08 novembre 2016

Il potere cambia volto. E Trump non potrebbe vincere (anche se vincesse)


di Alessandro Rico

Il sabato prima delle elezioni americane, il Corriere della Sera ha presentato una “equilibrata” panoramica della situazione. Un articolo paventava che Trump potesse mandare in giro squadroni di sostenitori armati di cani e fucili per spaventare gli elettori. Un altro proponeva un confronto tra il programma del magnate newyorchese e quello della Clinton: se vincerà Trump, borse a picco, presidenza bloccata dal Congresso, guerra mondiale alle porte; se vincerà Hillary, economia col vento in poppa, giustizia sociale come in Paradiso, escalation militare in Medio Oriente spacciata per una provvidenziale rottura con le indecisioni di Obama. Non che qualcuno oltreoceano legga il Corriere. Ma dato che l’élite che regge le sorti dell’Occidente ha ormai un carattere transnazionale, la sostanza cambia davvero poco se da via Solferino ci si trasferisce al Washington Post, al New York Times o alla CNN. E questo spiega perché Trump non potrebbe vincere, anche se vincesse.
Il problema non è se Trump piaccia o meno all’America. Il problema è che lui non piace a una cordata composta da guru dell’alta finanza, banche d’affari e altre concentrazioni di capitale che stipendiano esponenti politici e la maggior parte dell’editoria. Quanto ci metterebbe George Soros, che a queste strategie è avvezzo (impossibile dimenticare l’attacco speculativo a lira e sterlina, all’inizio degli anni Novanta), a scatenare una tempesta finanziaria, se martedì notte il mondo scoprisse che il quarantacinquesimo Presidente degli Stati Uniti dovrebbe diventare Donald Trump? La Gran Bretagna, ad esempio, ha già serrato i ranghi. Il bello della cultura liberale di quel Paese è che una sola attivista pro-UE può averla vinta sulla maggioranza del corpo elettorale e costringere la Brexit ad attraversare un altro, rischioso passaggio (visto che la maggioranza dei parlamentari, sulla carta, era favorevole al remain). Nella culla del garantismo e delle libertà costituzionali, si può forse narrare la storia romantica di un sistema di potere che bilancia le manifestazioni della volontà popolare con il principio della sovranità del Parlamento. Ma gli Stati Uniti dovevano essere una nazione senza aristocrazia, nella quale i contrappesi alla tirannia della maggioranza, temuta già da Tocqueville, andavano ricercati nella Costituzione (l’interpretazione della quale fu presto avocata dalla Corte Suprema), nel Senato (eletto su base territoriale), nel meccanismo indiretto di nomina del Presidente e nella possibilità di veti incrociati tra costui e il Parlamento. 
La realtà, però, è che a governare sono i soldi. Un tempo i Fugger tenevano in pugno Carlo V, sovvenzionandone il dominio imperiale. Oggi c’è Wall Street – non tutta Wall Street, solo un ristretto circolo di personaggi che conoscono l’indirizzo e-mail di John Podesta, il responsabile della campagna elettorale della Clinton. Un circolo (vizioso) nel quale danzano i politici attraverso fondazioni private finanziate da capitani della Borsa, quando non da potenze straniere che con una mano danno a Hillary e con l’altra all’ISIS (almeno è questo che sostiene Julian Assange).
Machiavelli insegnava che una delle caratteristiche del potere sono gli arcana. E mai come oggi il potere è arcano, nascosto, ineffabile, eppure pervasivo, perché globalizzato. Mai come oggi la dimensione propria della politica, cioè il conflitto tra ideologie e visioni del mondo, appare “neutralizzata”, come denunciava già Carl Schmitt, dall’egemonia di una tecnocrazia planetaria che sente sempre meno il bisogno di occultarsi dietro i riti della democrazia parlamentare. Di quest’ultima, non resta che l’illusione di poter scegliere tra i candidati (preselezionati dalle élite stesse), mentre i paladini “anti-establishment” sono destinati o a diventare essi stessi “classe politica”, come sosteneva Gaetano Mosca, oppure a essere fagocitati dall’ordine costituito. E con l’aiuto dei grandi gruppi editoriali compiacenti, dei loro corsivi e delle loro macchine del fango, l’élite transnazionale trova sempre parvenze di giustificazione alle proprie scelte, dinanzi a un’opinione pubblica istupidita dai pettegolezzi e ridotta a un ectoplasma. Che ci piaccia o no, sotto la spinta di questa globalizzazione dei nuovi centri di potere, la vecchia tecnologia politica occidentale, la democrazia liberale, ha cambiato volto. Per questo Trump non potrebbe vincere, anche se vincesse.

 

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