11 dicembre 2016

Da Trump a Hofer

di Enrico Maria Romano
Certe volte la propaganda del Sistema riesce e certe volte no. Questa è la prima differenza che salta all’occhio nel confronto tra l’elezione di Donald Trump in America e la sconfitta di Norbert Hofer in Austria.
La piccola repubblica austriaca, spesso vantata per i motivi più diversi da chi mal ne conosce la storia, non è certamente un paese invivibile, insicuro o particolarmente soggetto al terrorismo e la disoccupazione come per esempio lo è la Francia o in misura minore la stessa Italia.
Eppure, a partire dal 2000 almeno, le cose sono cambiate in modo piuttosto rapido e sempre per la solita infausta ragione: la politica migratoria assurda e assassina, specie verso l’islam, da parte delle sinistre e dei verdi, dei poteri forti e dei gruppi bancari.
L’economista mondialista Alexander van der Bellen (Vienna, 1944), che da domenica 4 dicembre 2016 è il nuovo presidente austriaco, aveva probabilmente perso nell’elezione precedente, tenutasi il 22 maggio scorso: l’elezione fu annullata dalla Corte costituzionale austriaca per irregolarità e per i voti inventati attribuiti proprio al nuovo presidente. E ciò in seguito alla denuncia di Hofer e dei suoi: anche per questo l’attuale elezione è emblematica. Ha vinto chi aveva fruito dei brogli alla precedente tornata elettorale, ha perso chi li aveva denunciati!
Nel piccolo microcosmo mitteleuropeo e germanico, questa piccola elezione è davvero rappresentativa. Con Hofer erano in genere i contadini, i montanari, gli abitanti dei piccoli centri e i ceti impiegatizi e operai. Con il neo-presidente invece tutti i giornali, la casta in tutte le sue declinazioni, i poteri forti, la cultura, i sindacati…
Van der Bellen non è un austriaco da sette generazioni, ma è figlio di un padre russo e di una madre estone, entrambi fuggiti dal comunismo, partito in cui poi militerà il giovane Alexander… La carriera di Van der Bellen si è fatta prima con i social-democratici poi soprattutto con i Verdi. Il nuovo presidente austriaco ha dichiarato, almeno una volta, di appartenere alla massoneria, essendo stato iniziato ad Innsbruck negli anni ’70.
In tutte le questioni importanti è all’opposto di Norbert Hofer e della tradizione austriaca. Europeista convinto, vuole riempire l’Austria di profughi e poveracci, mantenendo e aggravando la linea lassista fin qui adottata da democristiani e social-democratici. Poca severità e poco rigore verso lo spaccio di droghe e la violenza urbana, tolleranza verso qualunque deriva etica (gender, nozze gay, utero in affitto), ma intransigenza assoluta verso ciò che i media hanno chiamato “l’ultra-nazionalismo” di Hofer.
Domanda: ma cos’è l’ultra-nazionalismo rispetto al puro e semplice nazionalismo? Un nazionalismo sostenuto dagli ultrà del calcio austriaco? I servizi televisivi italiani che hanno parlato dei due candidati, sono stati egualmente falsi e bugiardi come lo furono con Trump. Addirittura si è detto che con la vittoria del candidato dei verdi, l’Austria fuga le paure e i fantasmi del passato. Quale passato, di grazia? Quello nazional-socialista di 70 anni fa, in cui Norbert Hofer neppure esisteva? Quel passato in camicie brune in cui l’Austria fu occupata manu militari dai tedeschi, a prescindere dal fatto che molti austriaci auspicavano tale occupazione? Fu proprio l’Austria “nazificata” dell’Anschluss (1938) che accolse i genitori di Van der Bellen in quanto esuli anti-comunisti…
Norbert Hofer, il grande sconfitto, era un candidato politico e assieme simbolico. Politico nel senso più alto della parola, per la sua volontà di dare tutto per la sua amata patria e difenderla contro l’invasione degli stranieri e ancor di più dalle pastoie dell’Unione europea e delle sue arcigne e indebite commissioni. Ma anche un candidato simbolico: rappresentava al meglio la storia e l’identità austriaca.
Noi italiani, a volte assai campanilisti, non dobbiamo limitarci ora a gioire per la sconfitta di Renzi nel suo referendum. Dobbiamo anche guardare con più attenzione a ciò che succede intorno a noi e così saper captare i segni dei tempi e delle svolte storiche che si impongono. La vittoria di Trump, benché oltre Oceano, ha certamente il senso di una cesura storica senza precedenti. Ma anche le vicine e confinanti Austria e Francia debbono interessarci. Chi ama visceralmente la propria patria (senza nasconderne i difetti storici però) ama anche coloro che, nelle altre nazioni, hanno gli stessi sentimenti. Così Norbert Hofer, Marine Le Pen, Vladimir Putin, Donald Trump, e molti altri sono certamente uniti da più di ciò che li divide e li separa. Parafrasando Marx non ci resta che dire: patrioti del mondo intero unitevi, e fatelo presto! Il rullo compressore della modernità e del mondialismo, della globalizzazione e del secolarismo, vuole rendere indistinguibili i popoli, le culture, le etnie, le religioni, le società e intercambiabili gli individui, resi meri numeri di un ingranaggio mortale al servizio degli interessi dei soliti padroni del vapore.
Qualunque sussulto patriottico, qualunque volontà di recupero dei valori della tradizione (Dio, patria, famiglia, moralità, sussidiarietà, buon senso, difesa degli anziani e dei poveri, eroismo disinteressato per il bene comune…) è la benvenuta. Uniamo le forze per creare una alternativa almeno europea, se non mondiale, al pensiero unico laico, al dio mercato, alla distruzione delle identità e delle storie di ognuno.
Così facendo, dall’Austria all’America, dall’Italia alla Francia, avremo lottato per la civiltà umana come tale e contro i suoi potentissimi affossatori.  

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