10 novembre 2016

San Leone Magno, il Santo Padre dell'ortodossia



di Alfredo Incollingo

Ogni epoca ha avuto i suoi santi, chi più e chi meno. La santità ha guidato gli uomini del medioevo e ha conservato l'ortodossia e la Chiesa nell'epoca dei moderni miscredenti. Nell'antichità ha posto le basi per edificare la Chiesa di Cristo nonostante le persecuzioni e le eresie. I santi hanno affrontato le loro età senza cedere ai mali della storia, sempre fedeli a Dio e usando il Vangelo quale arma contro le avversità e i tentennamenti.
San Leone Magno è un Santo Padre che ha guidato la Chiesa di Cristo negli anni di decadenza dell'impero romano e sotto la costante minaccia eretica e barbara. Il cattolicesimo con Leone uscì più forte di prima e seppe così assurgere a ruolo di guida spirituale e politica nei secoli avvenire.
Le origini del santo sono ignote, come sconosciuta è l'inizio della sua carriera clericale. Era diacono a Roma sotto papa Celestino I e poi con papa Sisto III e si annoverano anche diversi incarichi politici che gli furono affidati dall'imperatore Valentiniano III in Gallia.
Alla morte di Sisto III Leone era ancora lì quando venne eletto dal popolo e dal clero come il successore del defunto pontefice. Fu consacrato papa al suo ritorno il 29 settembre 440 e per 21 anni resse le sorti della Chiesa romana proclamando (e concretizzando) la centralità di Roma su tutte le altre chiese. Per fare ciò era necessario prima di tutto garantire l'unità e dimostrare nei fatti il Primato di San Pietro.
I primi mesi del pontificato non furono agevoli, perché le eresie, che già imperversavano nell'impero romano ormai cristiano, minacciavano l'unità occidentale che a fatica i suoi predecessori avevano costituito. Gli avversari erano i seguaci di Pelagio, manichei e priscillianisti e sfoderò tutta la sua abilità politica e teologica onde arrestare l'avanzata di questi movimenti ereticali. Seppe ricostruire la Chiesa nelle regioni dove essa versava nel degrado, una condizione che favoriva non poco il sorgere di fedi eterodosse: la difesa dell'ortodossia si concretizzò in una prassi mirante a consolidare la comunità cattolica, dove essa era già fortemente presente, e ripristinarla, dove era praticamente assente o in decadenza; il suo zelo lo dimostrò soprattutto nel quarto concilio ecumenico della storia cristiana, quello di Calcedonia del 451. Il monofisismo (l'eresia secondo la quale la natura umana di Gesù era stata assorbita da quella divina, quindi Cristo si componeva di una solo sostanza) continuava a imperversare nell'impero, nella parte orientale per lo più, nonostante gli anatemi papali; qualche anno prima, nel 449, durante il Secondo Concilio di Efeso i vescovi intervenuti, tra delazioni, corruzione e intimidazioni dell'imperatore d'oriente Teodosio II, avevano riabilitato le tesi di Eutiche, l'eresiarca monofisita. Leone, mosso dai vescovi dissidenti e zelante come sempre, con l'approvazione dell'imperatore occidentale Valentiniano III inaugurò il concilio calcedoniano, nel quale i vescovi votarono a favore della lettera dogmatica leonina che sanciva la doppia natura di Gesù e condannarono le tesi di Eutiche, che fu costretto all'esilio.
Papa Leone I si distinse anche per l'abile gestione interna della Chiesa e per aver salvaguardato Roma e l'Italia dalle orde barbariche che in quel secolo le minacciarono più volte. Riuscì ad allontanare dalla Penisola Attila con la sola diplomazia (e probabilmente il capo unno temeva di morire dopo il saccheggio dell'Urbe, come era avvenuto per Alarico, re dei visigoti); salvò una parte della popolazione romana dal saccheggio di Genserico, re dei vandali, ottenendo la promesso dal capo barbaro di non attaccare la gente che si era rifugiata a San Pietro, San Paolo fuori le mura e San Giovanni in Laterano.
Abbiamo bisogno ancora adesso di pastori, pragmatiche e caritatevoli, che sappiano contrapporsi ai potenti di adesso, incapaci o  troppo presi da interessi particolari. La difesa dell'ortodossia e lo spirito zelante di papa Leone I, definito non a caso “Magno”, gli valsero il titolo di “Dottore della Chiesa Cattolica” nel 1754 per opera di papa Benedetto XIV.
 

1 commento :

  1. Devo encomiare l'autore dell'articolo perchè, rifuggendo certa agiografia post-tridentina, riconosce che l'intervento di Leone I nei confronti di Attila, nel 453, fu un intervento DIPLOMATICO e non miracolistico. D'altra parte le trattative di Leone avevano buone possibilità di riuscita; infatti: erano scoppiate delle epidemie nell'esercito unno, tale mesercito era pericolosamente lontano dalle sue basi nei balcani, Ezio stava, sia pur faticosamente, riorganizzando le sue truppe in Gallia. e, in prospettiva, c'era il rischio di rimanere "imbottigliati" in Italia. Quindi, accettare le proposte, che comprendevano anche la dazione di un tributo, della delegazipne composta da Leone, dal prefeto Trigezio e dall'ex console Gennadio Avieno era, tutto sommato, un buon affare per Attila.
    Che poi, nel corso della discussioni, la superstizione di Attila e degli unni, abbia giocato un ruolo, è effettivamente possibile.
    Riguardo al concilio di Calcedonia, non posso non rilevare quanta fatica facesse il primato papale ad affermarsi: segno che non era poi una cosa definita ed accettata da secoli.

    Giovanni da Livorno

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