28 novembre 2016

Votare No per difendere quel che resta della Patria


di Marco Muscillo

Lungi da me far l’elogio della Costituzione “più bella del mondo”, o gridare al pericolo autoritario che la riforma costituzionale scritta dal PD può costituire. A me personalmente (ma credo anche a voi) le Costituzioni non mi hanno mai fatto né caldo e né freddo, anche se nella mia vita sono stato di tutto, da neofascista, a berlusconiano, a rosso-bruno, a comunista, ad anarchico. Cercavo un’appartenenza, cercavo la Giustizia, cercavo la Verità. Ora che ho trovato Cristo “Via, Verità e Vita”, della Costituzione me ne importa ancor meno di prima: io sono per il Trono e per l’Altare, per la Regalità sociale di Cristo Re dell’Universo.
Tuttavia, vorrei in queste righe dire la mia sul perché è necessario andare a votare No il prossimo 4 dicembre. L’unico motivo per il quale trovo fondamentale che la riforma di Renzi venga stracciata è uno solo: affinché questo Stato italiano non svenda quel briciolo di sovranità che gli è rimasta.
Già nella relazione introduttiva del Disegno di Legge Costituzionale del 8 aprile 2014 si legge che uno dei motivi fondamentali per cui la riforma si rende necessaria è che:

“Lo spostamento del baricentro decisionale connesso alla forte accelerazione del processo di integrazione europea e, in particolare, l’esigenza di adeguare l’ordinamento interno alla recente evoluzione della governance economica europea (da cui sono discesi, tra l’altro, l’introduzione del Semestre europeo e la riforma del patto di stabilità e crescita) e alle relative stringenti regole di bilancio (quali le nuove regole del debito e della spesa); le sfide derivanti dall’internazionalizzazione delle economie e dal mutato contesto della competizione globale”

Bisogna tenere conto anche che questa riforma costituzionale è la continuazione del processo iniziato con l’approvazione della legge costituzionale 1/2012 durante il governo Monti, la quale legge introdusse in costituzione il principio del “pareggio di bilancio”. Quella modifica, seguiva in toto le indicazioni contenute nella lettera della BCE inviata al governo Berlusconi nel 2011 dove, tra le altre cose, si diceva che: “sarebbe appropriata anche una riforma costituzionale che renda più stringenti le regole di bilancio”. Le legge costituzionale 1/2012 andò già a modificare sensibilmente la Costituzione italiana agli articoli 81, 97, 117 e 119, articoli che nella nuova riforma, riguardo al principio ispiratore, sono rimasti sostanzialmente gli stessi.
Introdurre il principio del pareggio di bilancio significa praticamente andare a scardinare l’impostazione economica della Costituzione italiana del 1948. Come sappiamo, essa fu un compromesso tra la Dottrina Sociale della Chiesa, seguita dalla Democrazia Cristiana e le istanze socialiste del Partito Comunista. Il risultato fu una Costituzione garante dei diritti sociali e dell’intervento statale in economia. Per fare questo, era necessario che lo Stato potesse fare un forte disavanzo di bilancio, coadiuvato da una politica di monetizzazione del debito pubblico da parte della Banca Centrale, che fino al 1981 era sotto il controllo del Ministero del Tesoro.
Ora, le restrizioni alla politica di bilancio vanno ad intaccare anche i cosiddetti “principi fondamentali”, che in teoria non potrebbero essere modificati, ma che di fatto non contano più nulla perché, se già all’art.1 si sancisce che “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro” e quindi si dice in pratica che scopo della Repubblica è il perseguimento dell’obiettivo della piena occupazione, questo obiettivo non può essere perseguito senza il supporto di una politica espansiva dello Stato, che ora invece privilegia il rigore dei conti e la stabilità dei prezzi.
La riforma costituzionale di Renzi aggiunge a tutto ciò la cessione completa della sovranità politica del nostro Paese agli interessi dell’Unione Europea e della finanza internazionale.  Le modifiche più significative sono riscontrabili all’art.55, secondo il quale:
“Il Senato della Repubblica rappresenta le istituzioni territoriali ed esercita funzioni di raccordo tra lo Stato e gli altri enti costitutivi della Repubblica. Concorre all’esercizio della funzione legislativa nei casi e secondo le modalità stabiliti dalla Costituzione, nonché all’esercizio delle funzioni di raccordo tra lo Stato, gli altri enti costitutivi della Repubblica e l’Unione europea. Partecipa alle decisioni dirette alla formazione e all’attuazione degli atti normativi e delle politiche dell’Unione europea”
e all’art.70, secondo il quale:
“La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere […] per la legge che stabilisce le norme generali, le forme e i termini della partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea”

Cosa implica tutto questo? Viene in pratica sancito costituzionalmente il principio del “vincolo esterno”, con uno spostamento della governance dal piano nazionale a quello sovranazionale e europeo. Di fatto è una piena cessione di sovranità.
 Lo spiega meglio il giurista Luciano Barra Caracciolo nel suo blog:
“Come rendersi conto della €uropean connection, ve lo indico in una breve sintesi suddivisa in semplici steps:

a) prendete il testo della riforma costituzionale col raffronto del testo originario della Costituzione del 1948;

b) verificate il testo dei "nuovi" articoli artt. 55 - "Le Camere": cioè conformazione, struttura e "mission" istituzionale delle Camere - e 70 - "La formazione delle leggi": cioè procedure e contenuti generali, ma anche "tipizzati", della funzione legislativa, ripartiti per competenze tra le due "nuove" Camere; e quindi definizione delle procedure in base a cui, certe leggi, con certi contenuti, devono esserci immancabilmente, violandosi altrimenti il dettato costituzionale, sia quanto alla mission che all'oggetto deliberativo delle Camere stesse-;

c) vi accorgerete, dunque, che l'effetto aggiuntivo più eclatante, rispetto alle previsione della Costituzione del 1948 è che "la partecipazione dell'Italia alla formazione e all'attuazione della normativa e delle politiche dell'Unione europea" è divenuta un contenuto super-tipizzato e dunque, potere-dovere immancabile, della più importante funzione sovrana dello Stato (quella legislativa): ergo, la sovranità italiana è, per esplicito precetto costituzionale, vincolata, per sempre, ad autolimitarsi attraverso l'adesione alla stessa UE che, per logica implicazione, diviene un obbligo costituzionalizzato.

d) Non potrebbe dunque non essere, lo Stato italiano, parte dell'Unione, così com'è (dato che la previsione costituzionale non parla di alcuna iniziativa tesa alla revisione e al dinamico aggiornamento dei trattati stessi), altrimenti il parlamento, cioè il teorico massimo organo di indirizzo politico-democratico, non sarebbe in grado di adempiere al suo dovere costituzionalizzato”.

Anche sul piano giudiziario, i contenziosi tra Unione Europea e Costituzione italiana non potranno che risolversi in favore della prima.
Infine, non meno importante risulta essere la modifica del Titolo V, che riporta in seno allo Stato, molte competenze che prima erano attribuite alle Regioni e agli altri Enti locali. Riaccentrare alcune competenze potrebbe essere visto positivamente perché si risolverebbero alcuni contenziosi tra Stato e Regioni che spesso ne hanno complicato la gestione o hanno rallentato le opere pubbliche. Tuttavia, portare in seno allo Stato la competenza di settori quali ad esempio l’energia e le infrastrutture, potrebbe facilitare la privatizzazione delle cosiddette utilities, finora in mano alle Regioni. Queste privatizzazioni rientrano tra le riforme che la BCE chiese all’Italia del 2011 e a quelle richieste da JP Morgan, grande sponsor della riforma costituzionale, che nel 2013 aveva detto che le Costituzioni europee post-belliche, tra cui quella italiana, sono “troppo socialiste” e che quindi si faceva necessario scardinare il sistema di garanzia dei diritti sociali in esse sancite:
“The political systems in the periphery were established in the aftermath of dictatorship, and were defined by that experience. Constitutions tend to show a strong socialist influence, reflecting the political strength that left wing parties gained after the defeat of fascism. Political systems around the periphery typically display several of the following features: weak executives; weak central states relative to regions; constitutional protection of labor rights; consensus building systems which foster political clientalism; and the right to protest if unwelcome changes are made to the political status quo. The shortcomings of this political legacy have been revealed by the crisis. Countries around the periphery have only been partially successful in producing fiscal and economic reform agendas, with governments constrained by constitutions (Portugal), powerful regions (Spain), and the rise of populist parties (Italy and Greece)”.

Per il resto, ci affidiamo nelle mani di Nostro Signore Gesù Cristo, consapevoli che solo da Lui viene l’autorità e solo Lui permette e decide ogni cosa, anche l’esito di un referendum. In ragione di ciò, non vedo l’ora che arrivi il 5 dicembre per non ascoltare più le chiacchiere che si sentono ogni giorno nelle trasmissioni televisive e nei telegiornali.

 

2 commenti :

  1. Pur essendo io un sostenitore della laicità dello stato e della sua assoluta separazione dalla chiesa, non posso fare a meno di essere d'accordo con tutto il resto dell'articolo.

    In particolare con la vostra giusta critica all'introduzione del pareggio di bilancio in costituzione, anche perchè tale pareggio è stato raggiunto da pochi stati e poche volte nella storia (lo si potrebbe definire una "rarità storica").

    Purtroppo, cari sig.ri, in europa sono prevalse le teorie della famigerata scuola neoliberista austriaca (von hayeck, von mises) cui interessano più gli equilibri contabili che i bisogni dell'uomo (per essa l'uomo era PER il sabato e non il contrario) e, questo, per me, keynesiano, è una grave jattura.

    L'unica speranza è che la brexit (come pare probabile) sia un "inizio" e non una "fine", l'inizio, cioè di un opportuno moto "centrifugo" della UE: forse, per la 3a volta, in poco di 100 anni, la vecchia inghilterra ha posto i presupposti per salvare l'europa dal tallone tedesco!

    Giovanni da Livorno

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  2. La vecchia Inghilterra non è mai stata europea/ista per vari motivi e non era vincolata come gli altri stati, il pareggio in bilancio si ebbe una volta sola in Italia col governo Sella, poi è andata com'è andata in questo paese, se così si può chiamare, lo statalismo socialistode o no, serve solo a creare un bacino d'utenza voti calcolato sui 4 mln. di parassiti statali e parastatali cui si aggiungono le regioni a statuto speciale che costano un botto e divorano soldi a vuoto a perdere. Abbiamo 20.000 leggi e leggine e niente funziona, in Inghilterra non ci sono leggi scritte, la Germania è solo un meme dei poteri forti oltreatlantico poteri di cui i perdenti della II GM sono di fatto servi, militarmente, socialmente, politicamente e soprattutto economicamente, che altro aggiungere? Che il referendum a nulla serve, che tutto resterà come prima in ossequio alla massima del Gattopardo'Cambiare tutto perché tutto resti come prima. D'altra parte Giolitti disse che governare gli italiani non era difficile, ma inutile.

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