24 dicembre 2016

Per un conservatorismo futurista

di Fabrizio Cannone
L’oblio del passato, e molto più il disprezzo del passato, è causa di molteplici mali: ai singoli, alle comunità e alle società nel suo insieme. La Storia è maestra di vita come noto, ma si aggiungeva già in antico, è maestra troppo spesso inascoltata.
Contro l’ossessivo pensiero progressista, esiste e va riaffermata una sorta di “metafisica del tempo (che fu)”. In effetti, disprezzare il passato in quanto passato, porta magari inconsciamente a disprezzare lo stesso presente, che molto presto sarà passato anch’esso. E così per il futuro, almeno per il futuro non molto lontano da noi. Anch’esso infatti, tra breve, sarà presente e volgerà all’apparente nulla del passato…
L’utopia e l’ucronia delle sinistre liberal e nichiliste sono dei non luoghi e dei non tempi. La storia fa loro paura, per la concretezza delle sue implicazioni. E’ l’astrattismo la causa della fede cieca nel domani radioso, un domani destinato, per definizione, a non realizzarsi mai come l’avevamo ipotizzato oggi.
Il progressismo quindi è una metafisica del nulla. In nome dell’astrazione e dell’ideologia, si disprezza il tempo come tale, e quindi la storia come cosa morta, e non più viva e dinamica come le magnifiche sorti progressive dell’umanità in marcia.
Se non stupisce più nessuno il fatto che nella contemporaneità gli artigiani, gli operai e i contadini guardino a destra, mentre i borghesi benpensanti e radical chic a sinistra, neppure deve stupire che la concretezza e il realismo siano appannaggio dei conservatori e dei tradizionalisti, contro l’ideologismo surreale di progressismo e modernismo.
D’altra parte i vati del progressismo più stantio sono gente alla Scalfari, mentre i giovani europei tendono al populismo, al nazionalismo, alle radici, al ritorno della Tradizione (in termini politici, culturali e religiosi).
Quest’anno gli amici de “Il Giornale” hanno pubblicato una serie di pamphlet davvero ottimi per formarsi una coscienza critica e “fuori dal coro” (nome della collana di libretti). Tra essi, i testi di Giuseppe Valditara (L’impero Romano distrutto dagli immigrati), di Franco Battaglia (Contro il falso mito del riscaldamento globale) e di Maurizio Acerbi (Come sopravvivere al cinema di sinistra) hanno messo dei paletti forti e chiari nel senso del superamento della dogmatica politicamente corretta.

Ora però un giovanissimo autore, Francesco Giubilei (Cesena, 1992) ha appena fatto uscire Il conservatore del futuro (da richiedersi in edicola ad euro 2.50) in cui in 50 pagine ben calibrate riassume quanto noi andavamo dicendo poco sopra. Il titolo può leggersi in un duplice modo: la descrizione del conservatore che verrà nei prossimi lustri, oppure il fatto che solo conservando ci potrà essere un futuro per la nostra auto-disfacentesi civiltà in rovina.
Il pamphlet consta di dieci capitoletti in ordine alfabetico (Cultura, Ecologia, Economia, Europa e nazione, Famiglia, Immigrazione, Politica estera, Religione, Scuola e università, Web e social network) e il risultato è quello di contrapporre all’utopismo ucronico e antistorico della sinistra liberal, il radicamento di un pensiero antico e sempre nuovo, fondato come è, sui pilastri stessi della civiltà: la famiglia, lo Stato, la religione e la moralità.
Chi è radicato nella propria identità storica, porta radicamento e prospetta un futuro senza soluzione di continuità e insane fratture storiche. Lo sradicato (qual è sempre più il giovane anarco-borghese) sradica. E sradica tutto ciò che è fondamentale per il bene comune di qualunque comunità.
Si può dissentire qua e là su ciò che afferma il giovane studioso cesenate, d’altra parte il pensiero conservatore non è un blocco rigido (come il blocco dell’utopia e del non pensiero nichilista), ma, come la vita stessa, è sempre in sviluppo omogeno e quindi in crescita e in tensione. Ma restano dei postulati che sono altrettanti punti fermi per ogni riflessione ulteriore sui problemi attuali, come questo: “L’identità di un cittadino, di un popolo, di una nazione nasce da una cultura comune che si esplicita in usanze e abitudini condivise. Nel momento in cui si nega la propria cultura in nome del politicamente corretto e per evitare pseudo discriminazioni, viene meno il concetto stesso di nazione” (pagina 9).
Partendo da quest’assunto di fondo, il Giubilei ribadisce l’importanza della cultura e dell’istruzione, ma non per fagocitare la saccenteria e l’arroganza di sessantottina memoria. Cultura qui significa “valorizzare la nostra storia e le tradizioni letterarie, artistiche, architettoniche”, di contro all’appiattimento del multiculturalismo relativista, tipico ad esempio in gran parte della cosiddetta arte contemporanea e nelle nuove chiese. D’altro canto, come nota giustamente l’Autore, c’è bisogno di “riprendere lo studio di alcuni periodi ed eventi storici che sono stati trasmessi con una visione di parte e una storiografia faziosa. In particolare (…) dalla Rivoluzione francese in avanti, è avvenuta la mitizzazione di precisi eventi, correnti di pensieri e istituzioni” (p. 11) e la diabolizzazione di altri... Insomma urge un revisionismo storico-critico a 360 gradi, non limitato da nessuno (neppure dal potere…), ma solo dalla verità.
In alcune sapienti paginette il Giubilei ricorda l’importanza dell’ecologia (che non è l’ecologismo laicista), poiché “il conservatore ama la propria terra, la nazione in cui è nato e vive, e di conseguenza è molto sensibile alla tutela dell’ambiente” (p. 12). Anche a livello urbanistico ed estetico.
Il conservatore poi, “crede sia necessario uno Stato che dia regole e paletti precisi all’andamento dell’economia”, anche perché “un sistema fondato solo sulla ricerca del profitto e del guadagno porta a conseguenze nefaste per la tenuta sociale [e morale…] di una nazione” (p. 17).
La famiglia, secondo la mens conservatrice dell’Autore, rappresenta “il fondamento della comunità, un’istituzione imprescindibile” (p. 25), soprattutto oggi che le altre istituzioni educative sembrano vacanti, in primis la scuola di Stato e la politica, corrotta e corruttrice. Ma se la famiglia sta a fondamento della società, la società in nessun modo può sabotarla, come invece avviene da oltre mezzo secolo in tutte le liberal-democrazie del mondo. La famiglia da tutelare deve essere quella naturale e fertile, ben identificabile con la sola ragione umana. Essa, secondo Giubilei, è stata minata a partire dalla Rivoluzione francese, insieme agli altri “valori tradizionali” (p. 28), come la Chiesa, l’autorità e la gerarchia.
Anche su vari altri temi, come l’immigrazione e la scuola, il pamphlet appare interessante, utile e formativo: consigliamo quindi tutti i lettori, specie i giovani, di correre in edicola (prima che scompaia) e darne attenta lettura.
 

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