09 novembre 2016

La strada è ancora in salita


di Alessandro Rico

Su questo stesso blog, ieri, ho scritto che Trump non avrebbe potuto vincere, anche se avesse vinto. Ne sono ancora convinto. Certo, la sua apoteosi è una sorpresa persino per chi osava sperarci. Ma la strada è ancora in salita.
Ci troviamo di fronte all’agonia dolorosa di quella che ho definito élite transnazionale, che fin qui ha mostrato la capacità di mobilitare risorse enormi. Non parlo solo di soldi (la campagna della Clinton è costata molto di più di quella di Donald Trump), mi riferisco ai mezzi che sono stati messi in campo: basti pensare alla vera e propria congiura mediatica, ordita con i principali gruppi editoriali americani e internazionali, tra calunnie meschine, vergognosi silenzi sugli scandali che avrebbero dovuto ricoprire Hillary già da mesi, sondaggi truccati e pronostici sballati. Questa cordata di potere è probabilmente prigioniera di un autoinganno: era forse talmente scollata dalla realtà da essersi convinta delle proprie chance di successo, vittima delle sue stesse menzogne e pure del proprio mal riposto senso di superiorità culturale e antropologica (aprendo il Corriere si legge che la Clinton sarebbe stata “tradita” dalle bianche non laureate). Di certo, però, il circolo di politicanti, magnati, grandi burattinai dell’alta finanza, ambigui personaggi che calcano, da dietro le quinte, la scena internazionale (ad esempio nei Paesi arabi), non si lascerà morire senza opporre resistenza. L’élite globalizzata ha ancora a disposizione armi potentissime: tempeste finanziarie, banche d’affari, apparati burocratici corrotti, influenti alleati sparsi per tutto il pianeta.
Dalla sua Trump ha la forza dell’aggregazione dei piccoli: l’unico ostacolo con cui quel potentato transnazionale deve fare i conti, sono i rimasugli dei riti della democrazia liberale (non ci scordiamo che negli Stati Uniti la partecipazione al voto è oltremodo ridotta) e gli interessi della classe media dei produttori, ma perché no, anche degli attori secondari dell’economia finanziaria (non tutti a Wall Street hanno gli emolumenti e le amicizie di Soros). La più grande incognita, in fondo, è proprio Trump. Dopo l’Austria di Haider qualche anno fa, l’America di The Donald è il principale esperimento populista su grande scala, in una fase storica di straordinari fermenti, in cui l’ordine costituito minaccia seriamente di essere scardinato da nuove forze sociali e politiche. E sebbene il populismo abbia negli USA una tradizione antica, non è chiaro quelle siano all’altezza della sfida. Che succederà al tycoon? Si trasformerà pure lui in uomo dell’establishment? Governerà saggiamente? Oppure si rovinerà da solo, comportandosi da scellerato? E potrà contare almeno sul Partito Repubblicano? Riuscirà ad addomesticarlo o dovrà subirne i veti, perdendosi nei meandri della distribuzione delle cariche, delle prebende, magari dell’ostruzionismo di un GOP che non ha fatto assolutamente nulla per aiutarlo a vincere, ma che è tornato al governo degli Stati Uniti, dopo otto anni di Obama, solo grazie a un outsider che ha combattuto da solo?
Le incognite sono ancora molte. La strada resta in salita. Possono profilarsi successi capaci di scompaginare il mondo che abbiamo conosciuto fino alla crisi economica, o fallimenti talmente eclatanti da finire con il ripristinare la supremazia della vecchia classe politica. Lo scopriremo solo vivendo. Comunque vada a finire, un regalo Donald ce l’ha già fatto: godiamoci le rosicate mondiali dei progressisti di ogni risma.
 

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