09 dicembre 2016

Il “Renzi della Mancia”: l’avventura dei mille giorni del renzismo


di Giorgio Enrico Cavallo

Il 4 dicembre è naufragato il progetto di cambiare l’Italia a suon di mance, prebende e regalie varie. Matteo Renzi, il premier della fuffa fattasi istituzione, ha mollato lì baracca e burattini e ha pensato: «Sti bischeri non hanno approvato la riforma della Costituzione, ora son uccelli amari e se li pigliano tutti loro». Fortuna che Mattarella gli ha ricordato che non si può piantare in asso un esecutivo che sta per varare la legge di Bilancio. Ma la sbruffonata di mollare di punto in bianco i conti del renzismo al primo che passa – e, allo stato attuale, chissà chi sarà – è perfettamente in linea con le sbruffonate di questo governo, che si è retto per due anni e mezzo (mille giorni) su stampelle dal valore di 80 euro l’una.
Cominciamo dal “mitico” bonus Renzi, quello che garantì al premier ormai dimissionario la bulgara maggioranza del 40% alle europee del 2014. Una vera mancia, inizialmente introdotta in via temporanea tra maggio e dicembre 2014, e poi confermata a regime omnia sæcula sæculorum. Gli 80 euro di credito Irpef che il datore di lavoro riconosce in busta paga ai lavoratori dipendenti hanno mandato gli italiani in visibilio per il Matteo nazionale, tanto che il premier, galvanizzato, ha deciso di replicare la formula degli 80 euro declinandola a seconda delle necessità e dei ruoli. Ad esempio, regalandoli anche alle forze dell’ordine: poliziotti, carabinieri, capitaneria di porto e vigili del fuoco possono quindi godere della lauta mancia di stato. Quindi, a ridosso della fatidica data del 4 dicembre, ecco la tanto attesa mancetta anche alla coccolata casta degli statali: 85 euro – evidentemente, 80 euro iniziavano ad essere pochi – di aumento medio pro capite.
80 euro finiscono in saccoccia anche per i neo-genitori con Isee inferiore a 25mila euro. Sulla stessa scia, anche il bonus mamme da 800 euro e quello di 1000 euro per gli asili nido. Che – intendiamoci – è meglio che un pugno sui denti ed è forse quanto di meglio questo governo ha saputo fare in tema di aiuto alla famiglia, dopo averla presa a cazzotti in ogni modo immaginabile. Ma nulla toglie che – specie dopo i cazzotti di poc’anzi – questi bonus altro non siano altro che un contentino, dietro al quale c’è scritto: “vota Pd” o, se leggi meglio: “vota Renzi”.
Il variegato fronte della cultura è forse quello dove il premier si è divertito di più ad infilare prebende e regali ad ufo. Si va dal bonus di mille euro per comprare strumenti musicali nuovi, destinato agli studenti dei conservatori all’onnicomprensivo bonus diciottenni, che consente di schiudere le porte della cultura (ma non c’erano già le scuole statali?) ad una mandria di ragazzi che, altrimenti, resterebbero privi di libri, spettacoli teatrali, concerti, musei et similia. Ovviamente, non è specificato per quali libri e quali mostre spendere il proprio bonus: viene il sospetto, dunque, che i 500 euro serviranno per comprare l’ultimo libro della enne-logia di Harry Potter o per pagarsi il concerto del cantatorucolo di turno. Almeno il bonus docenti sarà più… decente? Mah: a leggere il sito dedicato alla “carta del docente”, sembra che la regalia di 500 euro per tutti i docenti di ruolo possa servire tanto per l’acquisto di libri quanto per l’ingresso al cinema; e nonostante la settima arte sia oggi elemento centrale della cultura pop, mi sfugge perché i diciottenni e gli insegnanti debbano andare al cinema pagati da noialtri: da che mi ricordi, a scuola non c’era l’ora di “storia del cinema”. Misteri del renzismo.
Questa pioggia di prebende, di regali, di bonus, di elargizioni completamente gratuite, date con la sola giustificazione di esistere su questa Terra e di essere parte di una determinata categoria, è la caratteristica più macroscopica della forma mentis di Renzi: un premier visibilmente incapace di risolvere i problemi del paese, tanto che ne ha creati di nuovi – sarebbe bello capire se e come il bilancio statale potrà assorbire, a lungo andare, tutto questo effluvio di regali – e che è rimasto in sella per due anni e mezzo grazie al più becero clientelarismo della storia italiana. Nemmeno i bistrattati governi della Democrazia Cristiana erano arrivati a tanto.
Eppure, le prebende fanno comodo a tutti: evidentemente, il buon Renzi avrà aiutato gli italiani ad uscire dalla crisi. Mah. Per uscire dalla crisi economica non bastano 80 euro qui e là: i regali del premier sono semplici rattoppi, che non rispecchiano nessuna strategia politica seria di rilancio nazionale. Ne è prova che ad essere esclusi dal “mitico” bonus Renzi sono tutti quelli che sono esclusi dal già di per sé “mitico” posto fisso: disoccupati, collaboratori occasionali, ex co.co.pro., job on call, voucheristi e chi più ne ha, più ne metta. Questo esercito silenzioso di “pseudo-lavoratori” sottopagati, privati di diritti, di tutele e pure della dignità, sono il grave peso che si trascina dietro non solo il nostro paese, ma tutto l’Occidente. Un esercito di uomini e di donne che sgobbano come muli per arrivare a prendere 500 euro mese: per loro, le regalie di 80 euro non ci sono; e non sono previste perché lo Stato non ha mai fatto niente per loro, per gli emarginati. Anzi, recentemente lo Stato italiano ha contribuito a crearli, gli emarginati dal mondo del lavoro – per chi ha memoria breve, citofonare a casa Fornero, ultimo piano, superattico con vista – aggravando una crisi che sembra destinata a non finir mai.
Eppure, basterebbe che il nostro presidente dimissionario smetta di essere cattolico a parole ed inizi ad esserlo nei fatti. Non dare la giusta mercede al lavoratore è peccato talmente grave che grida vendetta al cospetto di Dio: chi governa dovrebbe evitare che avvengano fenomeni di sfruttamento – per chi ha memoria corta, citofonare ad un qualunque pedalatore di Foodora – non solo con l’attività di vigilanza, ma anche promuovendo leggi che incentivino la giusta retribuzione e la dignità del lavoratore. No, le mance elargite a chicchessia non sono una cura: sono una risposta non solo inadatta ma anche dannosa, perché non solo non corrispondono alla giusta mercede ma instillano il pericoloso principio che il bonus spetti di diritto, solo perché si fa un certo lavoro. Insomma, il peggior retaggio dell’assistenzialismo di sinistra unito al peggiore frutto del capitalismo terminale, per cui il cittadino è solo consumatore e deve comprare ora, subito, immediatamente, appena presa la mancia che gli spetta di diritto per le sue spese.
È tutto così assurdo che anche il popolo ha capito che le paghette di Renzi non erano più accettabili: l’intima convinzione di ciascuno è che per vivere serva lavoro – lavoro vero – non un suo surrogato. Non una mancetta una tantum. Le prebende sono state delle toppe con la faccia di Renzi, da mettere su una stoffa troppo logora per poterle sostenere. E c’è da sperare che questa stoffa non si strappi del tutto, ora che il sarto è fuggito davanti alle sue responsabilità, lasciando ad altri l’ingrato compito di risolvere dei problemi ogni giorno più grandi.  

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