21 gennaio 2017

Farewell Obama. L’Aquila ancora aspetta che mantieni la tua promessa


di Alessandro Rico

Su Barack Obama circolano decine di articoli che tracciano un bilancio, naturalmente fallimentare, dei due mandati presidenziali. I milioni di dollari spesi per salvare grandi aziende che poi hanno continuato a delocalizzare. L’imbarazzante riforma sanitaria che voleva obbligare i datori di lavoro a pagare i contraccettivi ai dipendenti. Le sovvenzioni pubbliche alle cliniche abortiste di Planned Parenthood, che aveva a sua volta finanziato il Partito Democratico. Le tensioni razziali esacerbate fino all’orlo della guerra civile. Il disastro in Medio Oriente, il fallimento delle primavere arabe, il caos pilotato in Libia, la figuraccia in Siria, l’appoggio all’Arabia Saudita, che spalleggia l’ISIS, nello Yemen, lo scontro con la Russia che solo la sconfitta della Clinton ha evitato degenerasse ulteriormente, magari in guerra aperta. Tutti fatti arcinoti, insieme all’involuzione della cultura politica americana, infettata dai germi del bigottismo politicamente corretto e dall’ideologia gender, una spirale negativa culminata nella sentenza della Corte Suprema che ha imposto a tutti gli Stati il matrimonio gay. Non serve tornare ancora su quello di cui tutti i giornali parlano. In tempi di terremoto, di sofferenza per le popolazioni dell’Italia centrale perseguitate dalla furia di una natura quasi leopardiana, di Obama vogliamo ricordare un altro capolavoro di vigliaccheria.
Era il luglio del 2009, tre mesi dopo il sisma di magnitudo 6,3 che aveva devastato L’Aquila. Il governo Berlusconi, con l’intento di sensibilizzare i capi di governo dei Paesi più industrializzati, inducendoli a contribuire alla ricostruzione, decise improvvisamente di dirottare il G8, dapprima previsto alla Maddalena, nel capoluogo abruzzese. I leader delle principali potenze mondiali furono accompagnati a visitare il centro storico della città, quasi del tutto raso al suolo. Restano celebri la foto di Obama abbracciato all’allora Presidente della Provincia, oggi senatrice Stefania Pezzopane (uno scatto particolarmente buffo, data la differenza di altezza), e quella del Presidente americano con le maniche della camicia arrotolate, che osserva il palazzo della prefettura sconquassato.
Dopo quel vertice, arrivò qualche risultato. Il Canada finanziò la realizzazione di una residenza universitaria e di una sala studio, che oggi rappresentano un’importante infrastruttura per l’ateneo aquilano. La Germania si impegnò nella realizzazione di diverse opere nella frazione di Onna, che aveva pagato un altissimo prezzo di sangue la notte del 6 aprile. Sarkozy promise di stanziare tre milioni per la ricostruzione della Chiesa delle Anime Sante (poi versati in parte), che oggi è in fase avanzata di ristrutturazione. Il Giappone ha finanziato l'Auditorium annesso al nuovo conservatorio e un Palasport da 2000 posti. La Russia adottò uno dei palazzi storici più belli dell’Aquila, palazzo Ardinghelli e anche il Kazakistan del tanto bistrattato Nazarbajev ha onorato i suoi impegni, occupandosi del restauro dell'Oratorio di San Giuseppe dei Minimi. Indovinate chi fu l’unico a promettere per poi rimangiarsi tutto? Proprio lui. L’idolo dei millennials. Il Premio Nobel per la pace. Il marito dell’ortolana della Casa Bianca. Barack Obama. Lazzi e sollazzi, foto ricordo, impegni solenni. Poi più nulla. A una nazione che ha una spesa pubblica annuale di quasi quattro trilioni di dollari, un deficit di quasi seicento miliardi e un debito di quasi venti trilioni di dollari (ventimila miliardi), finanziare un’opera pubblica o restaurare un monumento di una città terremotata, tenendo fede a una promessa assunta davanti al mondo intero, doveva costare davvero troppo. Peccato solo che in America questa vicenda sia praticamente ignota e che i giornalisti italiani, proni alla narrazione atlantista (atlantista finché c’è stato Obama, sia chiaro), se ne siano del tutto dimenticati.
Anche per questo siamo felici che Barack sbaracchi. E che un partito di mentitori seriali e criminali internazionali sia stato sonoramente purgato dagli americani, evidentemente immuni al virus delle ideologie distorte e delle vergognose campagne mediatiche che li hanno bombardati in questi anni, ma soprattutto nei mesi della campagna elettorale. Farewell, Obama. Non ci mancherai.

 

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