07 novembre 2016

Trump o l'abisso


di Lorenzo Roselli

Scrivo queste poche righe di getto, quasi ispirato. Si, decisamente ispirato da una musa... Della polemica politica.
Questa musa è un'attrice per adulti (come si usa definire oggi chi si prostituisce di fronte una telecamera) spagnola, che in terra iberica è recentemente divenuta un'opinionista tout court e di cui, per non darle ulteriore e immediata fama, celerò il nome.
Ebbene la signorina ha dichiarato che il voto di domani potrebbe far retrocedere gli Stati Uniti e con essi il mondo occidentale "indietro di 50 anni". Occorre quindi andare "tutti a votare per impedire che un personaggio del genere ottenga un ruolo di così tanto potere".
Non so perché, ma leggere questa insulsa notizia rilanciata da media ispanici di quart'ordine ha come acceso nel sottoscritto un desiderio, combattuto e represso duramente negli ultimi mesi.
Questo desiderio è quello di esprimere un concetto in se abbastanza conciso: Donald Trump non è semplicemente il male minore, il repubblicanello con la pettinatura vagamente riecheggiante lo stile reaganiano da contrapporre al democratico laicista. No, amici miei, Donald Trump non è Mitt Romney, Bush Senior o Bob Dole. Non parliamo di un inutile e sgradevole conservatore perfettamente speculare ad uno spocchioso e petulante liberal, al primo lievemente peggiore.
Il vituperato Trump, il “deplorabile” Trump come viene definito dalla stampa avversa. Ovvero tutta, per lo meno in Europa.

Disprezzato dal suo partito, ufficialmente in quanto becero e incompetente, ufficiosamente perché antinterventista, simpatizzante di politiche protezionistiche, lontano dai circoli che formano l'elité repubblicana almeno quanto lo è da certo conservatorismo fiscale ultraliberista che si è in parte riversato sul candidato libertario Gary Johnson.
Maltrattato dai principali sistemi d'informazione statunitense che certamente ne hanno garantito, per eterogenesi dei fini, la scalata di consensi durante le primarie, ma come rileva l'ultimissima soffiata di Wikileaks, ha tentato di affossarlo in maniera abbastanza palese nei dibattiti. Addirittura la CNN avrebbe concordato con l'entourage della Clinton le domande da fare all'imprenditore newyorkese.

Ah si, il deplorabile e malevolo Trump. Un candidato repubblicano che per primo si è espresso in maniera favorevole ad un sistema pubblico di assistenza sociale nella sanità. 
Un candidato alla Casa Bianca che ha condannato senza se e senza ma la sciagurata avventura iraqena, anteprima dello scenario disastrato a cui assistiamo in Medio Oriente.
Un candidato alla presidenza degli Stati Uniti che ha ammesso il ruolo ambiguo giocato dalla NATO nella “rivoluzione libica” e le responsabilità innegabili di Washington nell'avanzata del salafismo tafkirita in Siria, Libia ed Iraq.

Contro di lui una donna che di questi crimini è stata indiscussa protagonista, facendo di tali abiezioni quasi un vanto.
Una donna che ha rivoltato contro Donald Trump le sue proposte di pacificazione con Mosca come “propaganda russa”, arrivando persino a definire il proprio avversario “marionetta di Putin”.
Una donna che durante un dibattito presidenziale, di fronte a milioni di spettatori in tutto il mondo, si è espressa favorevolmente ad un aborto tardivo fino all'ottavo mese di gravidanza.

Insomma, ogni persona di buon senso può fare le dovute considerazioni rispetto al quadro finora espresso. Tuttavia, io avevo taciuto. Quasi a voler anche questa volta glissare l'endorsement, forse per l'orgoglio di non dover “tapparmi il naso” come solitamente faccio al momento della chiamata alle urne.

Ma la premura di taluni intellettuali nostrani ed esteri, di artisti pop di valore dubbio fino ad arrivare a Robert De Niro, tutti sommamente preoccupati del “sessismo”, della demagogia, delle offese vere o presunte che un cittadino occidentale proietta sulla narcistica percezione di se stesso... Il loro comodo sdegno piccolo borghese fare sempre più la voce grossa mentre i bambini di Aleppo vengono torturati dai “ribelli moderati” e i cristiani di Libia patiscono l'inferno in terra... Questo mi ha costretto a parlare.

E mi obbliga a rammentarvi che a dispetto dell'ironia che ciascuno di noi può aver fatto su questa bizzarra campagna elettorale, il voto di domani rappresenta una scelta drammaticamente ineluttabile: “Trump o l'abisso”.
Perché se questo clown paffuto non la scampa, il futuro sarà molto tetro e non solo per i cittadini d'Oltreoceano ma per tutti noi. Ricordatevene perché, di quanto detto o omesso in queste ultime ore sarete chiamati a testimoni. Lo saremo tutti.

 

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