07 dicembre 2016

Vittoria del no. Possibili conseguenze


di Niccolò Mochi-Poltri

Dall'esito del referendum costituzionale dello scorso 4 dicembre la maggioranza dei commentatori sembra essere stata capace di ricavare puntuali e precisi segnali per divinare i futuri prossimi scenari politici italiani. Al contrario, a noi quell'esito ha lasciato molti dubbi e perplessità che ci hanno suggerito di adottare un atteggiamento di maggiore prudenza, non tale naturalmente da frenare l'entusiasmo per la vittoria del "NO", ma che comunque ci riconduca alla necessità di non indugiare nei festeggiamenti per avvantaggiarci piuttosto nell'organizzazione di un più o meno prossimo avvenire.
I nostri dubbi e le nostre perplessità derivano dalla pur banale constatazione che dietro all'ampio margine di successo del "NO" a fronte di una partecipazione elettorale tra le più alte dell'età repubblicana, se non la più alta in assoluto, si celano ragioni di ordine e grado diverse e talvolta confliggenti, che davvero, ahimè, sono andate a comporre un'accozzaglia difficilmente districabile, cosicché la riduzione ai minimi termini della questione nella sua complessità all'alternativa tra "SI" e "NO" sia quantomai poco eloquente. Se proviamo infatti a farne un elenco, potremmo dire che l'ampia vittoria del "NO" può significare, allo stesso tempo: 1) un rifiuto della riforma nel suo merito, cioè nella varietà dei cambiamenti che avrebbe apportato alla Costituzione 2) un rifiuto della riforma nella sua ratio formale, cioè perché scritta male 3) un rifiuto della riforma in quanto illegittima, poiché elaborata e proposta da un governo creato a tavolino e non passato dalle elezioni 4) un rifiuto verso la possibilità stessa di modificare una Costituzione assurta ad idolo e come tale venerata 5) la volontà di screditare il governo che questa riforma ha elaborato e voluto, vuoi perché considerato illegittimo, vuoi perché considerato inetto 6) la volontà di screditare il capo del governo, nel caso in questione Matteo Renzi, che più d'ogni altro ha voluto questa riforma, alla quale ha più volte ribadito di legare il proprio destino politico 7) la volontà di screditare quel modello politico che Matteo Renzi incarna, e che per comodità chiameremo "renzismo" 8) la volontà di combattere contro quello che viene percepito come il "sistema" tout-court, che a questa tornata elettorale si presentava nei panni del "SI". Se questo può essere considerato in linea di massima l'elenco delle possibili ragioni che hanno indotto l'elettorato a propendere per il "NO", diventa abbastanza semplice intravedere dietro ad ognuna di esse, o a più d'una, la consistente presenza di specifiche istanze politiche e, di conseguenza, di specifici partiti di riferimento. Ma ciononostante resta impossibile stabilire con un'approssimazione accettabile ed utile quali siano quelle ragioni - e quindi quelle istanze politiche e quindi quei partiti - che più delle altre hanno permesso di conseguire quel risultato, e di conseguenza resta impossibile scoprire quali potrebbero essere le forze politiche così premiate indirettamente dall'elettorato.
Tuttavia, riteniamo importante soffermarci con più attenzione sulle ragioni 6 e 7, che consideriamo quantomeno le più pregnanti nell'economia della nostra analisi sull'esito del referendum, non foss'altro perché sono considerate quelle "ufficiali", proposte all'attenzione dell'elettorato dallo stesso Matteo Renzi, il cui peccato originale, nello specifico di questa riforma costituzionale, che poi si è sempre riproposto durante tutta la campagna elettorale, è consistito appunto nella personalizzazione della riforma. Dunque la domanda che dovrebbe a questo punto suscitare il maggior interesse ed urgenza sarebbe: la sconfitta subita da Matteo Renzi ha segnato anche la sconfitta del modello politico renziano oppure quest'ultimo è riuscito a sopravvivere e ad emanciparsi da colui che, se non suo immediato artefice, è comunque stato la sua migliore incarnazione? Ora, a questa domanda dal valore tanto fondamentale per il prossimo avvenire politico dell'Italia, non è possibile offrire una risposta sufficientemente valida, proprio per quei motivi di cui parlavo prima riguardo alle ragioni del "NO", cioè che sono molte, diverse, talvolta confliggenti e comunque distribuite secondo proporzioni incerte.
Ma, se giunti a questo punto dell'analisi non è possibile procedere oltre, ciò non significa che sia legittimo disubbidire alla sempre valida legge di civiltà per cui la Storia la fanno i vincitori: ora, tra i vincitori di questa elezione referendaria ci sono sicuramente anche quei partiti che da diverso tempo a questa parte, pur in maniera diversa, erano stati messi in ombra dallo scontro a due tra PD e M5S. Ebbene, spetta a loro nel prossimo futuro il compito di offrire una risposta a quella domanda, e l'unico modo per riuscire in ciò sarà decidere se porsi in relazione al modello politico renziano con intento emulatorio e mimetico oppure con intento emancipatorio ed antagonista, ovvero esercitarsi nell'elaborazione di un modello alternativo che possa esser proposto nell'agone politico, e scontrarsi vittoriosamente con gli avversari in una elezione che personalmente auspicheremmo svolgersi non presto né tardi, ma quando certe condizioni, ad incominciare dal sistema elettorale, saranno adeguate.

 

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