03 novembre 2016

Il senso cristiano della storia di fronte a Lutero, il rivoluzionario (II parte)


di Daniele Barale

Al momento, dopo la I parte, dovrebbero essere più chiari il contesto dentro il quale si muoveva Lutero e quegli aspetti storici profondi che gli permisero di trovare molti seguaci. Quindi, torniamo ai punti fondamentali della sua protesta contro le indulgenze.

Che Papa Giulio II avesse deciso nel 1506 di costruire una nuova chiesa di San Pietro non poteva costituire materia di serio biasimo in quanto la vecchia, eretta nel quarto secolo, era stata allargata e restaurata il più possibile e per cinquant'anni addirittura giudicata come malsicura e pericolosa. Allo scopo di sollecitare i contributi, il Papa promise un'indulgenza e non già, come superficialmente fu affermato, una particolare licenza per commettere peccati, dal momento che una delle condizioni fondamentali fu quella di confessarsi e di accostarsi alla Comunione. La confessione libera l'uomo dal peccato, ma non dalle pene temporali relative al peccato stesso; infatti Dio, come Padre, può perdonare un peccatore ed insistere sulla penitenza che il figlio deve compiere, proprio per ricordargli di non più peccare.

Comunque, poiché Cristo e i Suoi Santi hanno fatto più penitenza di quello che comportassero i loro peccati, esiste nella Chiesa quello che potremmo chiamare un tesoro di meriti. Perciò il Papa, con il potere di legare e di sciogliere risalente a S. Pietro, può esonerare, commutare, condannare e distribuire «indulgenze» per i vivi col mezzo dell'assoluzione e per i morti con quello della raccomandazione a Dio. Ora un tale insegnamento non veniva affatto impartito solo in quel momento allo scopo di vendere ai fedeli una specie di «obbligazioni bancarie», perché Papa Clemente VI aveva già chiarito questo principio dottrinale nel 1343. In Germania purtroppo il vero significato ed il vero scopo delle indulgenze furono spesso dimenticati. Certi chierici, specialmente il monaco Giovanni Teztel, ricorsero ad un vero e proprio mercimonio, ora offrendo indulgenze in cambio di aiuti finanziari. La sensibilità dei tedeschi ne rimase assai colpita e Lutero ebbe via libera. Sebbene questi avesse predicato in modo del tutto ortodosso in materia di indulgenze nel 1516, 500 anni fa, il 31 ottobre 1517, aveva deciso di esporre le sue 95 tesi contro le indulgenze.

Papa Leone X (1513-21), della grande famiglia dei Medici, non rimase affatto scandalizzato da quella protesta in materia di denaro, ma riconobbe subito gli errori dottrinali, da Lutero inseriti, coscientemente o no, nelle denunce; egli era anche disposto a transazioni sul piano della disciplina e della condotta, ma quanto alla dottrina no, perché non sta alla discrezione di questo o quel pontefice apportare modifiche alla tradizione del cattolicesimo, la quale è soprattutto un sacro deposito di verità rivelata da Cristo e dagli Apostoli, che è compito di ogni credente conservare e tramandare esente da errori. Perciò da Roma ci si sforzò di indurre Lutero a più miti consigli. Gli fu chiesto di recarsi a Roma per fornire chiarimenti e gli fu concesso di spiegarsi in Germania, quando l'invito a Roma venne sospettato come una trappola. Al duplice scopo di salvare la reputazione di Lutero e di evitare scandali, i rimproveri di Roma gli furono diretti per due anni in forma quasi privata. Prima i suoi superiori in religione, Volta e Staupitz, furono invitati a correggerlo, poi ci si provarono i rappresentanti del Papa, un ecclesiastico, il cardinale Caetani, ed un laico, Carlo di Miltitz.

Ma Lutero si inorgoglì e ottusamente rifiutò qualsiasi aiuto, e non volle riconoscere gli errori dottrinali nelle sue affermazioni. Può essere che in quel tempo il favore popolare gli fosse montato alla testa, come è pure possibile che la sua forte volontà si ribellasse all'idea di dover ammettere l'inconsistenza o l'imprudenza delle dichiarazioni fatte nella foga dell'indignazione. Una cosa è certa. Dai suoi scritti autobiografici emerge che si staccò dagli insegnamenti cristiani, a causa della sua particolare emotività e della continua ansietà della propria salvezza. Non fu certo una caratteristica fondamentale di Lutero quella di avere una natura prodiga di istigazioni carnali; fu invece una novità l'identificare la tentazione, per forte che sia, con il peccato. In breve, egli cadde nella trappola dello scrupolo. Angustiato per il numero e la durata di queste ribellioni dell'istinto, era giunto all'erronea conclusione che la natura umana è stata cosi profondamente ferita dal peccato originale che la libera volontà dell'uomo è ora completamente incapace di fare il bene.

Tali scrupoli alimentavano la sua critica contro le indulgenze. In questo modo colpiva le opere esteriori, come le elemosine, le penitenze, e soprattutto gli stessi Sacramenti. Perché? Se vengono considerati inutili i Sacramenti, di conseguenza non avrà senso conservare clero, gerarchia, in poche parole una Chiesa esteriore e visibile. E per Lutero (più utopista che realista) tali caratteristiche potevano e dovevano essere abolite, e con gran risparmio, anche di denaro. Al posto di tutto questo andava sostituita la fede secondo lui, vale a dire un'emotiva e cieca confidenza che le buone opere di Cristo, una volta compiute, sono sufficienti per la salvezza dell'umanità. I cristiani debbono credere che Cristo li ha salvati e che, nonostante non abbia cancellato i loro peccati, Cristo li dimentica, ricoprendoli come con un velo. Ora anche a questo proposito va osservato che Lutero respingeva il grande padre della Chiesa verso cui aveva nutrito devozione, Sant'Agostino, giacché aveva detto che Dio «che ti creò senza di te, non ti salverà senza di te» (Sermone 169, 11).

Potrebbe essere che la sua stessa emotività lo convinse, sotto forma di una luce interiore, di essere l'esatto interprete della Scrittura. La Bibbia rappresenta la sola regola della fede, ma cosi come è interpretata da Lutero. Perciò volle prepararne una traduzione tedesca e ne uscì un capolavoro letterario anche se non dottrinale. Dal momento che il suo arbitrario giudizio privato gli permetteva di apportare alterazioni nel testo allo scopo di adattarlo ai propri insegnamenti, egli, tanto per fare un esempio, aggiunse la parola “solo" alla parola fede nell'Epistola di San Paolo ai Romani (3, 20; 4, 15). Insomma, Lutero prese una posizione soggettiva e anarchica, che portava i germi del più profondo disordine religioso morale e sociale.

Le autorità legittime, sia il Papa sia l'imperatore non poterono far finta di niente. Dopo aver consumato invano i propri sforzi per indurlo a mutare opinione, essi si videro costretti a condannarlo. Il Papa Leone X, nel gennaio 1521, pronunziò la sentenza definitiva, seguito dall'imperatore Carlo V nello stesso anno. Lutero venne scomunicato dal Papa e sottoposto al bando imperiale come ribelle contro l'unità dei cristiani. In una cristianità sana e vigilante chi si fosse posto fuori legge come lui sarebbe stato rapidamente assicurato alla giustizia. Purtroppo, il secolo in questione soffriva anche del lassismo e dell'ignoranza generatisi durante il Rinascimento; lo si vedeva bene in Germania, ove una buona parte dei principi tedeschi non conosceva bene il significato della Santità.

Non stupisca se molti di loro, capeggiati dal sovrano di Lutero, Federico di Sassonia, si fecero avanti per proteggerlo; cupidi di beni ecclesiastici, in particolare delle terre, lo difesero dal bando imperiale e lo aiutarono a diffondere le sue idee religiose nei loro territori, mettendo le proprie forze a disposizione dei suoi discepoli e negando protezione agli istituti che desiderassero rimanere cattolici. Si impadronirono subito delle proprietà della Chiesa, ma si mostrarono assai meno solleciti a trasferirle nelle mani dei ministri luterani. A lungo andare costituirono addirittura un'alleanza militare, la Lega di Schmalkald, per proteggere tutte queste proprietà rubate, contro gli sforzi dell'imperatore tesi a far valere i legittimi diritti della Chiesa. Lo stesso Lutero si sentì in dovere di assistere i poveri della Germania maltrattati da quei nobili che si definivano i loro soccorritori e protettori. Egli non volle partecipare alla divisione del bottino delle pingui proprietà ecclesiastiche, ma non riuscì a trattenere o controllare gli altri.

Lutero toglieva alla fede la Chiesa visibile, il Papa, il clero, le indulgenze, le opere esteriori, per 'consegnarla' alla protezione dei prìncipi. Egli ripudiò un'autorità priva di forze militari, solo allo scopo di affidare la società ad un potere secolare che imponesse la propria volontà con mano di ferro. Allo stesso tempo, ammise che, se in passato il Papa era tutto, ora il sovrano tutto dominava. Così nacque il cesaropapismo, ovvero il sovrano civile che sostituisce il Papa. Una forte contraddizione, che attaccava l'inequivocabile distinzione di Cristo: “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” (Mt. 22, 22). Così facendo, Lutero resuscitava il paganesimo, dando potere assoluto al sovrano e preparando la strada alle miserie dello stato totalitario. E non temette di dichiarare: “Un principe può essere cristiano, ma non deve governare da cristiano”. Il che significava bandire la religione dalla vita pubblica. Certamente, egli non aveva previsto tali risultati, però, gli sfuggì tutto di mano, tipico di chi non usa la ragione, giacché troppo emotivo. La sua prima idea fu quella di fondare una chiesa separata, un corpo invisibile di veri credenti. I suoi ministri dovevano essere senza giurisdizione in senso legale, ma dopo i disordini degli Anabattisti, riformatori e suoi seguaci ribelli, e la rilassatezza disciplinare della nuova chiesa, Lutero, convinto che il sovrano civile è il membro principale della chiesa, gli permise di designare sovrintendenti e ministri. Tale scelta segnò la divisione della Germania in campo religioso, come un triste presagio di quella più vasta scissione effettuata nell'intero corpo della cristianità dalla rivoluzione protestante. Scissione che divenne ufficiale dopo la pace di Augsburg (1555). Essa aveva assegnato alle autorità civili il controllo delle chiese nei propri stati in base al principio, famoso quanto assurdo ed intollerante, del Cuius regio, eius religio, così traducibile, la religione di una persona, luterana e cattolica che sia, è determinata dal luogo dove essa vive.

E a proposito di "nuova chiesa separata", occorre ricordare i disastri in campo liturgico. Per i protestanti (guardate, la superbia) si può trattare direttamente con Dio, la liturgia non ha bisogno di intermediari e nemmeno di troppe preghiere: l'esclusione dell'intercessione della Santa Vergine (immacolata ma non troppo, per i protestanti) e dei Santi non manca al rispetto dovuto a Dio, perché alla creatura non si può domandare quello che si dovrebbe domandare a Lui: il culto alla Vergine e ai santi, non fu/non è visto quale dono, aiuto, bensì come idolatria papista. In questo modo, furono espunti dal calendario tutti i nomi di uomini che la Chiesa romana iscrive a fianco del nome di Dio. Non solo ciò, Lutero ha distrutto il sacerdozio, dimostrando di essere stato ispirato da un'eresia antiliturgica. Perché sentiva che dove vi è un altare vi è un sacrificio, e quindi un cerimoniale mistico. Dunque dopo aver abolito la qualità del Sommo Pontefice, bisognava annientare il carattere del vescovo dal quale emana la mistica imposizione delle mani che perpetua la sacra gerarchia. La rivoluzione di Lutero provava a mettere fine al sacerdozio: da quel momento in poi, c'erano solo ministri laici. Solo laici, perché non vi era più liturgia. [Nda: ne riparlerò, meglio, in un prossimo articolo].

Non mancò nemmeno l'abolizione delle scuole cattoliche; con essa si era creduto di liberare il popolo da oppressioni e conformismi, ma in realtà le conseguenze furono le più gravi. Erasmo, deluso del movimento luterano, lamentò che «dove il luteranesimo prevale, là si assiste al tramonto della cultura». E non solo i poveri non vennero aiutati, anzi oppressi dai nobili e dai borghesi, satolli di beni ecclesiastici, ma lo stesso Lutero, spaventato dai disordini degli Anabattisti, che avevan eccitato i contadini sassoni a ribellarsi, si volse contro i contadini nel 1525, invitando le autorità civili ad “abbatterli, massacrarli, colpirli, palesemente o in segreto”. Ma i problemi non finirono qui. Altri disertori si fecero sentire. Melantone, assistente principale di Lutero, si mise in disaccordo con lui; Agricola, un altro collaboratore, esasperò a tal punto il rifiuto del maestro a considerare valide per l'eternità le buone opere, da condannare i Dieci Comandamenti come inutili. Lutero, nella sua qualità di decano del ramo teologico dell'Università di Wittemberg, congedò e scomunicò Agricola per disobbedienza ed eresia. Giustamente fu osservato: “Ma perché allora Lutero non ebbe torto, quando si ribellò al Papa?” Soltanto la realizzazione di un solido fronte unico contro i cattolici assicurò una momentanea ed esteriore unità fra i protestanti. Ma nel giro di una generazione dalla sua morte, il bagaglio originale della dottrina di Lutero era ormai decomposta.

Egli non riuscì a piegare del tutto la Germania e l'Europa alle sue dottrine. Quella che poteva e doveva rimanere una esplosione emotiva contro abusi correggibili aveva finito col distruggere l'unità cristiana e minare ogni autorità morale. Restava soltanto la forza dello stato, uno stato cui fu consentito di diventare così potente da essere una minaccia per tutti gli altri gruppi sociali, la Chiesa, gli organi intermedi - in primis la famiglia: il XX e il XXI secolo docent. Negli ultimi giorni Lutero qualche volta si chiese dubbioso se il suo movimento avesse realmente portato a termine una riforma: “Confesso di essere molto più negligente ora di quello che non lo fossi sotto il papato e di non poter trovare ora, sotto lo Spirito, lo stesso zelo di prima...”. Una volta ridendo si autodefinì il papa luterano; ma il professore e storico Federico Paulsen giustamente osserva che in tal modo si riduceva all'assurdo, in quanto tutto il suo criticismo antipapale si ritorceva contro di lui ed il lavoro di tutta una vita veniva smentito.

Un uomo dall'emotività sovreccitata produsse così non una riforma, ma una rivoluzione. Che non si fermò dopo la sua morte, anzi, continua tutt'oggi attraverso la proliferazione delle sette protestanti, spesso in lotta fra loro. Questo perché l'organismo luterano, una volta separato dalla Chiesa madre di Roma, non riuscì/riesce a rimanere unito. L'unità è ostacolata dal principio di Lutero della interpretazione privata della Bibbia ed il rinnegamento di ogni autorità ecclesiastica, tranne la sua (contraddizione forte).

Molti tra i suoi discepoli cominciarono ad operare cambiamenti ben più radicali di quelli che egli potesse desiderare. Il principale di questi, anche se rimase “luterano” per poco tempo, fu Calvino, che ad un certo punto realizzò una delle dittature più terribili della storia. Lo vedremo in un prossimo articolo.

https://labaionetta.blogspot.it/2016/11/obice-il-senso-cristiano-della-storia.html

 

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