26 gennaio 2017

Studenti nel guado. Mettersi un impermeabile

(OVVERO CONSIDERAZIONI SULLA FSSPX)

di Matteo Donadoni

Cari studenti universitari cattolici,
studiate anatomopatologia, angioplastica coronarica, analisi, letteratura vittoriana o filologia micenea, fate bene. Fate bene anche a fare ciò che fanno in genere i giovani. Io ad esempio ho impostato il motivetto del tenente Colombo come suoneria del cellulare, ma, siccome non sono più tanto giovane, mi sono preso un borsalino e pure un trench, tanto non se lo comprava nessuno. Ogni capo ha il suo acquirente, diceva il mio nonno. Ma, la fede? per voi Dio è importante? Perché questa è una domanda assillante per un cattolico – a maggior ragione per chi studia matematica pura. In quello che facciamo, che diciamo, che scriviamo, riluce la nostra fede? La nostra filosofia è pervasa dalla nostra fede o è teorema di pappagallo? Il centro della nostra mente è abitato da un Dio Ebreo o da un vitello aureo? «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti» Mt 22,37-38.

Il popolo Ebraico era ossessionato dal servire Dio: l’Arca dell’Alleanza stava al centro dell’accampamento nel deserto Sinai ed al centro restava quando, in formazione militare, tutto il popolo si spostava. Al centro del Regno d’Israele il monte di Sion, dove si ergeva il Tempio di Gerusalemme, il fulcro cultuale, il punto di contatto fra Cielo e terra, dove degnamente si sacrificava al Dio di Abramo e di Isacco, Mosè e Giacobbe. Il sacrificio era il cuore della vita di un Ebreo. Il sacrificio per noi cattolici (nuovo Israele) è la Messa. Il Sacrificio Eucaristico è il centro della nostra religione. Lo celebriamo degnamente? Lo poniamo al centro della nostra vita e della nostra giornata? Quanto è difficile, in questi tempi teologici dickensiani, esser propensi a dare una risposta affermativa.
Tuttavia non è mia intenzione fare questa riflessione per spingervi al bigottismo, la faccio per ricordare a me stesso la mia fede e fare una considerazione sulla FSSPX.

Come tutti sanno i colloqui per la piena comunione con la Chiesa di Roma procedono da anni, fra accelerazioni e brusche frenate. Dal punto di vista dei Lefebvriani lo scopo è quello di permettere alle autorità vaticane di capire cosa intende realmente la Fraternità quando chiede di essere riconosciuta senza controparti dottrinali (?! punto oscuro) e senza modificare nulla della sua vita concreta. Fatto che emerge da tutte le dichiarazioni recenti, ufficiali e private, del superiore della Fraternità mons. Fellay. Ne è nata recentemente una discussione fra chi sarebbe a favore e chi contro.
Io sono cresciuto nella chiesa postconciliare e ne ho potuto contemplare tutta la teoria di novazioni, dalle teologie dai circiterismi dogmatici alle coreografie. Grazie ad essa, paradossalmente, mi sono volto alla vera Messa cattolica. Comprendo perciò le grandi difficoltà di molti giovani, che stanno in quel momento di passaggio (anche mio) fra la nuova (vecchia) e la vecchia (nuova) abitudine. Questo è uno dei motivi per cui sono fra quelli a favore, con una riserva.
Non volendo far parlare i morti, come dice bene Alessandro Gnocchi, voglio però ricordare alcuni concetti.

Il primo è storico. La storia è come la malattia, se non ne conosci le cause, non puoi intervenire in modo efficace. Mons. Lefebvre ha sempre mantenuto contatti con la Chiesa di Roma e con il Papa, riconoscendola come unica vera Chiesa e cercando di ottenere un riconoscimento canonico per la Fraternità, che è ed è sempre rimasta cattolica. Lo fece con grande umiltà e con profonda passione, per amore di Gesù. Quando disobbedì, eccome se disobbedì, lo fece per obbedire primariamente a Dio. E fu scomunicato latae sententiae da Giovanni Paolo II nel 1988. Già sospeso a divinis da Paolo VI, nel 1976, alla fine dell’omelia della prima Messa pubblica a Lille dopo la sospensione, davanti a settemila persone mons. Lefebvre spiegava alcune sue richieste alla Santa Sede: «Se solo ciascun vescovo nella sua diocesi mettesse a disposizione dei fedeli cattolici legati alla Tradizione una chiesa, dicendo: “Questa chiesa è per voi”, che immensi benefici ne trarrebbero [...]! Quando si pensa che il Vescovo di Lille ha dato una chiesa ai musulmani, non vedo perché non ci potrebbe essere una chiesa per i cattolici legati alla Tradizione. E, in definitiva, la questione sarebbe risolta. Ed è quello che domanderei al Santo Padre, se accetterà di ricevermi: “Ci lasci fare, Santità, l’esperienza della Tradizione. In mezzo a tutte le esperienze che si fanno attualmente, che ci sia almeno l’esperienza di ciò che è stato fatto per venti secoli!». In fondo in ordine pratico cosa si voleva? Poter celebrare liberamente la Messa di sempre, insegnare la Dottrina di sempre.

Non è sufficiente per alcuni - lo comprendo bene - la Chiesa tutta dovrebbe rinnegare il modernismo e non solamente tollerare la sana dottrina, ma insegnarla. Cioè il diritto esplicitamente riconosciuto «di professare integralmente la fede e di rigettare gli errori ad essa contrari, con il diritto e il dovere di opporci pubblicamente agli errori e ai fautori di questi errori, chiunque essi siano».

Qui sta il secondo punto d’appoggio. È vero, esiste una sola vera religione, ed è proprio per questo che la neochiesa ha fallito. Quella che un tempo chiamavano “militante” ha fallito sul campo, forse per questo ne è rimasto solo l’ospedale da campo, perché i giovani teologi rampanti di ieri sono oggi bacucchi potenti, ma la truppa ha disertato. Hanno fabbricato atei, e, se alcuni giovani rimangono per comodità, abitudine o pigrizia, molti altri hanno scoperto che è possibile resistere alla banalizzazione di Dio. Ciò grazie ad un teologo un tempo vicino ai novatori, ma che seppe prevedere quasi subito l’organizzazione luciferina di un delitto contro Dio. Joseph Ratzinger.

A tal proposito è esemplare la risposta di don Nicola Bux a Camillo Langone in un’intervista apparsa il 5 ottobre scorso su “Il Giornale”: «Il pensiero di Joseph Ratzinger a partire dagli anni '70 ha captato la resistenza diffusa nel mondo, in specie tra i giovani sacerdoti e seminaristi, alla riforma postconciliare della liturgia, degenerata in deformazioni al limite del sopportabile (fino al prete che balla davanti all'altare o al vescovo che vi gira attorno in bicicletta). Ha capito che tale resistenza sarebbe divenuta inarrestabile, proprio perché fatta soprattutto di giovani, e ha liberato l'antico rito romano, proponendolo, non imponendolo, come forma straordinaria, accanto al nuovo rito inteso quale forma ordinaria. Un atto di rara intelligenza. I vescovi non riusciranno a fermare il motu proprio perché ogni giorno spuntano sacerdoti, seminaristi, giovani che lo scoprono, lo imparano, lo cercano. Ne sono testimone. Se dieci anni fa nemmeno se ne parlava tra dieci anni si accorgeranno di non aver saputo leggere i segni dei tempi, che non vengono mai dalla direzione da cui te li aspetti. Dunque il cardinal Sarah è solo la punta dell'iceberg».

Qui si legge chiara l’antica speranza di Marcel Lefebvre: «Se fossimo almeno tollerati, sarebbe già un notevole vantaggio; molti sacerdoti tornerebbero alla Messa, molti fedeli verrebbero alla Tradizione». Non è forse quello che stava lentamente, fra mille ripicche, accadendo? Stava. Appunto. La riserva è insidiosa come una dichiarazione di Bergoglio sull’aereo di ritorno. Sarà buona cosa affidarsi completamente all’arbitrio di un Vescovo di Roma che ha ripetutamente dimostrato di avere un carattere dispotico nel governo della Chiesa, consegnandogli l’intera messe di un santo vescovo?

Tuttavia, in un momento di terrore, di smarrimento, di disintegrazione della Chiesa, nel quale ci vorrebbe un nuovo Sillabo degli errori (e delle interpretazioni) conciliari non ci rimane altro che aggrapparci a questo iceberg. Mettetevi almeno l’impermeabile.
Meglio se gli iceberg fossero due allora. Abbiamo bisogno di sacerdoti autenticamente cattolici come quelli della Fraternità. Cosa accadrebbe con la piena comunione e la libera circolazione dei sacerdoti e della dottrina cattolica? «Avremo rispetto e anche affetto per tutti i sacerdoti, sforzandoci di ridare loro la vera nozione del sacerdozio e del Sacrificio della Messa, di accoglierli per dei ritiri, di predicare nelle parrocchie. E così, in virtù della verità e della Tradizione, scompariranno i pregiudizi contro di noi, almeno da parte degli animi ben disposti, e il nostro futuro inserimento ufficiale sarà grandemente facilitato». Lasciate libertà alla Fraternità, magari non sarà perfetta, non posso esprimere un giudizio, ma mi sento di dire una cosa: abbiate fiducia nel Dio immotus se permanens che dice «Senza di me, non potete fare nulla» (Gv 15,5), se infatti ben poco possono gli uomini, il resto lo farà la Messa! Sarà la diffusione della Messa tridentina a riportare ordine nella Chiesa.

APPENDICE
C’è un però. Le ragioni del No. A mio avviso il pericolo maggiore è dato dalla cosiddetta forma della “prelatura personale”. Il 5 maggio 1988 mons. Lefebvre firmò un protocollo d’accordo propostogli dall’allora cardinale Ratzinger (sic!), poi però, essendo state disattese alcune delle condizioni imprescindibili (ovvero mons. Lefebvre aveva il timore che sarebbe stato nominato un successore esterno alla Fraternità), fu annullato. Ergo, se il futuro superiore venisse deliberatamente nominato fra i vescovi novatori, sarebbe la fine. Tuttavia, che vogliano, con la prelatura personale, creare i presupposti per “sequestrare” la Fraternità come fosse una nipote qualsiasi del tenente Colombo, possiamo forse ipotizzarlo, ma, per quanto sia una eventualità concreta, non possiamo affermarlo con certezza: è materia d’investigazione futura, la trama di un poliziesco più scontata d’una scena del delitto in cui appaia, unico innocente seraficamente perplesso, un colombo completamente giallo.

 

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