11 novembre 2016

Martino di Tours, il santo demolitore

(o dove volano gli stracci)

 

di Matteo Donadoni

«Toto orbi peculiari patrono»

L’11 novembre è il giorno dell’inumazione a Tours (l’antica Caesarodunum e Civitas Turonorum) di quel personaggio eccezionale che conosciamo come san Martino.
Devo ammettere che la vicenda umana di san Martino Vescovo, il patrono della mia parrocchia, mi ha sempre affascinato da bambino, e non solo per aver constatato la sua irridente primavera. Fu un uomo straordinario e perfino paradossale, Martino. Non realizzò mai ciò che desiderava: voleva essere eremita e fuggire il mondo per vivere in ascesi imitando Antonio e Pacomio, invece fu costantemente circondato dalla gente. Aveva rifiutato di essere prete, non reputandosi degno, e fu vescovo. Ricercato l’oscurità ed invece la sua biografia fu scritta mentre era ancora in vita.

La conosciamo grazie a Sulpicio Severo (360 ca – 420 ca), l’amico che gli sopravvisse abbastanza per raccontarci la sua vita e la sua morte. La sua «Vita Martini» fu quello che oggi chiameremmo un best-seller: a Roma andava a ruba ed era letta in modo diffuso in grandi città come Cartagine o Alessandria d’Egitto e perfino a Tebe. Era tanto conosciuto che san Gregorio di Tours (538 – 594) lo definisce «toto orbi peculiari patrono».
La storia di Martino è innanzitutto una storia di ricchi. Sulpicio era bello, giovane e ricco. Abitava nella prospera Burdigala (Bordeaux) del IV sec, ed era avvocato. Cedette quasi tutti i suoi beni ai poveri. Amico di Sulpicio era Ponzio Anicio Meropio Paolino, poi conosciuto come Paolino da Nola (355 – 431), discendente dall’antica gens Anicia, che era ancora più ricco. Proprio a lui Sulpicio deve la propria conversione al cristianesimo. Entrambi sono l’esempio di Martino, entrambi hanno lasciato i propri immensi beni ai poveri.

Era nato a Sabaria Sicca, Martino, un avamposto della provincia di Pannonia, l’attuale Ungheria, nel 316. Erano trascorsi solo tre anni da quell’Editto di Milano con il quale Costantino aveva inaugurato un lunghissimo periodo di luce per la Chiesa, traendola dalla clandestinità delle catacombe. “Piccolo Marte” era il nome scelto da suo padre, un tribuno militare (grado abbastanza alto) venuto dalla gavetta, che si augurava per il figlio una brillante carriera fra le aquile di Roma. Una volta congedato, al padre veterano venne assegnato, come tradizione, un podere. La famiglia si trasferì così nei pressi di Ticinum, antico nome di Pavia, nella tranquilla pianura padana. Là il piccolo trascorse l’infanzia.
A quel tempo si diffondeva la vita eremitica in Egitto ed in Siria e la notizia era corsa veloce in tutto l’impero. Ecco quale sarebbe stata la sua volontà. A 10 anni il Piccolo Marte scappa di casa per 3 giorni e si rifugia in una chiesa per farsi cristiano. Ma nel frattempo, i barbari si erano di nuovo fatti minacciosi e Roma più che mai aveva bisogno del suo esercito. Perciò, un riluttante Martino quindicenne venne arruolato ed inviato nelle guardie imperiali, e ciò lascia intuire che fosse un ragazzotto piuttosto solido. Si trattava di un corpo scelto di 500 cavalieri magnificamente equipaggiati, le “scholae” imperiali, la guardia personale dell’imperatore che a seguito della riforma costantiniana avevano sostituito i pretoriani. Da Costantinopoli fu inviato di stanza alla frontiera in Gallia vicino a quello che era stato il quartier generale di Cesare, Samarobriva (l’odierna Amiens), un ponte sulla Somme di importanza strategica. Al cavaliere scelto Martino fu dunque assegnato un cavallo e uno schiavo, che tuttavia era spesso servito a tavola dal padrone, fra le risatine dei commilitoni.

Il fatto. Inverno 335. Un povero è lì mezzo nudo e tutto tremante. Martino non ha spiccioli e non trova che dividere la preziosa clamide a metà. La clamide bianca, foderata d’agnello, segno della guardia imperiale, i cui membri erano perciò chiamati “candidati”, che significa appunto “vestiti di bianco”. Non avrebbe potuto immaginare la portata del suo gesto: finché esisterà la Chiesa cattolica Martino continuerà a tagliare il suo manto. La notte seguente vede in sogno Nostro Signore Gesù Cristo, vestito della clamide, che dice a gran voce: «Martino, il quale non è ancora che un catecumeno, mi ha coperto con questa veste» - Martino infatti non era ancora battezzato, ma conosceva il Vangelo. Terminata la ferma, lascia quarantenne l’esercito nel 356, fra l’altro dopo aver bisticciato con l’imperatore in persona, quel Flavio Claudio Giuliano passato alla storia come l’Apostata (306 – 363), al quale aveva ottenuto senza colpo ferire una vittoria contro i Germani. D’altra parte in base alle parole di Gesù, ribadite dal Concilio di Arles del 314, i cristiani non devono abbandonare il servizio militare dopo il battesimo. Infatti nel cattolicesimo non si parla mai di guerra santa, ma di guerra giusta. Il militare si accontenti della sua paga da militare, non da disertore.

Viaggia molto, Martino, per tutta la vita. In Germania conosce Massimino di Treviri (fine III sec. – 349) strenuo avversario dell’arianesimo, perciò amico di sant’Atanasio (296 – 373), e, tornato in Gallia Ilario di Poitiers (315 – 367), saranno poi entrambi santi. Sant’Ilario voleva consacrarlo sacerdote, ricevutone il rifiuto, lo nomina almeno esorcista. Ma la strada è segnata. Proprio per strada, allorché vuole tornare a salutare i genitori, nel frattempo tornati a Sabaria, viene rapito dai briganti sulle Alpi. A seguito di una discussione con il carceriere, commiserato da Martino, il quale sosteneva che quel triste mestiere rendesse indegni della misericordia di Dio, il brigante lo lascia libero con la richiesta di pregare per lui. Sulpicio riferisce che in seguito il brigante ebbe una condotta di vita esemplare. Tuttavia è nei pressi di Milano l’incontro più drammatico. Un uomo dall’aspetto minaccioso gli dice: «Dovunque andrai e qualunque cosa tenterai troverai il diavolo davanti a te». Era il diavolo. Giunto a casa riuscì a convertire la madre, ma, bastonato dagli ariani, dovette fuggire. Andò in esilio sull’isola Gallinaria, ma in materia di erbe selvatiche non era tanto ferrato e quasi morì avvelenato dall’elleboro. Tornò in Gallia non lontano da Poitiers, dove, lasciatosi convincere da Ilario a prendere l’Ordine sacro, resuscitò un suo catecumeno deceduto che stava già davanti al Giudice.
Nel 371 viene fatto vescovo contro la sua volontà dalla folla, che lo scova nel pollaio dove si era andato a nascondere, grazie al baccano fatto dalle oche. Del resto era usuale l’acclamazione popolare, come accadde anche ad Ambrogio a Milano, il quale non era neppure battezzato. Vedendo certe nomine recenti, forse andrebbe rispolverata.
Da vescovo è notabile la sua attività di demolitore di diversi idoli e incendiario di templi pagani, non di rado usando solamente la preghiera, spesso fomentando le folle. Un giorno, fece tagliare un enorme pino secolare, sacro ai fedeli dell’antica religione celtica (ancora ce n’erano), che era inclinato, mettendosi in piedi serenamente sotto la traiettoria di caduta, ed esso, contro ogni legge della fisica, cadde dalla parte opposta. Si tratta di mostrare la potenza di Dio anche attraverso le opere. Ogni tempo ha i suoi idoli, i quali confessano satana. Ma se oggi le vestigia dei templi pagani possono essere il corrispettivo inconscio culturale di ciò che è l’ipofisi per l’encefalo, allora non simboleggiavano altro che l’errore.
Non amava gli alti scranni vescovili, Martino, ma prediligeva quel derivato che i medievali chiamano sgabello e i grecizzati tripode. Uomo semplice, infaticabilmente impegnato a predicare alla gente semplice, scacciava i demoni, come quello che si era impossessato di un cuoco, il quale digrignava i denti minacciando di dilaniare chiunque si avvicinasse. Il santo, infilate subito le dita in bocca all’ossesso, disse: «se hai qualche potere divorale!», il demonio, non potendo uscire dalla bocca… «fu evacuato con un flusso del ventre».
Martino di Tours è anche taumaturgo. Una volta, con estremo orrore di tutti i presenti, bacia un lebbroso e questi ne è guarito. Ciò non prima di aver resuscitato addirittura uno schiavo suicida.
A Marmoutier, dal latino maius monasterium, imbastisce de facto un monastero ante regulam, ciò ne fa il precursore di san Benedetto (480 – 547), mentre una terza resurrezione ne fa il corrispettivo occidentale del suo contemporaneo orientale san Nicola di Mira (270 – 343). Oggi i preti non parlano più di miracoli, se mai di “miracoli della scienza” che però non hanno proprio nulla di miracoloso. Paradossale, come Martino. Paradossale come la Chiesa del IV secolo che, ottenuta la libertà di culto, ben presto si aggroviglia nelle eresie, alle quali i santi risponderanno con l’ortodossia del monachesimo regolare. Si potrebbe dire che il sonno della religione genera chiostri.
Amava i poveri i vescovo di Tours, ma non i pauperismi, infatti, pur avendolo ripreso duramente, era solito frequentare la corte dell’imperatore usurpatore Magno Massimo (335 – 388), al quale fra l’altro predisse la sconfitta per mano di Valentiniano II (371-392) e la cui sposa cristiana, sull’esempio della peccatrice del vangelo, asciugatigli i piedi con i capelli, insistette per servirlo a pranzo.

Quando sente essere arrivata la fine convoca i suoi fratelli e fa loro sapere che sta morendo con queste parole: «Dura è la lotta che noi combattiamo, Signore, servendoti in questo corpo; bastano le battaglie che ho affrontato fino a questo giorno. Ma se tu vuoi che resti di guardia davanti al tuo campo per continuare a compiervi la stessa missione, non mi sottraggo affatto e non prenderò a scusa le debolezze dell’età. Adempirò fedelmente il compito che ti mi affidi. Finché tu stesso me ne darai l’ordine, servirò sotto le tue insegne. Anche se il desiderio di un vecchio è ricevere il congedo una volta terminato il suo servizio, il mio coraggio vince tuttavia gli anni e non sa cedere alla vecchiaia. E se tu risparmi la mia età ormai avanzata, la tua volontà è per me un bene. Quanto a costoro per cui io temo, li custodirai tu stesso». Il testamento di un soldato. E ai discepoli che vogliono portargli almeno una coperta e aiutarlo a girarsi: «Lasciatemi guardare il cielo piuttosto che la terra». In quel mentre, ancora una volta, spunta il diavolo. Martino lo apostrofa: «Perché sei qui bestia sanguinaria? Non troverai nulla in me, maledetto: il seno di Abramo mi accoglie». Pronunciando queste parole rende il suo spirito.

Morì a mezzanotte della domenica 8 novembre 397 e, stando a Gregorio di Tours c’è chi dice di aver sentito un concerto nei cieli. I funerali furono l’11 ed il suo corteo funebre, accompagnato da una turba di fedeli provenienti dalle zone di Poitiers e Tours, sembrava proprio il trionfo di un generale romano. E’ questo l’esempio iconico migliore per sintetizzare il grande passaggio di civiltà dall’Antichità al Medioevo. Poco meno di un secolo dopo la sua morte, infatti, viene deposto l’ultimo imperatore di Roma.

Martino è un santo quotidiano, un santo dell’umile dovere e delle mediocri soddisfazioni. Ha fatto sempre ciò che gli veniva chiesto da Dio. Martino con san Girolamo, sant’Ambrogio e sant’Agostino ha gettato le basi di quella res publica christiana che caratterizzerà il Medioevo, e lo ha fatto in un tempo particolare, un tempo in cui, insieme ad altri lugubremente impotenti spettatori di quella tragica catastrofe che fu la fine del Mondo Antico (come Claudiano o Venanzio Fortunato), Sidonio Apollinare lamentava riferendosi ai Burgundi: «Come comporre un verso di sei piedi con un patrono che ne misura sette in altezza?».
Nonostante tutto, il mantello fu conservato e venerato come miracoloso ed entrò a far parte della collezione di reliquie dei re Merovingi. Il termine latino per "mantello corto", cappella, venne esteso alle persone incaricate di conservare la clamide di san Martino, i cappellani; da questi venne applicato all'oratorio reale, che non era una chiesa, e veniva chiamato cappella. Sulla tomba del santo vescovo venne costruita una splendida cattedrale gotica, ma, dato che in ogni tempo esistono Patroni e “patroni”, verrà bruciata dagli Ugonotti e rasa al suolo dai giacobini. Ne rimangono, oggi, solamente due torri.

 

15 commenti :

  1. Che il concilio di Arles, riaffermi la liceità del servizio militare non è dubbio. Ma esso si situa DOPO la svolta costintiniana, quando cioè i cristiani sono diventati uno dei fondamenti del potere imperiale.

    Ma, prima non c'è nessun segno di una decisione in tal senso, ci sono anzi pervenuti documemti che farebbero pensare tutto il contrario (i cristiani dei primi secoli non facevano il militare): riporto alcune testimoniaze del 2° e 3° secolo:

    Il soldato subordinato non deve uccidere nessuno. Se riceve un ordine del genere non deve eseguirlo e non deve prestare giuramento. Se non accetta tali condizioni, sia respinto…Il catecumeno o il fedele che vogliono arruolarsi per fare il soldato vengano respinti perché hanno disprezzato Dio [Ippolito, Tradizione Apostolica, XVI]


    Innanzi tutto lo stesso arruolarsi nelle armate delle tenebre, abbandonando le schiere della luce è un tradimento colpevole. Ovviamente diversa è la situazione di chi era già vincolato all’esercito, quando si accostò alla fede; è appunto questo il caso di quei soldati che Giovanni ammetteva al battesimo (Luca 3,14) e di quei centurioni davvero credenti di cui uno fu lodato da Cristo (Matteo 8,10) e l’altro fu istruito nella fede da Pietro (Atti 10,28-36). Ma una condizione resta ferma: dopo aver accolto la fede e dopo averla sigillata con il battesimo o ci s’impegna a lasciare immediatamente la vita militare, come hanno fatto molti, oppure ci si dovrà districare in tutti i modi per non commettere gesti che vadano contro Dio e che non sono permessi neppure a chi non è soldato, oppure come ultima soluzione si dovrà arrivare fino all’impegno di patire per Dio quanto il dovere di fedeltà esige normalmente anche da chi non fa il soldato [Tertulliano, La Corona, XI]


    Guarda le strade che i briganti ostruiscono, i mari invasi dai pirati, guerre sparse ovunque con eserciti contrapposti che si massacrano orribilmente; il mondo trasuda sangue delle avverse schiere; se sono i singoli ad ammazzare qualcuno, allora è un crimine, ma se si fa per ordine dello Stato, allora si parla di eroismo [Cipriano, A Donato, VI]
    Giovanni da LIvorno

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  2. riprende

    Noi non prendiamo più la spada contro nessun altro popolo e non impariamo più a fare la guerra; Gesù ci ha fatti diventare figli della pace; è Lui il fondatore delle nostre leggi [Origene, Contro Celso, V]….Celso vorrebbe che noi assumessimo cariche nell’esercito, per difendere la patria. Sappia che la patria noi la difendiamo non per essere visti dagli uomini o per averne una piccola gloria. Di nascosto, nell’intimo delle nostre anime, noi innalziamo preghiere a Dio per i nostri concittadini. I cristiani giovano alla patria più degli altri uomini perché essi istruiscono i loro compatrioti e li ammaestrano nella pietà verso il Dio di tutti i viventi [Origene, Contro Celso, VIII]

    Mi si risponderà che quelle eran posizioni estreme, eretiche o eretizanti, ma il fatto è, cari Signori, che se quelle erano eccezioni, ci sarebbe stata tramandata la "regola", ossia uno scritto di carattere generale, il quale dicesse che il servizio militare era lecito per un cristiano e quelle sopracit. erano opinioni ereticali. Ma essendoci solo le eccezioni, posso ragioneolmemte dubitare che la regola, il principio generale, riguardao al servizio militare sia quello sopra espresso.

    Nè vale citare i casi del ccenturione Cornelio e la risposta di Giovanni Bat.alle guardie del tempio ("non fate del male, ma contentavi delle Vstre paghe. Perchè:

    - del centuraionne cornelio nulla viene detto dopo la comprensione, per cui è lecito pensare anche che si sarebbe dimesso poco dopo la comversione...............

    - la frase di giovanni alle guardie del tempio, è riferita ad un contesto prettamente ebraico, nel quale il servizio militare era pienamente ammesso, ma dopo Cristo la legge mosaica non vige più e, quello ebaico, non è più il poolo eletto.

    Ah certo dispiace la distruzione della grande chiesa di s. martino di Tours, ma Martino si era dato da fare per la distruzione dei templi pagani e, come si dice, "Dio diede, Dio tolse".

    Giovanni da LIvorno

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  3. La "regola" era che ben prima di Costantino vi era cristiani che militavano nell'esercito imperiale. "Regola" che evidentemente era così pacificamente accettata, che non si sentiva neppure la necessità da parte dei Padri di incoraggiarla o benedirla pubblicamente e ripetutamente. Le eccezioni furono appunto Tertulliano (nella sua fase montanista) ed Ippolito.
    Alcuni link:

    http://www.ilcattolico.it/rassegna-stampa-cattolica/formazione-e-catechesi/i-cristiani-e-il-servizio-militare.html (dove si tratta delle opinioni di Tertulliano e Ippolito)

    http://www.peacelink.it/storia/a/38842.html (recensione di Peyretti, pacifista, ad un libro del celebre storico von Harnack sul diffuso servizio militare dei cristiani nei primi 3 secoli d.C.)

    http://www.dirittoestoria.it/6/Tradizione-romana/Siniscalco-Impero-romano-pace-cristiani.htm (panoramica dello storico Paolo Siniscalco sulle relazioni tra cristiani ed Impero romano).

    Da tutti e 3 i testi si evince come il servizio militare venisse accettato come atto di lealtà verso lo stato romano ed è falso quindi che il principio generale fosse un divieto di prestare il servizio.

    Relativamente ai due episodi neotestamentari:

    a) quelle del Battista (che non si era "fermato" all'ebraismo e che in Gesù di Nazaret aveva riconosciuto il Messia) sono parole del Vangelo quindi di un contesto pienamente cristiano; di più, se non avessero avuto significato per il cristiano, neppure si capirebbe la ragione per il quale l'agiografo abbia voluto tramandare l'episodio in un testo come quello evangelico, centrato solo marginalmente sulla vita di Giovanni.

    b) può essere che Cornelio abbia smesso di fare il militare oppure no, nessuno può dirlo con certezza. Certo è che non gli è stato chiesto di cambiare professione come condizione per il battesimo; anzi il silenzio degli Atti al proposito può far "sospettare" che non fossero ritenuti incompatibili servizio militare e cristianesimo.

    Saluti

    Michele

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    1. Grazie Michele. Al Ponte Milvio c'erano molti cristiani in entrambi gli schieramenti... forse in numero maggiore fra le fila di Massenzio

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  4. Dunque, caro Michele, cominciamo dalla fine:

    - gli atti sul centurione cornelio non dicono nulla sul dopo e la lacunosità tipica della narrazione storica degli eventi nel nuovo testamente, lascia campo aperto a qualsiasi ipotesi: anche quella che Cornelio fosse ormai addetto ai molti servizi non direttamente attinenti alla guerra (ce ne erano tanti di questi compiti nelle legioni) e sappiamo che questo tipo di militanza è ammesso da Ippolito e dagli altri citati;

    - giovanni il battista si muove nell'ambito della legge mosaica e tutto ciò che fa (compreso riconoscere il Messia) è perfettamente in linea col giudaismo; il vangelo descrive una società ebraica che rispettava la legge di mosè, che Cristo era venuto a "confermare". Nulla di strano che il vangelo ci parli di un personaggio che adempie i precetti ebraici. Nulla di strano che Giovanni dica a coloro che esercitano compiti di polizia di rimaneere in servizio: se avesse detto il contrario avrebbe detto qualcosa in contrasto con la legge di Moseè.
    La legge di Mosè è abolita DOPO che cristo l'ha completamente realizzata (v. atti, concilio di Gerusalemme);

    - Maarta Sordi è una storica molto discutibile, molti storici da Mazzarino a Barbero hanno dimostrato l'infondatezza di molte suoi tesi soprattutto su costantino.
    La sua caratteristica era quella di affermare senza dimostrare a sufficienza (basta pensare a quella beffa del senatoconsulto del 35 d.c., affermata senza prove). Lei dice che che Ippolito, Tertulliano, Origene erano dei rigoristi e quindi non sono attendibili. Bene, a parte il fatto che io ho citato anche Cipriano e i link che hai riportato fanno riferimento anche a Arnobio e Lattanzio i quali dicono cose simili, c'è da dire che, mentre Tertullaino e Origene escono dalla chiesa, Cipriano, Lattanzio e Ippolito, non lo fanno, e, non sì è dimostrato che la loro tesi sul rapporto fra cristianesimo e servizio militare sia erronea.

    Giovanni da Livorno
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  5. riprende

    Gli altri link ci dicono che il problema del servizio militare dei cristiani veniva posto e non era pacificamente risolto ("Certamente la questione del servire nell’esercito doveva porre problemi non facilmente risolvibili tanto che, per quanto possiamo saperne, si vennero a delineare sia a livello del pensiero sia a quello della prassi molteplici posizioni che non sembrano avere avuto dimensioni omogenee, essendo legate – in epoca precostantiniana – ad aree geografiche ed a Chiese determinate. Intanto occorre osservare che si proponevano casi diversi: il primo era quello di chi, già inquadrato nella vita militare, si convertiva; il secondo era quello di chi appartenente alla comunità ecclesiale, intraprendeva la carriera militare; il terzo di chi obbligatoriamente era arruolato. Le difficoltà gravi che per un cristiano si ponevano erano da una parte la necessità di combattere e quindi essere messo nella condizione di uccidere" Siniscalco). Anche il link su Harnack, poi, mi pare evidenzi dei dubbi da parte dello storico tedesco (" Harnack riscontra una differenza tra le opere letterarie (idealizzanti) e la prassi quotidiana dei cristian").
    Ora, in mancanza (molto grave) di un testo che, comtrapponendosi a quello che dicevano Ippolito e gli altri, ribadisse che i cristiani potesero non solo militare (cosa ammessa dai rigoristi) ma anche "bellare" (cosa non ammessa), cosa portano i sostenitori di tale tesi? La prassi.
    Te stesso dici: c'era la prassi e non c'era bisogno che di benedrila e ribadirla. A parte il fatto che nella storia della chiesa, quando qualcuno ha detto qualcosa che non era in linea con l'ortodossia non è mai mancato chi si facesse carico di contestarlo con argomenti su argomenti, c'è da dire che, se uno storico futuro dovesse studiare i cattolici attuali solo sulla base della prassi, senza far riferimento ai pronunciamenti del magistero, dovrebbe concludere che la contraccezione e qualche volta, anche il divorzio sono ammessi, perchè molti cattolici ne fanno uso!
    Che ne sappiamo noi che quella di ammettere nella chiesa coloro che prestavano servizio militare (con compiti relativi al combattimento) non fosse semplicemente una prassi che si era imposta di fatto, su cui si "chiudeve un occhio", ma che si sapeva non essere "corretta"? E che, poi, con costantino, è stata statuita d'autorità?

    Giovanni da Livorno

    (segue)

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  6. riprende e termina

    NO, caro amico, quando un problema serio viene posto e molti danno risposte ritenute "eterodosse" è opportuno che la tesi "ortodossa" venga subito evidenziata.
    Su questioni sottilissime come quella del monotelismo (la cui distanza dalla cristologia cattolica è molto minore rispetto al monofismo: al punto che, anche un papa l'ha ritenuta esatta) sono stati scritti fiumi d'inchiostro, e, invece su una questione che riguardava la vita pratica che un cristiano doveva adottare (questione su cui il quesito veniva oltrettuo posto) e sulla quale alcuni davano una risposta da ritenersi sbagliata, non si risponde? Non si ha cura di rassicurare i fedeli che militano nell'esercito (i quali potrebbero essere messi nei guai dalle parole di Ippolito e c. e fare la fine di massimiliano)?

    -gli elogi al centurione sono elogi ad una persona, Cristo lo elogia ma non gli espone la buona novella nè lo invita alla conversione, perchè lui predica solo alle pecore della casa d'israele (il compito di predicare ai gentili è successivo e spetta agli apostoli);

    - il linguaggio militare adottato dai primi scrittori cristiani è semplicemente un linguaggio simbolico per significare l'abnegazione e lo spirito di corpo dei cristiani.

    Mi sembra non ci sia altro.

    Giovanni da LIvorno


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  7. Caro Giovanni, cercherò di essere breve:

    1) Su Cornelio: il punto non è cosa abbia fatto dopo la conversione, ma che non gli venga chiesto di cambiare vita sia come condizione per il battesimo sia come conseguenza della conversione;

    2) Sul Battista: qua la tua logica fa difetto. Il Vangelo legge in chiave teologica episodi storici, quindi se riporta espressioni di un personaggio come Giovanni e per di più un episodio marginale come questo, allora il senso per il cristiano dev'esserci. Altrimenti si dovrebbero considerare inutili anche le esortazioni rivolte agli esattori fiscali, riportate nello stesso passo. O forse i cristiani non possono fare gli esattori? Di più, verosimilmente quei soldati erano romani, quindi pagani ed esentati dal rispetto verso la legge di Mosè. Inoltre che Gesù abbia abolito la legge mosaica è vero solo in parte: i Dieci Comandamenti continuano ad essere in vigore e lui stesso ha detto che neppure uno iota della Legge cadrà. Sono caduti i precetti rituali, come le abluzioni e la circoncisione, ma non i precetti morali (anzi rafforzati, v. il caso del divorzio) e quello relativo al comportamento dei soldati ricade tra questi ultimi.

    3) L'obiezione all'articolo della Sordi mi sembra più che altro un argomento ad hominem. E poi dov'è che Cipriano e Origene, nei testi da te citati, prendono posizione contro la militanza dei cristiani nell'esercito? Sono testi di "polemica" anti-pagana, quindi è chiaro che vi entri anche una polemica contro i costumi militaristi dei pagani, ma dov'è il divieto per il cristiano di servire nell'esercito, ritenuto lecito, come riporta la Sordi, anche da Tertulliano, nella sua fase ortodossa?

    4) Non era la semplice prassi, il mero fatto, a rendere lecito il servizio militare nell'esercito romano; era l'assenza di pronunciamenti magisteriali in senso contrario a questa militanza che fa supporre fondatamente che ciò non costituisse problema se non per frange minoritarie, come appunto mostra von Harnack (dopo il 170 l'esercito viene percepito con sempre maggiore familiarità dai cristiani), sotto influsso montanista (v. Siniscalco).

    5) Non puoi fare il paragone con le eresie cristologiche: quelle erano appunto eresie che minacciavano l'integrità della fede, il prestare o no servizio militare evidentemente era una questione sulla quale si potevano avere opinioni legittimamente diverse, una maggioritaria, e favorevole, ed una minoritaria, contraria.

    6) E non credi che se la vita militare fosse stata disprezzabile ed anticristiana S. Paolo e gli altri Padri non avrebbero utilizzato metafore militari per far capire il comportamento che deve avere il cristiano? Proprio il fatto che le abbiano adoperate mostra invece che non ritenessero incompatibili le due "cose".

    Un saluto

    Michele

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  8. PREMETTO CHE MI SCUSO CON L'ADMIN E I MIEI INTERLOCUTORI PER LA LUNGHEZZA DEI MIEI POST (non lo faccio apposta....)

    Allora, caro il mio Michele, replicherò agli argomenti dei vari "numeri", nello stesso ordine:

    1) centurione Cornelio: in atti 10 è detto soltanto che Cornelio riceve la visita di un angelo, che manda a chiamnre Pietro, che i 2 si incontrano e che Pietro si rallegra del fatto che il messaggio di cristo sia rivolto a tutti e non ad un solo popolo. Stop. Non c'è scritto altro su quello che si sono detti; ma, è però precisato che Pietro rimase presso Cornelio e la sua gente "per vari giorni": si sarà discusso di ogni cosa intorno agli insegnamenti di Gesù, in quei giorni, compresa la situazione personale del centurione in rapporto con la nuova fede?!

    2) sul battista: si parlava dei militari che ammazzano in combattimento, non degli esattori delle tasse. E' ovvio che un cristiano può fare l'esattore delle tasse: il dubbio per quella professione non è mai stato posto.
    Inoltre: non abbiamo fonti che ci parlino di romani o greci convertiti all'ebraismo in quel periodo, e, la predicazione del battista (come quella di Gesù del resto) presuppone sempre che colui al quale è rivolta creda nel Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe: le sue parole non avrebbero avuto alcun senso per un politeista (con dei antropomorfi, oltrettutto!).
    Quindi pare logico pensare che "le folle" che si avvicinano al battista siano composte da ebrei, magari malamente convertiti come gli iturei e gli idumei, un secolo prima, ma pur sempre formalmente ebrei. Perciò sembra proprio che fossero ebrei anche quei soldati, cui Giovanni ha parlato da giudeo ad altri giudei;

    GdL
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  9. riprende

    3) come sarebbe che Origene e Cipriano non dicono di non fare il servizio militare? Forse che non è sconsigliare di fare il soldato il dire "Noi non prendiamo più la spada contro nessun altro popolo e non impariamo più a fare la guerra; Gesù ci ha fatti diventare figli della pace"?
    E dire: "eserciti contrapposti che si massacrano orribilmente; il mondo trasuda sangue delle avverse schiere; se sono i singoli ad ammazzare qualcuno, allora è un crimine, ma se si fa per ordine dello Stato, allora si parla di eroismo"?
    Se si pone mente a quello che dice Ippolito: fare il soldato, passi, ma senza "bellare", ossia si può ammettere il prestare servizio militare ma non si deve scendere in campo ed ammazzare, si capisce che, quello che origene e Cipriano paventano, è lo spargere sangue, non il fare il soldatp in sè.
    Però è chiaro che, in tempo e luogo di guerra, è molto difficile per un soldato riuscire a non spargere sangue?!
    E' vero che dopo il 150 d.c. i cristiani fossero presenti nell'esercito, ma questo potrebbe essere stato causato da una prassi che si era imposta e sulla quale si chiudeva un occhio. In pratica, con una terminologia veteromarxista, si potrebbe dire che dopo oltre 100 anni, il cristianesimo andava "imborghesendosi".......;

    4) ma i pronunciamenti "magisteriali" avrebbero DOVUTO esserci perchè le persecuzioni venivano giustificate anche col fatto che i cristiani non fossero buoni cittadini. NOn a caso Celso, scrive:"Vi esorto dunque a sostenere con tutte le forze l'imperatore e ad impegnarvi insieme con lui nelle giuste imprese, a combattere per lui, a partecipare alle sue spedizioni, quando egli lo richieda, a porvi al comando degli eserciti con lui, a governare con lui la patria, se si rende necessario, e a fare questo per la salvezza delle leggi e della religione". (Il discorso della verità, VIII, 75)".
    Se li esorta a fare il loro dovere nei confronti dello stato, vuol dire che rileva che, al momento, non lo fanno.
    E che il cristianesimo venisse visto anche come una pericolosa forma di sedizione politica lo documentano molti storici (v. per tutti C. Lepeley, w. Frend), e, d'altronde è anche logico che fosse così: basti pensare alle parole di Paolo sugli schiavi e considerare che quella era una società schiavistica.

    GdL

    segue

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  10. riprende (proseguendo il punto 4)

    Quindi, con un potere politico che perseguita perchè dice che i cristiani non sono buoni cittadini in quanto non fanno il loro dovere, con dei "cani sciolti" che dicono di non combattere per la patria e fanno propaganda di ciò, la Chiesa, non si pronuncia apertamente per difendere i tuoi fedeli e chiarire che un cristiano è un buon cittadino e può combattere per la patria??
    Non si pronuncia quando un cristiano sceglie di morire per un obbligo che in realtà non esiste?

    5) pronunciarsi nel senso che ho detto sopra era molto più urgente che difendersi dall'eresia monotelita, perchè tale eresia può traviare qualche intellettuale e teologo (una distinzione cristologica di quella sottigliezza non credo che venisse compresa a livello popolare) che può essere sempre persuaso del suo "errore".
    Ma il pronunciamento sul NON obbligo dell'obiezione di coscienza al servizio militare era una cosa importante e urgente: non chiarire con forza dava infatti un argomento ai persecutori ("lo vedi, dicono di non fare il soldato e combattere, e difatti molti di loro non lo fanno, è proprio vero: questi cristiani sono inaffidabili") e rendeva possibile un caso come quello di Massimiliano di Tebessa ed altri, che avrebbero potuto evitare il martirio se qualcuno gli avesse detto, autorevolmente, che potevano benissimo essere buoni cristiani e buoni soldati.

    6) sull'uso delle metafore e delle immagini, non sono così poi propenso a credere che s. Paolo e gli altri fossero tanto attenti e accurati sull'uso delle medesime, anche perchè, con il limite di cui si è detto sopra, il servizio miliatare era cosa ammissibile.

    Saluti. GdL

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  11. Giovanni,

    mi pare che quello che dovevamo dirci ce lo siamo detti. Tre ultime puntualizzazioni.

    1) Gli esattori li ho citati perché sono nello stesso passo
    evangelico dei soldati. Se le parole del Battista non hanno senso per i cristiani relativamente al comportamento militare, non vedo perché debbano avercelo per quello esattoriale. I militari poi possono essere stati tranquillamente dei pagani pii, come il centurione per il quale i capi della sinagoga di Cafarnao chiesero a Gesù la guarigione del servo.

    2) Su Origene e Cipriano ribadisco quello che ho detto: si tratta di testi di polemica antipagana dove è ovvio accentuare le differenze. Non mi risultano altri testi di costoro dove si vieti ai cristiani di militare nell'esercito romano. E lo stesso dicasi da parte pagana (v. il testo di Celso da te riportato). Non per nulla Tertulliano, ancora ortodosso, portava, a motivo di discolpa per i cristiani, il loro servizio militare.

    3) Credo che il magistero abbia rinunciato a pronunciarsi visto che i casi erano esigui: il martirio di Massimiliano (che, se non erro, è il primo ad essere documentato) è del 295 d.C., 19 anni prima del concilio di Arles. L'obiezione assai verosimilmente riguardava pochi casi, poiché la maggioranza dei cristiani che servivano nell'esercito lo facevano senza problemi. Perché allora condannare una pratica marginale?

    Saluti

    Michele

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  12. Mi dispiace ma non vediamo le cose nello stesso modo:

    1) le parole del battista sono in un contesto ebraico: i cristiani sono di là da venire; il centurione che si reca da Cristo per la guarigione del suo servo è un pagano che si reca da Gesù per chiedere un favore che Gesù gli fa per benevolenza, ma non predica a lui nè lo invita alla conversione ad una religione che lui non conosce;

    2) sono diversi testi che ho citato, e, non ce n'è uno che illustri la tesi contraria;

    3) la Chiesa ("ammessa" la continuità fra la Chiesa cattolica ed il primo cristianesimo) non ha mai sottovalutato nessun nemico o personaggio potenzialmetne pericoloso.
    E la questione di che trattasi, non coinvolgeva pochi casi, dato che molti eretici obiettavano, solo che al martirio si arrivava di rado perchè il serv. militare era in larga parte volontario. Non si è pronunciato il magistero perchè, chi doveva farlo, non era troppo sicuro del "fatto suo"! La sicurezza è arrivata con costantino ("allora" il magistero ha creduto opportuno pronunciarsi.....)

    Saluti. GdL

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  13. 1) Ammettiamo che siano in un contesto ebraico. E con ciò? Sono irrilevanti per il cristiano? Allora lo è tutto l'Antico Testamento. Di più, lo sono gli ammonimenti rivolti da Gesù agli ebrei, visto che il 99,99% dei cristiani d'oggi non è di ascendenza ebraica. A intercedere per il centurione sono i notabili di Cafarnao, segno che costui si era alquanto allontanato dal paganesimo romano.

    2)Se non consideri il genere letterario di cui fanno parte, che, ripeto, è teso ad accentuare le differenze tra pagani e cristiani, allora leggerai questi testi come messaggi "pacifisti" e "antimilitaristi". Ma è un errore interpretativo: per dimostrare che Cipriano o Origene fossero contrari al servizio militare dei cristiani dovresti trovare un testo, rivolto ai loro correligionari, dove si sconsiglia o si vieta di fare il soldato. Non mi risulta che esista.

    3) E che pericolo potevano costituire alcuni obiettori dinanzi a tutti i cristiani che servivano fedelmente? C'era bisogno di condannare pubblicamente un comportamento di minoranza, soprattutto quando nello stesso tempo avevi a che fare con montanismo, arianesimo, gnosticismi vari, cioè con questioni un tantino più pressanti per il cristianesimo rispetto all'obiezione al servizio militare?
    Che poi Costantino abbia chiesto una condanna dell'obiezione ed i vescovi abbiano acconsentito non stento a crederlo, ma non si tratto affatto di una svolta rispetto a quanto già seguito sino ad allora, al più una esplicitazione di una politica già vigente.

    Michele

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  14. 1) è ovvio che anche le scritture ebraiche hanno rilievo per un cristiano, ma il problema del srvizio militare non si poneva per gli ebrei, dato che tale servizio era funzionale ad un popolo che era quello "eletto". I notabili palestinesi erano generalmente erodiani o sadducei ed avevano buoni rapporto con le autorità romane (non c'era bisogno di "allontanamenti dal paganesimo");

    2) il servizio militare in sè era permesso, purchè non si spargesse sangue, ma, poichè in guerra è difficile che dal primo non si giunga al secondo, è ovvio che, fuggire il secondo, porta inevitabilmente a sconsigliare il primo (Ippolito spiega bene la differenza e la connessione);

    3) se celso si lamenta che i cristiani non facciano il proprio dovere nei confronti dello stato, vuol dire che non erano pochi i cristiani che non facevano il soldato (di regola era volontario e non se seguiva, quindi, il martirio). I cattolici fanno polemiche a non finire per piccoli articoli critici, figuriamoci se per un atteggiamento che li esponeva alla denigrazione dei pagani, non avrebbero polemizzato, se fossero stati sicuri della questione.

    Saluti. GdL

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