12 novembre 2016

Il Presidente Pesche e Panna Montata

(dove si spiega la banalità taciuta)

"Buonanotte, andate a casa..." (John Podestà)

di Matteo Donadoni

Si conclude così, con un beffardo motto in stile bergogliano interpretabile a rovescio, l’elezione presidenziale americana più aspra e incompresa dai giornalisti di tutto il mondo. Buonanotte. Sì, buonanotte all’ideologo delle “primavere cattoliche”.

Il pomeriggio dell'8 novembre, ben prima del rosario, ho whatsappato senza paura al buon Filipazzi la vittoria certa di Trump. Il mio informatore in America, Andrea Esposito, mi aveva appena riferito di aver raccolto diverse dichiarazioni di voto repubblicano nel cuore delle grandi città yankee, roccaforti democratiche. Informatore affidabile, facilmente camuffabile da americano per via della stazza (si pesa in libbre già dalla terza media), ha la spigliatezza di uno scugnizzo e una maglia pro Donald, con la quale riuscirebbe a far sbottonare qualsiasi “trumpista” occulto. Prima speranza. Fattasi convinzione in breve tempo a seguito di tre indizi:

Primo - Indizio stocastico: statisticamente chi prende la Carolina del Sud diventa poi presidente.
Secondo - Indizio storico-culturale: mi sono reso finalmente conto che il nero medio non alzerà mai le chiappe per andare fino al seggio a dare il proprio supporto ad una vecchia riccona bianca.
Terzo - Indizio sociologico: i famigerati ispanici. Gli ispanici non sono un popolo omogeneo, ma provengono da più nazioni. Gli esuli cubani ad esempio sono arrabbiati con Obama per le concessioni ad una dittatura crudele che li ha affamati e scacciati. Fatto generale da unire al fatto particolare: un messicano preso a caso, intervistato dal nostro agente inviato per l’occasione a Boston (a spese sue), ha espressamente affermato con decisione il suo voto per Trump.

Tre indizi non fanno una prova e un messicano non fa primavera, ciò nonostante, appena ho visto che le proiezioni davano Trump vincente in Florida alla faccia di tutta la prosopopea dei giornalisti italiani tramutati improvvisamente in vedove inconsolabili, me ne sono andato a dormire, certo della sconfitta della senatrice più temuta dai nascituri.

Al risveglio stamane ho scoperto alcune novità, carissimi giornaloni nostrani:
A - evidentemente non ci sono ispanici in Florida.
B - evidentemente non ci sono donne in Ohio.
C - evidentemente non ci sono operai in Pennsylvania.
D - evidentemente non ci sono neri in Carolina del Nord.

L’ideologia, come al solito, non collima con la realtà.
Chissà cosa direbbe oggi di questa elezione quella che potrebbe essere definita la scrittrice più amata dal dottor House, Flannery O’Connor. In qualche modo il mondo descritto nei racconti dell’autrice cattolica di Savannah ha avuto la meglio sui chiacchieroni di città.
Aveva ragione il professor Victor Davis Hanson, uno dei maggiori storici conservatori americani, docente alla California State University: «Di tutte le crescenti divisioni dell’America – rosso-blu, conservatore-liberal, repubblicano-democratico, bianchi-non bianchi – nessuna è più tagliente di quella tra città e campagna».

Quella del quarantacinquesimo presidente degli stati Uniti d’America è la storia della la vittoria degli onesti lavoratori della provincia sui maneggioni buoni a nulla di Wall Street, finanziatori sbracati di una senatrice navigata e senza scrupoli a Bengasi. Soprattutto la sconfitta di chi pretende di fare soldi con l’aria fritta, cioè senza lavorare. La vittoria del figlio di un “self made man” contro l’intero sistema mediatico e perfino una parte del proprio stesso partito. La vittoria dei padri di famiglia “middle class” contro i radical-chic omosessuali. La vittoria dei cristiani contro gli atei. La vittoria del paese reale contro l’ideologia. Donald Trump, la barzelletta dei benpensanti, l’8 novembre 2016 ha stravinto, aggiudicando ai Repubblicani anche il Congresso.
Da ragazzo di provincia che lavora in città (bè lavora… pigia bottoni più che altro), mi son sempre chiesto come sia stato possibile arrivare al punto perverso di impilare case letteralmente una sopra l’altra e non conoscere mai l’inquilino del piano di sotto. Questo è il grande inganno urbano: gli abitanti delle città possono lavorare per lunghe ore in ufficio in mezzo a centinaia di migliaia di persone, ma spesso rimangono al riparo dal mondo naturale, sono esseri umani sociologicamente individualizzati, avulsi dal proprio habitat naturale. In campagna sappiamo tutto di tutti, e, nonostante ciò, non ci spariamo addosso l’un l’altro. Anche se non abbiamo ancora realizzato l’antico sogno chestertoniano di tre acri ed una vacca, sappiamo sopportarci almeno quanto sappiamo che le città sono un male necessario. «La vita rurale storicamente ha incoraggiato l’indipendenza, e lo fa ancora, anche nel globalizzato e cablato XXI secolo. Il buon cittadino è definito come qualcuno che possa prendersi cura di se stesso». Questa è la ragione reazionaria che dalle praterie ha sospinto Trump alla Casa Bianca.
Non è cattolico Donald e certamente non sarà il miglior presidente possibile, ma, visto Barack Hussein Obama, nemmeno il peggiore. Inoltre ha una peculiarità: sarà il primo presidente USA ad essere amato dai Russi.
A me, tutto sommato, Donald non fa paura, mette appetito. Pesche con panna montata.

 

1 commento :

  1. Quello che fa più indignare è che non si rassegnano i radicalchic di tutte le sinistre organizzazioni mediatiche globali e sputano veleno.....15/20 $ all'ora è la paga degli sfasciatori protestanti, i blackblock USA ed altri paesi, anche europei, paga Soros and.co. gli emirati/emiri non l'hanno digerita, 100 mld.$ per la campagna clintoniana in fumo.......mai goduto tanto e sì che mi frega niente della politica, estera ed interna, ci imbrogliano tutti. DT si è fatto tutta la rusty belt, ha stretto mln.di mani callose, Killary solo in INN e Hilton a pagamento, a botta di 25.000 $ a cena, fatevi due conti,ah, dimenticavo, Trump rinuncia allo stipendio presidenziale, mentre lo sbarackato, poverino, si è comprato una mega villa alle Hawaii da 5 mln.$, non male per un pensionato....

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