naturalmente può essere che lo riveli a se stesso, oltre che al suo pubblico. E può anche essere che non riesca a rivelarlo nemmeno a se stesso, ma credo che non possa fare a meno di sentirne la presenza» (“Conversations with Flannery O’Connor”, M. Magee, University Press of Mississippi, 1987).
Inutile dire che è un mistero sconvolgente per il lettore. È impossibile identificarsi nei suoi personaggi senza superare l’iniziale repulsione, scaturita dalla rappresentazione di una realtà disarmata, come è, grezza e nuda, insieme carnale e spirituale, l’essere umano come luogo dell’eterna lotta fra bene e male, nessun soggetto escluso.
Flannery O’Connor choca il lettore. Questo choc è veicolato dal simbolismo. L’importanza dei simboli sta nel trascendere la scissione fra l’insulso del quotidiano e l’accadimento improvviso che rompe la scena. «I simboli sono degli affari enormi che ti sbattono in faccia» (Conversations with Flannery O’Connor).
Simbolo è, ad esempio, la gamba di legno della dottoressa Joy/Hulga di “Brava gente di campagna”: simbolo della sua menomazione spirituale (l’unica cosa in cui crede è che non crede a niente), oltre che essere proprio una gamba di legno e cioè l’evidenza stessa della propria menomazione corporale.
Simbolo concreto ed onnipresente nella vita dell’autrice è il pavone, animale la cui carne nel Medioevo si riteneva non potesse decomporsi, perciò, unitamente al perpetuo rigenerarsi della magnifica coda, simbolo d’eccellenza di Nostro Signore Gesù Cristo.
La verità è che il mistero è la radice dell’esistenza. Forse questo il significato dell’opera connoriana.
«Il significato è ciò che impedisce al racconto di essere breve, pur nella sua brevità. Preferisco parlare del significato di un racconto, piuttosto che del suo tema. La gente parla del tema di una storia come se si trattasse dello spago con cui è legato un sacco di mangime per i polli: se riesci ad acchiappare il tema come se fosse il capo giusto dello spago, la storia ti si riverserà addosso e potrai dar da mangiare ai polli. Ma non è questo il modo in cui il significato agisce nella narrativa. […] Il significato deve essere incorporato nella storia, calato nel concreto. Il racconto è un modo per dire qualcosa che non può essere detto in nessun altro modo. […] Nella narrativa il significato non è astratto ma vissuto…». Essa è un’arte che richiede un’attenzione scrupolosa al reale. Il narratore deve mostrare il reale, non parlare: il tipico problema «è come far sì che l’azione descritta riveli quanto più possibile del mistero dell’esistenza».
Si tratta di saper vedere, più che di saper scrivere. Dopo tutto. Scrivere è mostrare. In ciò Flannery rimane la bambina che sa mostrare una gallina che cammina all’indietro, perché primariamente ha pensato in modo inconsueto, perché ha saputo osservare una gallina e notarla. La sua narrativa ha una persistenza pittorica cogente incarnata in una scrittura ricca e brutale. Niente a che vedere con i più diffusi prodotti di consumo, ai quali la scrittrice non nega la dignità commerciale, ma preferirebbe che certi “spiriti artistici” venissero stroncati sul nascere. Magari già a scuola. «In realtà se, per natura o per esercizio, costoro imparano a scrivere abbastanza male, potranno fare un sacco di soldi, e in un certo senso sembra un peccato negare loro l’opportunità; ma, a meno che il college non sia diventato un istituto commerciale, ha ancora delle responsabilità nei confronti della verità; per conto mio ritengo che certe persone vadano soffocate con tutta la rapidità del caso». (“Natura e scopo della narrativa”, ne “Il territorio del diavolo”). E non crediate che io non sappia di essere fra i candidati all’annegamento precoce nel trogolo dei maiali connoriano. Ad ogni buon conto, se è vero che “Il vero genio riesce ad istillare un’idea anche in una mente inferiore” (Brava gente di campagna), forse possiamo almeno occuparci delle idee, del quid, se non del come.
Il fatto è che scrivere è un affaraccio brutto. Soprattutto se vivi dalle mie parti, dove spesso si usa la roncola al posto del coltello. In ogni caso è fondamentale sapere che l’ultima parola è sempre dei pavoni.

Post scriptum.
Meno male che non scrivo. Altrimenti sarebbe davvero grave l’aver scritto un pezzo che parla di Gesù, dimenticandosi del protagonista.

 

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