10 febbraio 2017

Elementare Zigmunt!

(OVVERO APPUNTI FRA BERDJAEV E LA GLORIFICAZIONE DELL’EFFIMERO)

di Matteo Donadoni

«Hoc est enim omnis homo»
(Qoelet 12,13)

Le persone anziane si ricordano tutto della propria infanzia, come se stessero già osservando la vita dall’altra parte dello specchio. A me invece sembra di vedere il mondo con gli occhi di un bambino del ’42 quando la mia nonna mi racconta di un tempo in cui, dopo il coprifuoco, la luce chiara della luna faceva scorrere sui campi di grano le ombre lente e assordanti dei bombardieri angloamericani.

A quei tempi, nella notte afosa della pianura, da un ruvido ballatoio di una cascina in collina si poteva ammirare l’orizzonte per miglia e miglia, e magari seguire un caccia alleato abbassarsi, abbassarsi a volo radente per poi, più basso nella valle, sfiorare il corso nervoso del fiume. A quel punto della storia, sempre uguale, il racconto autobiografico si ferma il tempo di un respiro. Cade. La bambina spera che il nemico precipiti. Ma il pilota americano che deve presumibilmente abbattere il ponte sull’Adda fra Paderno e Calusco, che collega Milano con Bergamo, esplode solo una scarica di mitragliatore. So che è americano, perché solo un americano sensibile alla civilizzazione può aver cambiato idea dopo aver visto quel capolavoro di ferramenta che, inspiegabilmente, rimane oggi solamente un ponte trafficato e non è ancora diventato una semplice attrazione turistica, come la Tour Eiffel. Un soldato della corona britannica l’avrebbe tosto demolito, eseguendo l’ordine, con tanti saluti al genio italico e le sue smanie di grandezza bellica.

Forse, invece del ponte, quella notte è venuto meno il genio delle genti che vivono lungo lo scorrere del fiume, un corso veloce, tutto l’opposto del Grande Fiume di Guareschi. L’Adda ha fretta, come la sua gente, ha l’aria d’essere un indaffarato senza tempo che corre verso il Po né per odio, né per amore, senza sapere nemmeno bene il perché. Allo stesso modo, sulle sue sponde non era inconsueto, fino a qualche tempo fa, incontrare persone al lavoro a tarda sera nei cantieri, fino a che c’è luce d’estate, “così si lavora col fresco”, o con la torcia elettrica nei mesi freddi, fresco per fresco…

Arrivare in perfetto orario al lavoro, oppure uscire puntuali era considerata abitudine da scansafatiche. Mi hanno presto insegnato che si arriva sempre prima e si va a casa quando si ha finito. Un “quando”, ho imparato poi da solo, inteso come avverbio di tempo assai relativo. In quegli anni il lavoro era abbondante, si lavorava anche nel fine settimana, costruendosi la casa a vicenda come tanti Amish devoti al cemento. Conosco personalmente pensionati che, non essendo riusciti a smettere la “dipendenza”, ogni tanto spostano le porte. E con “porte” intendo le aperture nelle pareti, alzano o sfondano pareti con la tranquillità abitudinaria di una casalinga che sposta un divano per le faccende domestiche. Ho sentito dire perfino di traslazioni di pochi centimetri perché semplicemente… così pareva meglio. Il lavoro assurto a religione, a definizione morale assoluta, è una falsificazione di matrice calvinista che, penetrando in Lombardia ben prima del materialismo comunista, ha ingenerato una sorta di popolare “glorificazione del lavoro”.

Si lavorava troppo. Tanto da scordare a volte quale è il fine della vita, da scordare che il lavoro, come il sabato, è per l’uomo e non l’uomo per il lavoro. Onestamente io, che ho sempre avuto poca voglia di lavorare, non ho ancora capito cosa sia lavoro e cosa no. Il lavoro è ponos o compenso? O entrambi? Perché esiste una fatica gratuita (lo schiavo e il volontario) e compenso per lavori retribuiti a normativa vigente assolutamente piacevoli o, almeno, assolutamente non faticosi. Ma per parlare di lavoro dovrei parlare di distributismo e si renderebbe necessaria una rubrica ad hoc tipo “Cognac&Belloc”.

Viviamo anni di crisi economica prevedibile, non prevista, e male affrontata. Una crisi generata da una primigenia crisi di valori, che affonda le proprie radici nei secoli scorsi e che ora ne mostra l’orrendo frutto maturo: “il segno della crisi”. Ad esempio, lo aveva già previsto nel ’31 il pensatore russo Nikolaj A. Berdjaev (1874-1948) quando, esule a Parigi, sulla rivista «Put’» (La Via) scriveva: «Nel mondo contemporaneo tutto è posto sotto il segno della crisi, non solo sociale ed economica, bensì culturale e spirituale, tutto è diventato problematico» e, chiedendosi retoricamente quale fosse il coinvolgimento del mondo cristiano in tutto ciò,  addirittura affermava: «Sul mondo si sta compiendo un giudizio che è al tempo stesso anche un giudizio sul cristianesimo storico. Le infermità del mondo contemporaneo non dipendono solamente dall’abbandono del cristianesimo, dal raffreddarsi della fede, ma anche dalle croniche infermità del cristianesimo nel suo elemento umano. E i cristiani devono comprendere la condizione spirituale del mondo contemporaneo a partire dal cristianesimo stesso, devono chiarire il significato della crisi del mondo come avvenimento interno al cristianesimo, interno all’universalità cristiana» (Duchovnoe sostojanie sovremennago mira - “La condizione spirituale del mondo contemporaneo”).

E qual è il segno della crisi? Berdjaev – ripeto, nel 1931 - dice: «Il mondo è ridotto allo stato liquido». Elementare Zygmunt! In merito a questa situazione, ricade sul mondo cristiano una grande responsabilità. La solidità gerarchica del reale è infatti stata sovvertita da un generico sentimento anarchico intergenerazionale, che pretende di fabbricare nuove verità in spregio della sana filosofia, fra le quali una retorica del lavoro di scaturigine materialista che è in seguito penetrata nel pensiero cristiano fino a deformarne l’essenza.

Un aspetto non secondario di ciò sta nella nascita di una dicotomia assiologica fra arti banausiche ed attività contemplativa, in favore delle prime. Ne è la cifra emblematica il famoso il detto: «Il lavoro nobilita l’uomo». Il lavoro non nobilita alcunché, infatti, nemo dat quod non habet. La nobiltà sola nobilita, non certo l’arte banausica che, se mai, stanca.

Come nota sapientemente Romano Amerio in “Iota Unum” non fu esente da questa corruptio la Chiesa, tramite diversi discorsi ambigui, nonché circiterismi. Ricordiamo exempli gratia un passo della Laborem exercens (1981), per la verità di san Giovanni Paolo II, che recita: «mediante il lavoro l'uomo non solo trasforma la natura adattandola alle proprie necessità, ma anche realizza se stesso come uomo ed anzi, in un certo senso, “diventa più uomo”»(9). Sfortunata l’assonanza concettuale con quanto aveva affermato Marx ne “Il capitale”: «è il lavoro a rendere tale l'uomo». Affermazione evidentemente falsa.

L’uomo, infatti, non può “diventare più uomo” in forza di una propria attività mondana il cui finis operis sia stricte intramondano. Ergo, se prese nel loro intero rigore queste parole dell’enciclica finiscono per negare, de facto, l’orazione e, di logica conseguenza, la vita contemplativa. Dovremmo dedurne che proprio quelle schiere di contemplativi che, con le loro incessanti orazioni al Padre, intercedono in sconto dei nostri peccati e ci proteggono dal castigo, non sarebbero ipso facto in potere di raggiungere una vera e piena dimensione umana? Ciò non è possibile.
Infatti il Vangelo recita: «Cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Mt 6,33)… scilicet compresa l’autorealizzazione. L’uomo è stato creato per contemplare, lavora a causa di una colpa. E questo lavoro è un mezzo (oltre che ponos catartico), non un fine, perché, come amava ripetere anche il professor Guarnieri al liceo: «Le cose sono per me, ma con calma». Trasposizione laica di Ecclesiaste (Qoelet) 12,13: «Temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perché questo per l'uomo è tutto».

Sulla distinzione fra ordine speculativo e ordine pratico, ovvero sulla superiorità dell’attività contemplativa, ho il sospetto che diremo altrove. Qui merita concludere con una nota di colore che glorifica la bontà per sé, escogitata da un personaggio insospettabile come cattolico, Sherlock Holmes: «Non c’è nulla per cui la deduzione sia così necessaria come nella religione. Un individuo  raziocinante può costruirla come una scienza esatta. Ma ritengo siano i fiori che, più di ogni altra cosa, ci confermano la bontà della Provvidenza. Tutto il resto, poteri, desideri, nutrimento, sono indispensabili alla nostra sopravvivenza. Ma questa rosa è un di più. Il suo profumo e i suoi colori sono un abbellimento, non una condizione essenziale della vita. Ed è solo la bontà che ci concede il di più; ripeto, quindi, che abbiamo molto da sperare dai fiori» (Il trattato navale).  

2 commenti :

  1. C'è una frase che è teologicamente scorretta, e che condiziona tutta la sostanza dell'articolo: "L’uomo è stato creato per contemplare, lavora a causa di una colpa." In realtà l'uomo è condannato a sudare (faticare) nel lavoro a causa del peccato originale; la cura e custodia del giardino era un compito precedente al primo peccato. Per un breve riferimento
    http://www.campariedemaistre.com/2012/04/il-lavoro-unopportunita-per.html
    Alessio Calò

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  2. Grazie per il commento. Il peccato originale era la colpa che intendevo (forse il termine è impreciso), prima della quale non c'era morte, dolore, malattia. Ora, come ho precisato nell'articolo, io non so definire "lavoro". Non so nemmeno se Adamo lavorasse la terra senza sudore simpliciter, o se non lavorasse proprio, limitandosi alla raccolta dei frutti abbondantemente e gratuitamente offerti dall'Eden. Ma tendo a pensare che questa vita beata, priva di fatiche e piena della visione beatifica di Dio, non abbia avuto "necessità" di nessun tipo, e quindi nemmeno di lavoro. Almeno nel senso in cui lo intendiamo noi. Se, invece consideri lavoro la raccolta dell'uva, del grano che cresce da solo, sono in errore. Però, Noè fu il primo a piantare una vigna...
    Matteo Donadoni

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