14 novembre 2016

I mostri sacri: quando il brutto si fece arte e venne appeso nelle chiese


di Giorgio Enrico Cavallo

Un’indagine del Censis, recentemente, ha rivelato l’ignoranza abissale degli italiani in fatto di fede cattolica. Non c’è da stupirsi: lo sappiamo benissimo. Ma al posto che domandarsi come mai la gente non legga più il Vangelo, domandiamoci una cosa: quali immagini vengono associate alla figura di Cristo?
Per secoli, infatti, l’Europa ha tramandato la sua fede con le immagini. Passata la fase di evangelizzazione del tardo impero romano, quando il continente si impoverì e divenne frontiera da difendere contro i barbari e contro le eresie, il popolo è stato educato, più ancora che dai preti, dalle immagini sacre che venivano raffigurate sulle pareti delle chiese. C’era la vita e la predicazione del Cristo, c’erano le storie di san Francesco o sant’Antonio; c’era il succo di quella complessa eppure semplicissima teologia mariana spesso nota più ai semplici che ai sapienti.
Non è mistero che nel Medioevo la stragrande maggioranza della popolazione non sapesse né leggere né scrivere. La lettura e la scrittura erano arte dotta, propria di chierici e prelati, e tutto era confinato in una lingua – il latino – morta e stramorta. Era evidente che il popolo, incolto, apprendesse dalle mute immagini che decoravano le chiese. E probabilmente ciò giovava pure ai sacerdoti, ai monaci, ai chierici: a tutti coloro, insomma, che la Bibbia dovevano conoscerla – è il caso di dirlo – a memoria e che spesso dimenticavano qualche passaggio. L’importanza della memoria visiva era già stata affermata da Sant’Agostino (Confessioni, X, 18.27) e poi ripresa da una moltitudine di autori successivi, che d’altro canto avevano a loro volta appreso ed imparato sui mosaici e sugli affreschi, od osservando le vetrate delle cattedrali gotiche.
Possiamo dire lo stesso oggi? Le chiese, dal razionalismo in avanti, si sono spogliate di decorazioni artistiche e, quando qualche sparuto quadro è rimasto, esso ha perso la sua stessa funzione di elevare l’uomo a Dio. Le icone – se non sono state, grazie ad un intervento della Provvidenza, sostituite almeno da icone di tradizione ortodossa – sono diventate dei complessi nonsense, dove la figura di Cristo è stilizzata, scomposta, deformata. Naturale: gli artisti – pietà! – contemporanei seguono quella che è l’arte – pietà! – contemporanea, che tutto vuol essere, fuorché raffigurazione del vero e del bello. Si assiste, così, ad un’arte sacra che nulla ha di sacro, perché priva delle categorie di verità e di bellezza proprie della fede cristiana.
Senza verità, non c’è bellezza: posso fare un quadro astratto, il più complesso e il più raffinato del mondo; ma non sarà mai “bello” di una bellezza naturale. Esso sarà semmai “bello” di una bellezza fredda, artificiale, come possono essere belli una macchina, un ingranaggio, una fabbrica. Ma Cristo vuole parlare al nostro cuore di uomini, non alla nostra voluttà di piccoli ingegneri. L’arte contemporanea, in definitiva, non può essere applicata all’arte sacra perché essa ha delle categorie differenti: esalta il dubbio ed il relativismo – ed è innegabile che, in un quadro astratto, ognuno possa vedere ciò che vuole – mentre la fede si basa sulla verità del Vangelo.
Va da sé, poi, che quando si assume l’arte contemporanea come forma di decorazione delle chiese, vien meno anche il concetto stesso di decorazione. È innegabile che gli affreschi di Giotto o di Michelangelo istruiscano più di mille prediche; può dirsi lo stesso delle scadenti forme di arte delle quali sono piene le chiese moderne? Cristi sbilenchi e scheletrici, Madonne dal volto enigmatico e inespressivo, santi che sembrano vaghe sagome in luoghi indefiniti ed allucinati. E questo quando ancora va bene; ma spesso gli artisti più che sui singoli episodi evangelici – ridotti generalmente a tre: la nascita di Cristo, l’ultima cena e la crocifissione – preferiscono passare a piani del tutto metafisici: ecco che compaiono simboli remoti e di difficile decifrazione: forme geometriche, mani che “fanno cose” ma non ci capisce bene cosa, occhi che guardano, spiriti a mo’ di colombe che svolazzano qui e là senza saper che fare; il tutto usando colori che fanno a cazzotti con l’armonia e l’eleganza e ti fanno distogliere lo sguardo il più rapidamente possibile.
Queste raffigurazioni sono note ad ognuno di noi e vanno di pari passo con l’incapacità degli artisti di oggi, palesemente inadatti ad assurgere al ruolo di “educatori visivi” perché – viene da pensare – sono essi stessi da educare al Vangelo.
La cosa più evidente in tutto questo panorama sconcertante è che l’arte visiva “sacra” è morta, ancor più di quanto sia morta l’arte visiva “laica”. Nel secondo caso, infatti, l’ignoranza e la bestialità dei moderni artisti è anzi richiesta e applaudita: più le produzioni artistiche sono criptiche, oscure, scandalose e demoniache – sì, proprio demoniache – tanto più questi presunti autori sono pagati e acclamati. Nel campo del sacro, semmai, sono pagati ed acclamati in certi ambienti ecclesiastici che hanno perso – sembra – la tramontana, costringendo i fedeli a pregare in chiese dall’architettura oscena e proponendo loro presunte icone che di sacro hanno solo la benedizione del prete. Non sorprendiamoci, quindi, dell’ignoranza dei cattolici: spesso, va di pari passo al cattivo gusto dei loro pastori. Mala tempora currunt…

 

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