12 gennaio 2017

I casi Mortara, fra patria potestà e libertà di educazione



di Riccardo Zenobi

Dopo il “Caso Spotlight”, film "da oscar" sulla pedofilia nel clero (cattolico) uscito 15 anni dopo gli eventi narrati, Hollywood ci delizierà prossimamente con un film di Spielberg sul caso Mortara, una storia di appena 160 anni fa; sicuramente un’altra pellicola che farà il pieno di premi – anche nel caso venisse girata in uno scantinato con un fondale di cartapesta, ma a Spielberg i soldi non mancano, né mancheranno i finanziatori.

Prima di addentrarci ulteriormente nella questione, è opportuno ripercorrere i fatti salienti connessi al “caso Mortara”, per capire di cosa si parla e perché, nonostante risalga alla metà dell’ottocento e da circa un secolo non interessa più nessuno, ci fanno un film sopra.

Nel 1852, nella Bologna pontificia, la domestica cristiana del commerciante ebreo Momolo Mortara battezzò di sua iniziativa il piccolo Edgardo, cui i medici avevano dato poche ore di vita. Inaspettatamente, il bambino si riprese e, sei anni più tardi, la notizia del battesimo furtivo, ma valido, giunse all’orecchio delle autorità e il piccolo, che secondo la legge sia civile che ecclesiastica doveva essere educato cristianamente, fu portato a Roma.”

Queste righe sono tratte dal retro del libro “Io, il bambino ebreo rapito da Pio IX”, memoriale in cui lo stesso Edgardo Mortara (divenuto canonico regolare lateranense) nel 1888 ripercorre i fatti che lo hanno visto protagonista e sono sufficienti per inquadrare a livello storico la vicenda, la quale ebbe risonanza internazionale all’epoca degli eventi – testimoni sono dei libelli dell’epoca, scritti in diverse lingue, che si possono reperire anche su Google books.

Un evento del genere fa rabbrividire l'uomo contemporaneo; anche se riguarda una situazione storica differente, lontana dai nostri schemi culturali, etc.: al netto di tutto ciò, l’evento in sé stesso non può essere accettato da una sensibilità moderna. Ed essendo io stesso contemporaneo, anche io ho una simile reazione emotiva; solo che non ho intenzione di fermarmi alla semplice sensazione istintiva di trovarmi di fronte ad una ingiustizia, ma voglio analizzare perché ho tale reazione, sotto quale prospettiva questo evento è ingiusto e – tornando a quanto esposto in apertura – anche il film che ci faranno sopra sarà veicolo di ingiustizia.

L’evento descritto nelle righe riportate mi appare ingiusto perché riguarda un bambino che l’autorità ha separato dalla famiglia – sottraendolo quindi alla patria potestà e alla tutela genitoriale nell’educazione – ed è stato educato in maniera differente da come voleva la tradizione famigliare. Il tutto, fateci caso, in maniera completamente legale: non si è trattato di un battesimo forzato comminato dall’autorità ecclesiastica – la domestica agì di sua spontanea volontà – e le leggi dell’epoca prevedevano che un bambino battezzato validamente ricevesse una educazione cristiana – quindi non imponevano ad una famiglia non cristiana di educare i figli cristianamente. Legalmente non era un abuso, umanamente per qualcuno lo è. E ciò fa capire che legge non è sinonimo di giustizia. Ciò però è vero non solo nel caso di normative in se stesse apparentemente inaccettabili: se controlliamo, le leggi tirate in ballo in questo caso non sono in se stesse ingiuste, poiché la legislazione non permetteva certo il battesimo contro la volontà della famiglia di origine del bambino, e il fatto che una legge preveda che bambino battezzato riceva una educazione cristiana difficilmente può essere vista come un “mostro giuridico”. Eppure, questo evento fa capire che nemmeno una legge giusta è automaticamente sinonimo di giustizia.

Questo evento storico deve essere una lezione per tutti noi contemporanei: l’ingiustizia può essere completamente legale. Infatti, se ci fate caso, cosa si è violato? La patria potestà e la libertà d’educazione, temi caldissimi nel dibattito attuale, in quanto grazie all’utero in affitto un bambino può essere separato dalla madre biologica (o da colei che lo ha portato in grembo), e sul versante dell’educazione è lo Stato che decide di introdurre certe ideologie nei programmi scolastici già alle elementari, genitori volenti o nolenti. Dite che è un paragone abusivo? Non mi pare: in entrambi i casi si fa tutto legalmente e in nome dell’insegnamento della verità – solo che nel caso Mortara la verità era il Vangelo, mentre attualmente è l’ideologia di riferimento dei radical chic. Certo, oggi i bambini non vengono sottratti fisicamente alla famiglia ed educati ad una religione a cui non appartengono i genitori, almeno non formalmente. Sfido però chiunque a sostenere che non è materialmente in questo modo: non sono state le famiglie a chiedere di introdurre l’ideologia gender nei programmi scolastici, e se ci fossero genitori recalcitranti che rifiutano di mandare i propri figli a scuola lo Stato interverrebbe legalmente per sottrarli alla patria potestà, in nome di principi contrari alla libertà d’educazione, come previsto dalle leggi vigenti.

Chiunque ritenga ingiusto e abominevole il caso Mortara si chieda se una cosa del genere non stia avvenendo nella civilissima Europa del XXI secolo, il tutto legalmente e sotto lo sguardo compiaciuto o sconfortato di molte famiglie. Ma su una famiglia israelita vissuta negli stati pontifici nel XIX secolo ci faranno un film da oscar, mentre su migliaia di famiglie cristiane che vivono in Europa nel XXI secolo ci vorrà molto tempo perché venga posta una qualsiasi domanda. Ecco perché tale film sarà esso stesso veicolo di ingiustizia: perché darà certamente luogo ad una levata di scudi contro la Chiesa cattolica, smuoverà l’indignazione giusta ma verso l’obbiettivo sbagliato, perché oggi il vero problema riguardo il tema dell’educazione forzata non è dato dalla Chiesa ma dallo Stato e dalla sua ideologia di turno. Alla fine, Hollywood si conferma essere la troupe cammellata delle ideologie di riferimento dei potenti – e ciò del tutto legalmente.

 

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