28 dicembre 2016

La Scrittura non mente, non si contraddice la Scrittura



(INTORNO ALLA PRESUNTA DISCORDANZA NEI VANGELI SULLA GENEALOGIA DI GESU’)


«Poiché molti pensano che gli evangelisti Matteo e Luca, per il fatto di averci tramandato la genealogia di Cristo in modo differente, cadano in reciproca contraddizione, e poiché ciascuno dei fedeli ama, ignorando la verità, trovare personali spiegazioni su quei passi, ho ritenuto opportuno riferire come stanno veramente le cose…»
(Eusebio di Cesarea, Storia ecclesiastica, I 7,1)

di Matteo Donadoni

Chiunque abbia letto i Vangeli dall’inizio si sarà ad un certo punto accorto che qualcosa non sembra quagliare nella genealogia del Salvatore. Certo, c’è anche chi considera di scarsa importanza alcuni passi della Parola di Dio, quelli che non è in grado di capire, che a lui sembrano noiosi o non abbastanza politicamente corretti o perfino sbagliati. Così li salta. Perciò l’esegeta, che chiameremo qui sportivamente “Saltapassi”, semplicemente toglie, salta o derubrica a poco più di un mito la Sacra Scrittura, un simbolo messo li in maniera comprensibile per quei pecorai degli Israeliti. Invece, noi colti moderni abbiamo il libero esame, e, scanzonati, interpretiamo.

Ma la Scrittura può contraddirsi? E contraddirsi non è forse mentire? La Scrittura non può mentire. Non si contraddice, la Scrittura. Allo stesso modo, dato che non dice il falso, ma il vero, dobbiamo anche ricordare che essa dice sempre il vero e che il primo significato (anche se va interpretato) è sempre quello letterale. Esempio: se c’è scritto che il velo del Tempio era porpora e azzurro, non si può interpretare che fosse giallo perché il sig. Saltapassi trova che il porpora sia di dubbio gusto. Se c’è scritto che Gesù scacciò i demoni dal corpo di un indemoniato, non è possibile interpretare che i demoni fossero semplicemente il simbolo del vizio e non veramente e primariamente diavoli dell’Inferno. Se c’è scritto che non entreranno i sodomiti nel regno di Dio, non è un esempio per i peccatori di un altro tempo e di un altro popolo, riguarda proprio l’omosessualità praticata ed ostentata come una cosa normale, un diritto.

Dunque, cos’è che fa problema nella fattispecie?

- Problema numero 1, genealogico:
Due Vangeli, Luca e Matteo, riportano la genealogia di Giuseppe, lo sposo di Maria, o se si vuole, di Gesù Cristo. Ora, le genealogie non combaciano. Apparentemente. Non stiamo qui a riportare la lunga processione dei padri e dei figli, si veda perciò Luca 3,23 e ss. e Matteo 1,1 e ss. Dato, però, che la Parola di Dio mai è mendace, occorre non banalizzarla, ma usare la testa (quando c’è) o/e le fonti (quelle che restano).
Nel nostro caso il problema fu risolto molti secoli fa e lo sapremmo bene se leggessimo ed ascoltassimo i padri della Chiesa, invece che finti preti come Enzo Bianchi.
La genealogia presentata da Matteo fa discendere Gesù dal santo Re Davide tramite la stirpe di  Salomone, mentre Luca tramite la stirpe di Natan, altro figlio di Davide e Betsabea (cfr I Cronache 3). Perché? C’è un errore? No. Il fatto riguarda la legge ebraica del levirato. Si veda Deuteronomio 25, 5-6: «Quando i fratelli abiteranno insieme e uno di loro morirà senza lasciare figli, la moglie del defunto non si sposerà con uno di fuori, con un estraneo. Suo cognato si unirà a lei e se la prenderà in moglie, compiendo così verso di lei il dovere di cognato. Il primogenito che ella metterà al mondo, andrà sotto il nome del fratello morto, perché il nome di questi non si estingua in Israele».

Eusebio di Cesarea (265 – 340) fornisce la spiegazione riprendendola da Sesto Giulio Africano (160/170 – 240), scrittore romano, considerato il fondatore della cronografia cristiana, il quale nell’Epistola ad Aristide scrive: «In Israele i nomi delle generazioni erano enumerati in base alla natura o in base alla Legge. La successione per natura era stabilita in base alla nascita; se invece un uomo fecondava la moglie del fratello morto senza figli, il nascituro veniva considerato figlio del fratello defunto (poiché infatti la speranza della resurrezione non era stata ancora annunciata con chiarezza, imitavano con una resurrezione mortale l’annuncio futuro, affinché il nome del defunto rimanesse nella memoria). E questo era essere generati secondo la Legge». Quindi dobbiamo porre attenzione ai nonni e ai bisnonni di Gesù, perché entrambe le genealogie sono assolutamente vere ed entrambe arrivano a Giuseppe, in modo complicato, ma esatto: la soluzione è l’intreccio delle stirpi al terz’ultimo discendente. Da parte di Salomone egli è Matthan, da parte di Natan Melchi: i bisnonni di Gesù. Ora, accadde che (dice Eusebio) «Matthan e Melchi sposarono la stessa donna, generando fratelli uterini: la Legge infatti non impediva ad una donna ripudiata o rimasta vedova di risposarsi con un altro uomo. Da Esta (questo è il nome della donna tramandatoci) per primo Matthan, discendente di Salomone, generò Giacobbe; dopo la morte di Matthan, Melchi, discendente di Nathan, e quindi della stessa tribù, ma di stirpe diversa […] generò Eli» (Storia ecclesiastica I, 7,7-8). Primo dato rilevante: qui si incrociano le due stirpi. Giacobbe ed Eli, dunque, sono fratelli, non germani, ma uterini.

Ma non è finita, perché poi: «Giacobbe sposò la moglie del fratello Eli, morto senza figli, e generò da lei, terzo, Giuseppe, suo figlio per natura (e secondo la Scrittura, in cui si dice: Giacobbe Generò Giuseppe), ma di Eli secondo la Legge; a quest’ultimo infatti Giacobbe, che era suo fratello, generò un discendente».
Quindi san Giuseppe ebbe due padri, Giacobbe secondo la carne ed Eli secondo la Legge di Mosè. Infatti nei Vangeli Matteo, che riporta la genealogia biologica di Gesù, insiste nel ripetere il verbo ἐγέννησεν (eghènnesen) “generò”; Luca, invece, guardandosi bene dall’usarlo, dice ὡς ἐνομίζετο (hòs enomìzeto) “come si credeva”, infatti la genealogia lucana segue la Legge del levirato. Da tutto ciò consegue che Giuseppe non apparteneva solo genericamente alla stirpe del Re Davide, ma ne era il legittimo erede al trono. Così Gesù.

- Problema numero 2, storiografico:
Tutto perfetto, se non fosse il fatto che si presenta un problema di carattere storiografico: Eusebio parla di un certo Melchi, mentre in Luca il terzo in successione non è Melchi (che è in effetti quinto) ma Matthat. Cos’è accaduto? Per quanto è in mia conoscenza, posso fornire due spiegazioni ragionevoli e non comprovate, e cioè: è possibile che sia avvenuta:
a- una svista di copiatura (accade spesso anche con i copisti medievali) da parte dell’Africano stesso, e che poi Eusebio non abbia ricontrollato. Ovvero è stato per errore copiato un nome dal rigo sotto in luogo dell’esatto. Infatti Eusebio alla fine dice espressamente «queste le parole dell’Africano» (I,7,18).
b- che L. Sesto Africano citasse a memoria, non avendo il Vangelo di Luca sotto mano, ed abbia commesso un errore nella sequenza dei nomi, dimenticandone o invertendone alcuni.

- Conclusione: Per tanto possiamo affermare che, per il fatto che alcuni fatti, avvenimenti o concetti siano complessi, poco chiari, o non di immediata comprensione a causa del retroterra culturale semitico dell’autore sacro, e soprattutto della nostra ignoranza e negligenza teologica, non ci autorizza a modificare o ritenere falsi, né esempi meramente simbolici, i contenuti conservati nella Parola di Dio, i quali sono, invece, Verità, simboli di Verità e soprattutto Verità di fede, caduta la certezza nelle quali, verrebbe a crollare tutta la teologia cattolica e l’esistenza stessa del Dio di Israele, Gesù Cristo.

 

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