07 dicembre 2016

Sant'Ambrogio, il campione del primato cattolico


di Alfredo Incollingo

I cattolici sanno che nei momenti più difficili della storia le virtù sono più fulgide e chi ne è in possesso riesce a compiere grandi azioni. La fede è più salda e ci spinge ad agire con speranza nel mondo. Quando meno ce l'aspettiamo, la Provvidenza ci aiuta e ci indica il percorso da seguire per uscire dalle sabbie mobili.
Nonostante il cristianesimo si fosse diffuso ad ampio raggio nell'impero, l'unità e l'ortodossia erano minacciate da sette eretiche e dalla corte imperiale, che non riconosceva l'autonomia e la superiorità del vescovo di Roma e della Chiesa Cattolica. San Paolo affermava che non c'è salvezza fuori dalla Chiesa: così è e sempre sarà, poiché ogni potere in Terra è legittimato da Dio, ha in Lui la sua origine. Questo affermava Sant'Ambrogio a Milano quando doveva respingere le ingerenze dell'imperatore Valentiniano II e della madre e reggente Giustina: entrambi erano di fede ariana e insieme ai pagani tentarono di ridimensionare e limitare la presenza dei cattolici nella vita politica a corte e nell'impero.

Nelle sue pastorali Ambrogio si rammaricava dello stato di decadenza della corte milanese: intuì che il relativismo morale e la corruzione dei costumi influivano negativamente sulla solidità dello Stato: solo il cristianesimo poteva purificare e rigenerare il principato che stava collassando su se stesso. Era necessario quindi che Cristo prendesse il posto dei vecchi idoli. Due episodi emblematici ci raccontano il carisma di Ambrogio e la sua tempra, mai incline al compromesso: se ciò fosse stato fatto, per lui sarebbe stato un tradimento del Vangelo.
Nel 382 gli imperatori Graziano, Teodosio e Valentiniano II (all'epoca ancora un bambino) diedero seguito ai decreti dell'Editto di Tessalonica. L'influenza ambrosiana è evidente negli stessi contenuti del testo legislativo: infatti il vescovo riteneva che fosse necessario portare a termine la cristianizzazione iniziata con Costantino, ponendo fine all'idolatria ancora in auge.

A Roma l'Altare della Vittoria, posto nella Curia Iulia, venne spostato: i pagani con il noto retore Quinto Aurelio Simmaco perorarono la richiesta di riposizionare nel luogo originale l'ara direttamente all'imperatore. Sant'Ambrogio difese l'Editto di Tessalonica e dimostrò la superiorità del Dio cristiano sui vecchi idoli. Simmaco aveva chiamato a Milano un giovane retore africano, Agostino, il futuro Padre della Chiesa, per difendere la causa pagana: per quest'ultimo fu una totale sconfitta perché l'imperatore Valentiniano diede ragione ad Ambrogio (e Agostino si avvicinò al cristianesimo).

I rapporti tra il vescovo, strenuo difensore del primato romano, e l'imperium non furono sempre così idilliaci, come possiamo ben comprendere. L'imperatore Teodosio mal digeriva la tenacia di Ambrogio che più volte aveva costretto il principe a sedersi tra i fedeli e non a lato del vescovo, come era prassi a Costantinopoli. Nel 390 a Tessalonica le truppe imperiali avevano massacrato la popolazione, rea di aver assassinato il governatore cittadino e alcuni dignitari. Teodosio senza un razionale e umano giudizio aveva punito innocenti e colpevoli. Ambrogio di fronte alla crudeltà dell'imperatore pretese la pubblica penitenza, vietandogli di entrare in chiesa e di prendere parte ai Sacramenti: mai prima di allora un principe era stato costretto a riconoscersi colpevole e umile di fronte ai suoi sudditi. Ambrogio aveva dimostrato così che l'imperatore non è una divinità, ma un uomo comune e in quanto cattolico era parte integrante della Chiesa. Solo nella Chiesa c'è salvezza e Sant'Ambrogio dette concretezza all'insegnamento paolino.

 

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