22 novembre 2016

Un Campari con... Susanna Manzin


In preparazione alle abbuffate natalizie e consapevoli dei benefici che il mangiar bene apporta alle attività umane, spirituali e non (basti pensare alla teologia "wurstel e crauti" tedesca...), abbiamo intervistato Susanna Manzin, scrittrice e curatrice del blog "Pane e focolare", dedicato proprio al rapporto tra cibo e cultura cattolica (ma non solo), per una gustosissima chiacchierata. 

Il suo blog (dal quale è nato un libro che uscirà a gennaio) tratta della "cultura della tavola orientata alla bellezza e alla valorizzazione dei valori familiari e sociali connessi con il mondo del cibo e del vino". Può spiegarci meglio il contributo del cattolicesimo a questa cultura?


Una domanda così, posta da un blog che si chiama “Campari e De Maistre”, è davvero intrigante! Se i cattolici hanno un rapporto gioioso e piacevole con il cibo, non è un caso. Come ha detto Papa Francesco ad un’udienza del mercoledì, il cristianesimo ha a che fare con la convivialità. Non solo Gesù ha istituito a tavola il più grande sacramento, ma considerava i pasti un’occasione importante di incontro con il suo prossimo, un modo per entrare in confidenza e amicizia con le persone. Ci sono tanti episodi evangelici che vedono Gesù a tavola, al punto da essere giudicato con disprezzo “un mangione e un beone”. Sicuramente non era così, ma se attirava questo genere di commenti vuol dire che accoglieva volentieri gli inviti a pranzo. La sua vita, le sue parabole e l’Eucarestia hanno abituato culturalmente il popolo cattolico a vedere la tavola come momento non solo di nutrimento ma anche di cultura, di amore, di scambio di doni generosi. Mangiare insieme consolida la comunità, e lo ha ben intuito san Benedetto che ha descritto dettagliatamente nella sua Regola come si dovevano svolgere i pasti in refettorio. La cultura cattolica ha modellato l’Europa anche a tavola: ha bandito gli eccessi sregolati della tavola dell’antica Roma e dei barbari, insegnando un rapporto equilibrato con il cibo, misurato e orientato alla temperanza, sano per il corpo e per l’anima. Stare a tavola con la famiglia, gli amici o la propria comunità è considerato un rito, da vivere con attenzione e gioia, con senso della misura ma allo stesso tempo con cura dei dettagli, proprio come si fa con un rito sacro. Il risultato? Molti cibi di cui oggi godiamo hanno un’origine monastica oppure, se già esistevano, con il cristianesimo hanno raggiunto vertici di eccellenza: ad es. la birra, il vino, il formaggio grana, lo champagne. Sto parlando del cattolicesimo, perché laddove si è diffusa l’eresia protestante, questo sano ed equilibrato rapporto con la buona tavola, pieno di gioia e ricerca della bellezza e della qualità, ha trovato ostacolo nell’austerità puritana. Un motivo in più per vedere nella Chiesa Cattolica la fedeltà al messaggio evangelico.


Come sono nati i suoi due romanzi, "Il destino del fuco" e "Come salmoni in un torrente"? Si può dire che cercano di introdursi nel dibattito riguardante la famiglia?


“Il Destino del Fuco” (D’Ettoris Editori, 2014) è nato quasi per caso, riflettendo sulle sfide della fecondazione eterologa: immaginavo cosa dovessero provare i protagonisti di queste complesse vicende famigliari. Perché la vita non è fatta di teorie e dottrine, ma è fatta da persone concrete che quando prendono strade sbagliate rendono la vita più complicata, a volte più drammatica e devastante. Allora mi sono immaginata questa trama: c’è una donna, Marianna, felicemente sposata con Riccardo, ha due figli e gestisce con successo un agriturismo. Arrivano quattro ospiti, una madre single con una figlia e un padre divorziato con il figlio. All’improvviso si scopre che i ragazzi sono nati entrambi grazie alla fecondazione eterologa, da un donatore anonimo. Quando si scopre chi è questo padre biologico, tutti i personaggi rivelano la loro difficoltà e angoscia nel gestire una situazione così imprevedibile. Ho cominciato a scrivere, quasi per gioco, ed è nato il romanzo. Ho trovato un editore pieno di entusiasmo e (vi assicuro, io non pensavo che sarebbe andata così!) il libro ha avuto un’ottima accoglienza. L’invito da parte di molti lettori di scrivere ancora mi ha spronato a mettermi al lavoro e le vicende dei protagonisti del primo romanzo hanno trovato un seguito nel romanzo “Come salmoni in un torrente”, edito anch’esso da D’Ettoris Editori (ottobre 2016), che affronta altri temi delicati: in particolare il dramma dell’aborto e della sindrome post-abortiva, le sfide dell’adolescenza e le relazioni sentimentali complicate. Entrambi i romanzi parlano della famiglia e delle difficoltà che oggi deve affrontare, degli attacchi alla sua integrità, della debolezza della cultura incentrata sull’individualismo, sulla dittatura del desiderio e sul mancato rispetto della vita umana.

Mi sono resa conto che il romanzo ha un vantaggio, rispetto ad altre forme di comunicazione: un romanzo può riscuotere curiosità ed interesse in molte persone che non leggerebbero mai un saggio di bioetica o di dottrina sociale, che non hanno voglia di andare ad una conferenza o ad un convegno, né di leggere lunghi post su facebook, ma che sono disponibili ad una lettura leggera che si può fare sotto l’ombrellone o durante un viaggio in treno. Ho avuto lettori inaspettati, che sono rimasti toccati e hanno riflettuto, vedendo le problematiche della famiglia e della tutela della vita umana calate nel concreto dei drammi vissuti.

I due romanzi parlano di temi di estrema attualità, come l'aborto, il divorzio, la fecondazione artificiale, anche se si può notare come il personaggio principale sia il padre. Perché parlarne, dato che ormai la cultura attuale lo considera un soggetto di cui si può fare a meno?


Sì, c’è proprio una crisi della figura paterna e credo che molti problemi della nostra società siano causati anche dall’attacco al padre. Nel primo romanzo questo tema era centrale, sintetizzato dal titolo, un po’ emblematico. Il fuco è il maschio dell’ape domestica ed è assistito e alimentato abbondantemente dalle api operaie perché è indispensabile per la perpetuazione della specie. Ma muore subito dopo l’accoppiamento, proprio perché la sua funzione all’interno dell’alveare è soltanto quella di fecondare l’ape regina. Non serve ad altro. Per questo ho azzardato questo raffronto, assistendo al tentativo di eliminare il padre dalla società occidentale.  Un lungo processo rivoluzionario, dalla Rivoluzione protestante fino al Sessantotto, ha portato alla crisi del principio di autorità, fino al “vietato vietare” e al “non abbiamo bisogno di padri” della cultura sessantottina. La società dell’assenza del padre è la società dell’assenza della norma morale, con gravissime conseguenze sociali, familiari ed educative.

Nel secondo romanzo il ruolo paterno è affrontato anche presentando lo scandalo della legge 194 sull’aborto, che esclude il padre del bambino da ogni decisione a proposito dell’aborto. Anche in questo aspetto, si vede  la volontà di uccidere il padre, di eliminare questa figura dalla società.

Ci può parlare anche del ruolo della donna, incarnato nei due libri dalla figura di Marianna, la proprietaria dell'agriturismo? Ci può parlare anche del ruolo delle altre donne, come Alessandra, Anita o Caterina?


Ho cercato di creare personaggi concreti, realistici: nessun personaggio perfetto e nessuna figura completamente negativa. Certo, Marianna è una bella figura, incarna molti valori positivi, ma nel secondo romanzo subisce tentazioni e commette leggerezze, come purtroppo capita nella realtà anche ai migliori. Anita è in un certo senso l’opposto di Marianna: se questa ha costruito la sua casa sulla roccia di sani valori familiari, Anita ha rifiutato quelli che considera stereotipi superati e si è avventurata sulla strada della fecondazione eterologa per avere una figlia senza un partner. E’ una persona in crisi personale, ma è vittima di se stessa, delle sue scelte sbagliate. Alessandra è figlia della cultura della leggerezza esistenziale, ma sempre alla ricerca di un porto sicuro. Caterina è il medico che sostiene il principio di autodeterminazione della donna in modo ideologico. Ma una delle figure femminili che mi appassiona di più è sicuramente Greta, la giovane figlia di Anita, fragile e bisognosa di affetto. Il secondo romanzo è molto incentrato su di lei, sul suo oscillare tra desiderio di libertà e nostalgia di una famiglia.

Le donne hanno un ruolo fondamentale nelle relazioni umane, il loro istinto materno può influenzare positivamente sia il rapporto con gli adulti che con i ragazzi. Padri e madri sono complementari, ognuno deve fare la propria parte e se manca uno dei due elementi, quello femminile o quello maschile, la società ne risente. L’uomo ha bisogno di una donna accanto, che con la sua sensibilità lo indirizzi e consigli, e la donna ha bisogno dell’uomo forte, per sostenerla e difenderla.

Le storie raccontate dai due libri sono ambientate all'interno di un agriturismo, luogo in cui il contatto con la natura e i suoi tempi lunghi la fanno da padrone; persino i titoli presentano un richiamo a queste tematiche. Come si inserisce la natura all'interno della cultura della tavola?


Quando c’è cultura della tavola, c’è anche amore per la natura. Tutto quanto mangiamo ci viene donato dalla terra, dal regno vegetale e animale (e anche minerale: pensiamo al sale!). Chi lavora nell’agricoltura e nell’allevamento del bestiame conosce bene i ritmi della natura, la sua bellezza e anche i suoi problemi, le sue potenzialità e i suoi rischi. La cucina si colloca con armonia all’interno di questo processo, prendendo il prodotto e trasformandolo: nascono così i sistemi di cottura, di trasformazione e conservazione dei cibi. Si valorizza ciò che è buono e si scarta quanto è cattivo, si accoglie quello che la natura ci dona ma ci si difende dalla nocività che a volte in essa è racchiusa e anche dalle condizioni meteorologiche avverse che possono distruggere il faticoso lavoro. C’è un impegno intelligente e sapiente che si tramanda di padre in figlio e ad ogni passaggio generazionale si aggiunge qualcosa, verso un miglioramento delle condizioni di vita che tiene però sempre conto della tradizione. Oggi chi compra la merce al supermercato, magari cibi precotti che si mettono nel microonde, perde il rapporto con la natura e alla fine non gusta adeguatamente quello che mangia. Chi segue tutta la filiera apprezza maggiormente quello che mette nel piatto. Non dimentichiamo che “sapore” e “sapere” hanno la stessa origine etimologica.


Secondo lei c'è un nesso tra la decadenza della civiltà occidentale nella sua crisi morale (e religiosa) ed il modo in cui mangiamo?


Non ho dubbi in proposito! Come ho spesso scritto nel mio blog e pubblicato nel libro “Pane & Focolare” (D’Ettoris Editori, 2016), siamo sempre più individualisti e non dedichiamo attenzione alla tavola, che è un momento di socialità. Guardiamo ad esempio la famiglia: la sua crisi è manifestata anche dalle abitudini alimentari. I pasti sono sempre più irregolari, si pranza fuori casa, questo è abbastanza inevitabile con i ritmi moderni di studio e lavoro, ma almeno a cena si dovrebbe condividere la tavola. Eppure ci sono famiglie dove nemmeno questo accade: si mangia quando capita, a mano a mano che si arriva a casa; i figli hanno orari complicati per attività sportive o per gli appuntamenti serali con gli amici; i genitori rientrano tardi dall’ufficio; basterebbe metterci un po’ di buona volontà e trovare un orario comune, ma quanti comprendono il valore di questo sforzo? Più facile lasciare ad ognuno la scelta di quando mangiare e cosa mangiare: tanto, che importanza ha mangiare insieme? E anche quando ci si siede a tavola, la televisione è accesa o si consultano gli smartphone. Non si dedica più tempo alla cucina, viene considerata perdita di tempo. Non ci sono più orari comuni, rituali familiari. E anche tra amici, si preferisce fare notte in discoteca piuttosto che cenare insieme con una certa forma e qualità. La festa assume i toni della trasgressione, non della ritualità.

Sono cresciuta alla scuola del pensatore brasiliano Plinio Correa de Oliveira, che ha descritto così bene il lungo processo plurisecolare che ha attaccato la società occidentale. Il soggettivismo, il relativismo etico hanno dato giustificazione filosofica ed esistenziale all’uomo che crede di poter fare a meno di identità, di storia, di strutture, di tradizioni da rispettare, di una comunità alla quale appartenere. L’uomo corrotto dalla rivoluzione, individualista e sciolto da legami, mangia solo per nutrirsi e non vede la necessità di dedicare tempo ed energie alla bellezza della tavola.  
Se vogliamo ricostruire i legami sociali e familiari, la tavola, a mio parere, può avere un ruolo importante. Se è vero che la bellezza ci salverà, questo può avvenire tutti i giorni, quando una bella compagnia si siede intorno ad una tavola, apparecchiata con cura e ordine, con cibi gustosi; quando si chiacchiera con calma e serenità, e magari si attende l’arrivo del primo piatto sorseggiando … un Campari! 

 

4 commenti :

  1. Ma via! il vino, la birra ed i formaggi esistevano da tempo immemorabile, da ben prima dell'avvento del cristianesimo; per il formaggio grana e lo champagne invece ha ragione. Non è poi vero che che l'austerità e la frugalità estreme fossero estranee al mondo cattolico (cfr. capoverso "la chiesa" in https://it.wikipedia.org/wiki/Alimentazione_medievale), nè può dirsi che, a parte certi eccessi in certi momenti, la convivialità sia estranea al mondo protestante.
    Alla ribellione contro l'autorità (paterna o di altra natura) cui sono pervenute le varie rivoluzioni (protestante, francese ecc.) ci sì è arrivati perchè, ad un certo punto, quell'autorità NON la si sopportava più!
    Certamente una qualsiasi rivoluzione provoca disagi, problemi, contraddizioni, guai (come qualsiasi mutamento importante), ma lo storia (e la cronaca quotidiana) hanno dimostrato che colui il quale vuol scrollarsi di dosso qualcosa che ritiene "insopportabile", accetta il fatto che da ciò deriverino conseguenze negative, fra le quali c'è sempre quella di dover lottare duramente contro i c.d. "controrivoluzionari", e, il succitato plinio correa (il quale proponeva,nel 900, il ripristino dei titoli nobiliari!) era certamente un campione della controrivoluzione. E, sicuramente, in sudamerica gli uomini della TFP sono stati dei controrivoluzionari "pratici" e "operativi", a tal punto che gli stessi vescovi brasiliani, le si sono rivoltati contro: "Durante la 23° assemblea plenaria dei Vescovi brasiliani […] essi hanno approvato una nota riguardante 'La Società Brasiliana per la difesa della Tradizione, della Famiglia e della Proprietà' consigliando i cattolici di non affiliarsi alla suddetta Società […]. Il suo carattere esoterico, il suo fanatismo religioso, il culto riservato alla personalità del suo fondatore e alla madre di quest'ultimo, l'uso abusivo del nome di Maria SS.ma […] non possono assolutamente ottenere l'approvazione della Chiesa" (da Osservatore Romano del 07.07.85, p. 12, n. 408, ed. settimanale in lingua spagnola).
    Giovanni da Livorno

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  2. Si il Divino Maestro era chiamato "mangione e beono", lo sono anche io.

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  3. Ogni rivoluzione lascia sempre una situazione peggiore allo stato iniziale.

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  4. Che SUBITO dopo ogni rivoluzione subentri sempre una situazione peggiore dello stato iniziale è vero, ma nel medio e lungo periodo, è tutto da vedere! (anche se c'è stata effettivamente qualche "rivoluzione" o "pseudorivoluzione" che ha avuto esiti peggiorativi anche nel sudddetto periodo).

    Io non ho mai creduto che Cristo fosse un mangione o un beone.

    Giovanni da Livorno

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