08 gennaio 2017

Guido Morselli e il libro di Giobbe: Unde malum?



di Nicola Tomasso 

Nel Genesi e nei Vangeli si muovono esseri privilegiati dal contatto immediato col Dio; qui invece [nel Libro di Giobbe] ci rispecchiamo noi, uomini comuni e dal comune destino, che dobbiamo credere per vedere, e pei quali la sofferenza è una realtà irrefutabile e senza compenso[1].
 
Nell’accostarsi al trascendente, tanti uomini, animati dal più puro e sincero slancio interiore e da una adesione integrale alla fede, sono costretti ad affrontare il fatidico binomio: Dio e il male; e il cercare di chiarirlo è un’impresa per le forze umane (come per l’opera intellettuale), è disperatamente difficile. Nella teodicea apologetica la questione dell’origine e del senso del male è stata mirabilmente affrontata e per così dire “risolta” dall’opera di Sant’Agostino. Mentre la stessa operazione in campo teologico-speculativo è stata realizzata da San Tommaso d’Aquino.
In generale, la tradizione cristiana, muovendo dai tentativi speculativi tracciati da Dottori e Padri, ha sempre poggiato il discorso (soprattutto in ordine alla morale e alla pastorale) dell’origine del male sul Peccato Originale[2] (già precedentemente accennato) e sulla Teologia della Croce[3]. Quest’ultima sostiene che Dio non si limita a consolare la sofferenza, ma Egli stesso ne fa vera esperienza. Dio poteva scegliere un’altra strada, ma ha scelto la sofferenza. E l’ha scelta non solo per le sue creature, ma anche per Sé[4].

Cerchiamo ora di inquadrare il pensiero di Guido Morselli. In Fede e critica, opera interamente dedicata all’origine del male, Morselli vuole innanzitutto approfondire quella spinta nella sua esistenza che lo portò a sentirsi ‘uomo religioso’; spinta che, come alcuni critici hanno notato, lo porterà paradossalmente al suicidio[5]. Via via che le pagine scorrono si rivela l’angoscia di una fede che ogni istante si scontra con il dramma del male e, in merito alle risposte che vanno succedendosi nel testo – a partire da quella agostiniana – Morselli esplora e soffre la loro caducità: risposte che, a suo dire, lasciano intatto il baratro del mistero. Dalla penna di uno scrittore non esperto in materia teologica viene fuori un trattato di inquietudine e passione che trascende l’autore stesso per ricostruire momenti di dubbio che ogni uomo di fede ha vissuto. Dopo aver scartato ogni tentativo puramente filosofico di affrontare la questione, Morselli dà merito alla religione

se non di svelare il grande enigma, di porselo col più grande impegno, e a così dire, in via pregiudiziale. Non solo perché riconosca e sagacemente assecondi l’interesse che per l’individuo un tale argomento riveste: ma perché esiste al riguardo, o sembra esistere, una sorta di solidarietà tra Cielo e terra. Le massime istanze religiose, la grandezza, la bontà e giustizia divine, sono tanto avversate dal male idealmente, quanto l’uomo ne è mortificato praticamente[6].
 
Di Sant’Agostino, Morselli stima il fatto di aver da subito compreso quale è la ‘questione scottante’ della religione e vede nelle sue pagine (soprattutto nelle Confessioni) quell’intimo ardimento[7] che lo spingerà fino agli ultimi giorni a cercare delle risposte, preferendo in ultimo abbandonarsi misteriosamente nelle mani del Padre, relegando quelle segrete stanze ad un piano più grande ed inaccessibile[8]. A tal riguardo mette in risalto le contraddizioni e le ‘non-risposte’ in cui il Padre della Chiesa incappa col suo metodo ottimista (“impegnato a scagionare Dio”): «argomentazioni più solenni che sostanziose. Un critico potrebbe intanto osservare che la fatalità del defectus boni non quadra con l’attributo dell’onnipotenza, e cioè della divinità; per salvare questa, conviene meglio congetturare che il defectus boni fosse liberamente decretato da Dio. E perché mai lo avrebbe voluto? Non consta[9]».
Morselli ritiene che gli ottimisti di tutti i tempi, non da meno i moderni idealisti (come Croce[10]), trascurino i fatti per giocare con la retorica. Il male in quanto male è un’entità positiva che si presenti essa come atto di presunzione (si badi, un atto eccedente e non una privatio boni) nel caso del primo peccato o come atto di orgoglio (o invidia, sempre eccedente e non privativa) nel non serviam. Ma la questione resta una: da dove proviene quella privatio o quella nimietas? Chi ha posto in essere la possibilità che il peccato si affacciasse nel mondo (celeste o terreno)? Pur accettando che il male non esista come entità, bisogna necessariamente accettare che esista, come possibilità, come conseguenza, come disordine, ossia sotto un aspetto altrettanto sostanziale. Non è possibile limitare il male ad una sfera puramente idealista: l’inevitabilità del male è per noi, la sofferenza appartiene alla sfera individuale.

La difficoltà di conciliare il male del mondo con l’attività di un postulato Principio, assommante in sé ogni bontà e sapienza, resta immutata. Ma gli ottimisti, continua Morselli, tengono di riserva nuovi argomenti. Dopo aver tentato di vanificare il male, procurano di razionalizzarlo; per il che ricorrono, di solito, a una interpretazione universalistica e teleologica della natura e della storia[11].
 
Lo scrittore bolognese, destrutturando tutti i tentativi che in vari secoli si sono affacciati sul campo filosofico, decide di volgersi alla Rivelazione, conscio che la dottrina specificatamente religiosa attribuisce alla nostra volontà ribelle l’origine del male terreno[12]. Il pensiero ebraico, nello specifico, incentra il discorso intorno al male sul cosiddetto ‘principio retributivo’ ed altrettanto fa la teologia vera e propria la quale rappresenta il male come qualcosa di reale, che non può non esserci in quanto da noi meritato[13].

La vicenda di Giobbe racchiude in qualche modo tutto il dramma di cui Morselli s’interroga: la sofferenza umana. La ‘dottrina della retribuzione’ (che nel Libro dei Re e in quello dei Giudici sembra calarsi su un piano strettamente storico-sociale[14]) qui viene inchiodata ad una vicenda che appare scompaginare tutti i tentativi dei sapienti del tempo di dare un senso al male. Anzi, il testo si apre con un singolare quanto paradossale dialogo tra Dio e Satana, cosa che lascia l’uomo completamente estraneo e abbandonato ad una sorte decisa altrove. Il libero arbitrio in questo caso potrebbe dileguarsi per un’azione retributiva, motivata da esigenze di divina giustizia. Ma ci accorgiamo immediatamente che così non è, addirittura dal 1° versetto: «… uomo integro e retto, temeva Dio ed era alieno al male […]. Quest’uomo era il più grande di tutti i figli d’Oriente[15]». La scrittura mette volontariamente in risalto questo aspetto e, subito dopo, la “combutta” tra Dio e Satana. Perché? Per quali ragioni? Morselli sembra rivivere i grandi quesiti che attanagliano Giobbe, li incarna con un tale impeto che le sue parole assumono un tono appassionante e drammatico:

Di lui dispongono forze che lo trascendono vertiginosamente; nella loro contesa egli è soltanto un pretesto. Situazione che ci riporta ai personaggi della tragedia greca, con una differenza ovvia e sostanziale, che quelli il bene e il male si compendiano nel fato, entità impersonale, oscura necessità, e Giobbe invece crede in Dio, lo stimava sovrana personificazione della bontà e della giustizia, capace, e degno, di essere amato, un Dio che certo non poteva sottoporlo a una prova inutile e iniqua. Quando la calamità immeritata lo colpisce, egli vi reagisce con l’impeto di una delusione che ha accenti singolarmente alti, e insieme, violenti  [16].
 
E così, dopo avergli tolto sette figli e tre figlie e tutto il bestiame sotto l’autorizzazione di Dio, Satana ritorna a chiedere la possibilità di tentare nuovamente Giobbe colpendolo fisicamente con atroci sofferenze. Anche questa volta Dio acconsente. Si badi come l’autore del libro sacro non faccia mai discendere il male direttamente da Dio: il Signore autorizza Satana a tentare Giobbe. La qual cosa non cambia la sostanza dell’interrogativo di Morselli che, pur essendo convinto dell’infinita bontà del creatore (che altrimenti non sarebbe assoluto[17]), si precipita sempre più intensamente in un dramma che egli stesso ha vissuto fino a togliersi la vita. «Perisca il giorno in cui nacqui […]» grida Giobbe e, facendogli eco Morselli medita «la parola di chi non spera più, che si ripete uguale nei secoli: se la vita è un male, perché ci fu data?[18]». Se in un primo momento Giobbe sembra accettare la ‘dottrina della retribuzione’, additando una corrispondenza tra peccato e castigo, presto si accorge che la sua sventura «certo sarebbe più pesante della sabbia del mare![19]». Dal fango in cui sgomita, si leva a Dio la voce recriminatoria: se l’essere umano sbaglia, di chi è la colpa?

«Che è quest’uomo che tu ne fai tanto conto e a lui rivolgi la tua attenzione e lo scruti ogni mattina e ad ogni istante lo metti alla prova? Fino a quando da me non toglierai lo sguardo e non mi lascerai inghiottire la saliva? Se ho peccato, che cosa ti ho fatto, o custode dell’uomo? Perché m’hai preso a bersaglio e ti son diventato di peso?[20]» . Accantonata ogni ipotesi di “dottrina perfettiva”, cioè di argomentazione finalizzata a vedere nel male una qualche prova per rafforzare la santità (in questa esposizione interessa il male in sé, in quanto tale, anche se è proteso ad un bene superiore), evidentemente lontana dalla visione dell’autore di Giobbe (come potrebbe Dio tentare a tal punto una sua creatura, anche se per finalità benefiche?), Morselli sente risuonare il grido della immotivata sofferenza dell’innocente nelle parole di Giobbe: «[…]moltiplica le mie piaghe anche senza ragione»[21]. E ancora: «Se un flagello uccide all’improvviso, della sciagura degli innocenti egli ride[22]». E subito dopo il senso di colpa per le parole pronunciate lacerano l’intimità di Giobbe, la cui sofferenza, che nel Cap.10 sembra ormai oltrepassare ogni velleitario tentativo di dare senso all’assurdo, diviene gemito che grida vendetta contro il suo creatore: «Le tue mani mi hanno fatto integro, vorresti ora distruggermi?[23]» .

Neanche la presenza dei tre ‘amici’ risulta essere di conforto a Giobbe. Anzi, i tre sembrano vestire i panni di accusatori, di giudici freddi al dramma dell’uomo di Uz. Elifaz, Bildad e Zofar aprono un grande dialogo che costituisce il corpo del libro di Giobbe. La conversazione si muove in modo non lineare – ma sicuramente appassionato e a tratti pindarico – intorno al tema della giustizia divina. Se da un lato i tre visitatori ricordano all’‘amico’ la ‘dottrina della retribuzione’ e che nulla da Dio proviene di male se non per ristabilire una condizione di giustizia, dall’altro Giobbe, pur accettando in linea teorica le pene di Dio in quanto dovute [24], non può sopprimere il suo grido di dolore e, nel contempo, d’accusa: «[…]così tu annienti la speranza dell’uomo. Tu lo abbatti per sempre ed egli se ne va, tu sfiguri il suo volto e lo scacci[25]».

Il ruolo dei tre amici nell’economia del testo è senz’altro quello di ricordare la ‘dottrina della retribuzione’, probabilmente ancora non del tutto accettata all’interno della religione ebraica. Le risposte di Giobbe rendono «chiaro come l’autore inclini a vedere nel male qualcosa la cui origine non si inserisce nel gioco ristretto delle cause umane, e tanto meno nell’ambito dell’azione e della volontà individuali[26]». Giobbe invoca la morte, chiede pietà a Colui che ritiene essere un consolatore, rivolge nuovamente preghiere ad un Dio che, da un istante all’altro, da persecutore diviene unica speranza. E quando Eliphaz e gli altri continuano a rammentare le sanzioni a chi si rende reo di empietà, Giobbe prorompe: «I discorsi che mi fate li ho già intesi gran numero di volte. Siete dei consolatori molesti![27]». Si profila una figura sofferente e recriminante simile ad altri momenti cruciali della scrittura, come per Gesù nell’agonia della Croce (o anche al Salmo 48,23). Scrive mirabilmente Morselli, «nel tracciare la figura del suo personaggio, in cui il senso del divino vive con una tensione che non ha confronto nemmeno in San Paolo, l’autore, sottilmente esperto di umani contrasti, gli ha posto accanto i tre visitatori e critici, che ne conclamano la flagrante irreligiosità in nome di una gelida ortodossia[28]».

A chiusura del dialogo dei tre, vi è forse una delle pagine più affascinanti della Scrittura: l’apologia di Giobbe (cap.31). In essa si evoca l’urlo finale di un uomo che passa in rassegna tutta la sua esistenza per riuscire ad individuare cosa in essa di male vi fosse, quale atto fosse stato meritevole di una sorte così angosciosa, dove Dio abbia tratto una ragione per poter permettere tanta sofferenza (a motivo della ‘dottrina della retribuzione’). A questo punto, interviene un oscuro personaggio, Eliu, che riprendendo seppur in tono diverso il discorso dei tre ‘amici’, smentisce questi ultimi, continua l’opera di ammonimento per l’empietà di Giobbe e introduce il tema che andrà a chiudere il libro: l’imperscrutabilità dei divini disegni. Le parole di Eliu scagionano Dio e ne esaltano la sua onnipotente sapienza, inneggiano alla potenza e alla bontà del creatore, sono monito contro i malvagi e gli empi: sembrano essere voce profetica, direttamente proveniente dagli Alti Ingegni.
Tutto sembra andare verso una chiusura rispondente alle esigenze della dottrina ebraica, quando improvvisamente giunge Iahvé ad interrompere l’encomio di Eliu: «Chi è costui che oscura il consiglio con parole insipienti?[29]».

Giobbe si accorge finalmente che il lamento verso Dio non può avere un senso, perché troppo è il distacco.È Dio stesso che scende inaspettatamente a dialogare con Giobbe fa comprendere che la nostra vicenda spirituale non può ridursi ad ammettere ostinatamente la razionalità del mondo e la bontà della vita [30]. Afferma Morselli: «Non è per nulla sicuro che insorgere contro il nostro destino sia sempre sterile e stolto, ma certo non può trattarsi di una posizione definitiva[31]». Le parole di condanna con cui il Signore si rivolge ad Elifaz e agli amici[32] aprono ad un significato straordinario (al di fuori dell’immaginario giudaico) la vicenda di Giobbe. Un significato che va a disfare l’immaginario dottrinale fondato sulla ‘teoria della retribuzione’ e spinge fin dove Agostino giungerà secoli dopo, cioè «laddove l’ingegno e le forze ci facciano difetto, dobbiamo credere che essa sia risposta: come in certe, dove non la sapremmo trovare perché il suo nascondimento serve o a esercitare l’umiltà o a fiaccare la superbia[33]». Iahvè guida la mano dell’agiografo alla condanna netta di coloro che di fronte ai misteri della vita pretendono conoscerne le più recondite ragioni, come volendosi ergere al pari di Egli. Esalta invece chi, pur accusandoLo nella sofferenza, ritorna poi alla sua fede ‘bambina’, genuina, che tutto pone nelle Sue mani. Di questo Morselli ne è convinto e dichiara placidamente: «Il Cielo non condanna le nostre reazioni alla sventura, non si vendica nemmeno se rompiamo in aperta rivolta. Una cosa il Signore non tollera: di chiarire all’uomo la propria condotta. Egli non dice che Giobbe abbia torto; afferma di essere l’onnipotente, l’invitto, di aver diritto all’incondizionato ossequio; altro non dice. Coerentemente con ciò il suo comportamento nei confronti di Eliphaz e gli altri sapienti[34]». Morselli coglie nel libro di Giobbe un aspetto che forse la tradizione (come Tertulliano o, più recentemente, Martini) ha trascurato, vedendo nel protagonista il modello di uomo pio e acquiescente, pronto a vivere, seppur con qualche surriscaldamento d’animo, tutto ciò che la provvidenza gli riserva.

Lo scrittore bolognese percepisce in Giobbe qualcosa di più, «che Dio è disposto ad indulgenza verso chi insorge contro i suoi decreti, ma non verso chi pretende svelarne il mistero, subordinandoli ai criteri di una legalità rigorosa bensì, ma antropomorfica[35]». E prosegue ritenendo che Eliphaz e gli altri sbagliano incolpando Giobbe di ignorare Dio, «perché non vedono che negare è cosa diversa dall’ignorare, che la negazione appassionata è una testimonianza più valida della compunta devozione[36]». Si legge in Morselli una dichiarazione di profonda umiltà, sembra il suo Fede e critica seguire gli slanci di Giobbe stesso, digradandosi su valli critiche e ribelli e risalendo su alture remissive, devote, pie. Come Gustave Thibon vede in Nietszche una profonda inquietudine religiosa[37], così Morselli scopre in Giobbe un’accusa che nasconde un impeto di immensa fede; una fede che resta tale anche dinanzi all’irrazionale, superato il quale torna a contemplare e ad amare il Padre Celeste.

Giobbe è ben lungi dall’essere un reprobo, ma è, o è stato, un ribelle, un accusatore. Il divario tra lui e il credente comune, che conosce ad un tratto l’amarezza del disinganno gemendo ed inveendo, non va cercato nel suo finale incondizionato sottomettersi: ma nel vigore meraviglioso con cui egli asserisce la sua e l’universale dipendenza da Dio. È questa coscienza, così risoluta, della realtà divina operante senza intermediari e senza intervalli, che fa di lui un santo, sia pure di una santità alquanto lontana da quella regolare e canonica. Coloro che ‘scusano Dio’ per imputare a se stessi, sono talvolta i medesimi che aprono la strada ai cosiddetti umanesimi divinizzatori dell’Uomo. Giobbe è di ben diversa tempra; nemmeno per un attimo egli pensa di poter disgiungere le sciagure che lo colpiscono dalla sovrana volontà del suo Signore, come mai non gli è avvenuto di attribuire il bene ad altra causa: alle proprie virtù, per esempio. Dalla veemenza della sua recriminazione, vi è da attingere per gli spiriti religiosi una lezione di umiltà; tra i fini di chi ci ha trasmesso la sua storia c’era probabilmente anche questo, niente affatto paradossale[38].

1 Guido Morselli, Fede e critica, Adelphi, Milano 1977, p. 54
2 cfr. Concilio di Trento, Sess. 5a, Decr. De peccato originali, I7 Giugno 1546, can. 3: DS 1513; Pio XII, Lett. enc.Humani generis, 22 Agosto 1950, DS 3897; Paolo VI, Discorso ai partecipanti al Simposio di alcuni teologi e scienziati sul mistero del peccato originale, 11 luglio 1966: AAS 58 (1966) 649-655.
3 cfr. Giovanni Paolo II, Lettera apostolica Salvifici doloris, 11 Feb. 1984.
4 cfr. Corrado Gnerre, Alcune riflessioni a proposito di ciò che ha detto Padre Cantalamessa nell’omelia del Venerdì Santo, in «Corrispondenza Romana», (26.04.2011), Internet (16.08.2016): http://www.corrispondenzaromana.it/alcune-riflessioni-a-proposito-di-cio-che-ha-detto-padre-cantalamessa-nellomelia-del-venerdi-santo/.
5 Come si intravede in Maurizio Ciampa, Domande a Giobbe: modernità e dolore, Mondatori Bruno, Milano 2005.
6 G. Morselli, op. cit., p.21.
7 Il De Libero Arbitrio si apre con la domanda «Unde Malum?», e alla richiesta di Evodio di ricevere un chiarimento sul tema del male, Agostino confessa: « Eam quaestionem moves, quae me admodum adolescentem vehementer exercuit, et fatigatum in haereticos impulit, atque deiecit. Quo casu ita sum afflictus, et tantis obrutus acervis inanium fabularum, ut nisi mihi amor inveniendi veri opem divinam impetravisset, emergere inde, atque in ipsam primam quaerendi libertatem respirare non possem».
8 Morselli stesso sostiene che «a giudicare dallo stato d’animo incerto e inquieto che traspare da alcune pagine delle Confessioni, nonostante un’insolita unzione, si direbbe che nessun ottimista si è professato tale più a malincuore. Sfogliando il sacro volume, la Bibbia, imbattendosi nei capitoli da cui si leva per secoli la voce dolente di Giobbe, Agostino doveva averne un senso di rimorso, quasi per un tradimento. Egli conosceva il monito pauroso dell’Evangelista: «L’universo intero subisce la potenza del male (1 Giov. 20,19); né doveva sfuggirgli la difficoltà d’accordare lo spirito che informa i postulati dell’ottimismo con le capitali dottrine cristiane della Passione e della redenzione. E non smentiva anzitutto se stesso, aderendo a quei postulati? Le Confessioni testimoniano della lotta tormentosa combattutasi in lui fra la vocazione alla cristiana purezza e le sue abitudini carnali. Descrivono il dolore provato alla scomparsa di un amico, dolore che giunse a “ottenebrargli la mente”; riferiscono della morte di Monica e della “smisurata angoscia” ch’egli ne ebbe. Si dirà che Agostino negava il male in assoluto, non intendeva mettere in dubbio la sofferenza. Ma allora, tanti sforzi a che prò? Che in quanto a sé Dio ignori il male, è soltanto logico, e non occorre esser filosofi o teologi, e nemmeno credenti, per capacitarsene. Ovvio che il male esiste per noi e non è altro che la sofferenza che noi siamo costretti a subire. Quand’anche arrivi a dimostrare che, riferito all’Essere, il male è solo apparenza, che cosa otterremmo, visto che codesta apparenza resterebbe, oltre che deprecata, inevitabile? “O il male che temiamo esiste, o se non esiste, il timore stesso è un male”. Sono parole di sant’Agostino medesimo». G. Morselli, Fede e critica, op. cit., pp. 25-26.
9 Ivi, p.27
10 «La storia che fu già vissuta, è ora in lei pensata, e nel pensiero non hanno più luogo le antitesi che si fronteggiano nella volontà o nel sentimento. Per essa non ci sono fatti buoni e fatti cattivi, ma fatti sempre buoni…» cit. da Francesco Flora, Croce, Milano 1927, p.151.
11 Ivi, p.40.
12 «Ma dovremmo poi semplicisticamente intendere la vita del cosmo, nei suoi aspetti più oscuri, come una proiezione (così è stato detto) della “eredità di ignominia” che l’uomo reca in se stesso? O viceversa dovremmo, per ogni specie vivente o vissuta, addurre una sua propria colpa d’origine a spiegare il dolore di cui si è sofferto e si soffre, mentre è già arduo dar corpo ai concetti di responsabilità e di imputabilità, in campo umano?». Ivi, p.42.
13 Cfr. Ivi, p.51.
14 Es. 1 Re 13,34.
15 Gb 1,1. Le citazioni del Libro di Giobbe sono prese da La Bibbia di Gerusalemme, Edizioni Dehoniane, Bologna 2004.
16 G. Morselli, op. cit., p. 54.
17 Nelle pagine di Morselli si evince un’assoluta adesioni alle prove dell’esistenza di Dio di San Tommaso. Anzi, egli sostiene che l’ateismo sia una stortura dell’intelletto.
18 Ivi, p.57.
19 Gb, 6,3.
20 Gb 7, 21.22.
21 Gb 9,17. A questo proposito si veda anche Ger. 12,1 e Sal.72.
22 Gb 9,23
23 Gb 10,8
24 cfr. Gb 14,16.
25 Gb 14,20.
26 G. Morselli, op. cit., p. 60.
27 Gb 16,2.
28 Ivi, p.63.
29 Gb 38,2.
30 cfr. G. Morselli, op. cit., p. 63.
31 Ibidem
32 «La mia ira si è accesa contro di te e contro i tuoi amici, perché non avete detto di me cose rette come il mio servo Giobbe». Gb 42,7.
33 Agostino d’ippona, De Civitate Dei, XXII,11.
34 G. Morselli, op. cit., p.64.
35 Ivi, p.66.
36 Ivi, p.67.
37 cfr. Gustave Thibon, Nietzsche, o il declino dello spirito, Ed. Paoline, Roma 1954.
38 cfr.G. Morselli, op. cit., p.67.  

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