17 dicembre 2016

Un santo allegro spiega i terremoti


di Amicizia San Benedetto Brixia

Una domanda cruciale che siamo chiamati a porci oggigiorno è se i grandi santi siano divenuti tali a motivo della loro radicale ed ampia teologia oppure ad onta di essa. A ciò si risponde ormai in maniera differente e la scelta non è priva di conseguenze gravi. Personalmente sposo ancora la prima linea e mi trovo sovente a cercare quale sia la complessità di sguardo con cui i maestri della fede hanno osservato la realtà, sforzandomi in tale analisi di evitare facili censure, magari di quelle in cui si prova  a “tenere il buono” delle teorie dei santi scartando ciò che si avverte distante dalla mentalità corrente. Don Bosco, immenso dono della Provvidenza all’Italia e al mondo, all’Ottocento e all’oggi, fa parte di questi preziosi modelli di spiritualità che ci hanno donato prospettive vertiginose e feconde, ma che sono spesso sottoposti a letture riduttive o di compromesso. I tristi fatti delle ultime settimane mi consentono un esercizio che vorrei condividere con voi e che potrebbe tornare di qualche giovamento in merito alla questione appena sollevata.

Si dà il caso che il simpatico santo piemontese, campione di giocolerie e precoce fondatore di una “Società dell’Allegria”, colui che diceva consistere la santità nello “stare molto allegri” e commentava il crollo degli edifici del suo Oratorio con un placido “abbiam giocato al gioco dei mattoni”, questo santo così moderno e così integro, si è trovato come noi a dover affrontare da vicino il dramma di un terremoto. Lo possiamo leggere nella circolare del 1887, firmata pochi mesi prima della propria morte, in occasione di una catastrofe avvenuta in Liguria, nell’area di alcune delle pioneristiche fondazioni salesiane in Italia.

“Carissimi Figliuoli in G. C., Il terribile flagello del terremoto che il giorno 23 dell'ora scorso febbraio cagionò sulla Riviera Ligure di Ponente la spaventosa catastrofe, di cui sarete già informati, mi obbliga a scrivervi questa lettera, per raccomandarvi alcune cose, che giudico di molta importanza” (Memorie Biografiche, vol. XVIII).
Vediamo cosa abbia da dirci don Bosco, notando fin da subito che quanto egli esprime in relazione alla catastrofe, giunto al culmine della propria esperienza spirituale,  è qualcosa che per lui stesso ha “molta importanza”, guai a noi sottostimarlo o manipolarlo.
Il primo atteggiamento raccomandatoci è quello del ringraziamento, un sentimento decisamente moderno e a tutt’oggi apprezzabile.
“Anzitutto v'invito a ringraziare Iddio e la SS.ma Vergine Ausiliatrice, che ci risparmiarono il dolore di avere delle vittime tra i nostri, non ostante che varie nostre Case esistano appunto nel luogo, dove fu maggiore il disastro”.
Ma, si badi, il ringraziamento non va disgiunto, anzi si realizza in un rinnovato impegno sacramentale e devozionale a beneficio spirituale proprio e dei defunti.
“A questo fine ciascun Direttore stabilisca un giorno, che gli sembri più acconcio, esorti i Confratelli e i giovani a fare una buona Confessione e Comunione, e si reciti la terza parte del Rosario in suffragio delle anime di coloro, che restarono morti sotto le rovine delle case. Nella sera poi si canti il Te Deum, e s'imparta la benedizione col SS. Sacramento”.

Il secondo consiglio concerne il dovere di accentuare gli sforzi di povertà, sì da poter soccorrere i sopravvissuti ridotti in miseria.
“Intanto siccome ancor noi abbiamo sofferti non pochi danni materiali, anzi abbiamo avuto per tal modo rovinata la Casa di Bordighera da doverla rifabbricare, così convien che tutti ci mettiamo d'accordo per diminuire le spese in ciascuna Casa, a fine di sopperire all'inaspettato bisogno”.
Una simile indicazione peraltro va a sollecitare tanto la dimensione comunitaria quanto quella personale dei consacrati ed è inoltre volta non soltanto ad un obiettivo di carità sociale, bensì allo scopo di ripristinare quanto prima opere necessarie alla maggior gloria di Dio e alla salvezza delle anime.
“[...] Per la qual cosa vi raccomando che per quest' anno non si metta mano né a fabbriche, né a riparazioni, né a lavori od acquisti, che non siano richiesti dalla necessità. Tutti poi e singoli i Confratelli sappiano dal canto loro fare quei sacrifizi e quelle privazioni, che sono del caso, e vedano di evitare spese nei viaggi, nei libri, negli, abiti ed in ogni cosa possibile, tanto in casa quanto fuori di casa. Con questa industria noi potremo riparare almeno, in parte i danni sofferti, ristorare la Casa abbattuta, e riprendere le opere di religione e di carità, che sono altamente reclamate dalla maggior gloria di Dio e dal bene delle anime”.

Fin qui le indicazioni si presentano affini al senso religioso dell’uomo moderno, sebbene già emergano significative accentuazioni nel primato accordato alla dimensione spirituale e salvifica sulle altre componenti antropologiche.

Il terzo ed ultimo punto di tale circolare è per noi il più strategico ed esprime quello che più a fatica ci riesce di comprendere oggigiorno: qui raccogliamo la sfida di leggere i santi in pienezza e senza comodi sconti. Don Bosco svolge una lettura teologica del fenomeno, più specificamente egli ce ne dà una traduzione in linguaggio pedagogico-spirituale di altissimo interesse. Ad un primo accenno il Patrono della gioventù suggerisce un’attenzione perfettamente evangelica: l’elevato rischio di incidenti deve essere fronteggiato non cedendo a emozioni di tristezza o indugiando in considerazioni meramente umane, bensì col mantenersi pronti a ben morire, affidandosi alla Beata Vergine e al protagonismo della Provvidenza e conservandosi lontano dal peccato.
 “Né mancate di raccomandare ai giovani allievi che siano buoni, divoti della Madonna, e vivano in grazia di Dio, per meritarsi la loro protezione in ogni tempo e in ogni luogo, specialmente in mezzo ai pericoli repentini ed inaspettati, come fu quello dell'accennato terremoto, che in un istante fece più migliaia di vittime”.

Ora, qui si respira tutto lo specifico del carisma salesiano; se è vero che i giovani di ieri e di oggi non li pensiamo felicemente disposti all’idea di morire, diviene compito dei Salesiani “far capire” ai ragazzi il senso di certe situazioni, educarli e prepararli alla serietà ineludibile dei momenti nodali dell’esistenza. Questo lavoro, che don Bosco demanda ai suoi buoni figli, terrà conto di due aspetti inseparabili. Il primo riguarda la verità teologica della dialettica giustizia-misericordia in Dio, chiaramente manifesta nei fenomeni naturali e dichiaratamente professata dalla Liturgia.
“Per una parte farete capire che simili flagelli provengono dallo sdegno di Dio, e cessano per sua misericordia, come si esprime la Chiesa: Ut mortalium corda cognoscant et, te indignante, talia flagella prodire, et, te miserante, cessare [ndr. Missa in tempore terremotus]”.

Il secondo impegno concerne lo sforzo educativo – direi la sfida e l’abbrivio che rendono affascinante nello specifico la missione salesiana e, più in generale, la scommessa educativo-pastorale – per comunicare la verità nel modo più adatto e più convincente, così da mostrare attraverso di essa il vero volto divino, volto di Amore e novità assoluta nella storia dell’umanità.
“Non tralasciate per altra parte di eccitare tutti ad una grande confidenza in Dio, il quale porta la terra nelle sue mani onnipotenti, ed ha assicurato che non cadrà un capello dal nostro capo senza la sua permissione: et capillus de capite vestro non peribit [...]”.
In poche righe si addensa una provocazione complessa, in pochi consigli è adombrata una partita enorme e certo sproporzionata alle sole umane forze.

Qui termina la lettera con richieste di preghiera e manifestazioni di affetto tipiche nello stile del fondatore di Valdocco. Tanto basta a rendere questo piccolo scritto un toccasana nel contesto contemporaneo, dove sembra obbligatorio o tacere il messaggio autentico cristiano, nella sua profonda verità, drammaticità e radicalità oppure affermarlo in maniera rude e assolutizzata, dimenticando l’orizzonte culturale e psicologico a partire da cui l’uomo post-moderno si trova a decodificare l’annuncio di salvezza. Tale scacco a sua volta mi pare altamente espressivo della crisi ecclesiale manifestatasi negli ultimi decenni e connotata da diffuse ermeneutiche della discontinuità nelle quali la Tradizione è variamente offesa e il Vangelo subisce un inevitabile e consequenziale depotenziamento.

Concludo con due osservazioni. Circa le ultime frasi testé annotate, figure come don Bosco, lungi dall’essere relegabili a stagioni ormai passate della Chiesa, mi paiono fari di attualità, campioni di quell’equilibrio teologico-spirituale che l’Ottocento ci ha consegnato intatto, sebbene assediato, e che nel Novecento abbiamo visto frangersi. Circa le riflessioni attorno al terremoto, mentre lascio ai lettori di scegliere se i più recenti disastri possano godere dell’interpretazione donboschiana o se invece per qualche ragione la eludano, sposto l’osservazione su di un altro livello: l’analisi che fu data dei flagelli liguri dell’Ottantasette potrebbe suggerirci qualcosa – in termini di preghiera, di penitenza, di vigilanza – sul modo di affrontare tanti terremoti – fossero solo quelli culturali, spirituali ed ecclesiali – che pure il nostro tempo non ci sta risparmiando?  

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