16 febbraio 2017

Il futuro anteriore del PD


(UN PO’ DI FANTAPOLITICA)

«All’elettore medio tutto ciò deve cominciare a dare l’idea di una collusione. Egli non sa tutto; non sa che praticamente ogni mossa di questo sciocco e pericoloso gioco è stata precedentemente stabilita dagli alleati delle due coalizioni.
 In compenso comincia a capire che in realtà non c’è nessuna battaglia».
(Cecil E. Chesterton)

di Matteo Donadoni

Il Partito Democratico ha escogitato l’ultimo ritrovato propagandistico per non farci votare e mandare in tal modo la lunga teoria dei governi fantoccio dell’Europa (e del Quirinale) a scadenza di mandato, cioè al 2018. Il Congresso. Ora non è possibile votare, come invece richiesto da moltissimi a seguito dei fatti del 4 dicembre, perché un solo partito, ma di governo, ha altre priorità: riunirsi a chiacchierare del proprio futuro interiore, sciogliere le proprie beghe interne prima del coffee break e spartirsi anticipatamente le poltrone prima dell’apericena.
Il tutto con il beneplacito, pare, perfino di Silvio Berlusconi, che attende il permesso (sempre da parte dei nominati di Bruxelles) di potersi di nuovo candidare come leader di un centrodestra ricostituito. Già, tutto il trambusto sfasciacarrozze degli ultimi anni ha avuto il semplice effetto di non averne alcuno, al di fuori dell’impoverimento del popolo italiano. Il Rottamatore che ride pare non abbia infatti fatto altro che rottamare i rottamatori e, con essi, la cosiddetta Seconda Repubblica, ripiombando il paese in una Prima Repubblica-bis di non so quale pentapartito.
Nell’attesa di capire come si conformeranno gli schieramenti che, abortito il bipolarismo, sono ora tre, vorrei fare una semplice proposta.

Ora, il Movimento che fu 5 stelle vorrebbe votare al più presto, in sintonia con Lega Nord e Fratelli d’Italia. Matteo Renzi è d’accordo, ma parte del PD no, la cosiddetta minoranza Dem, ma non tutta, una minoranza della minoranza no, insomma non ho capito, siamo comunque alle minimanze. I centristi (quei responsabili!) nemmeno, e sarà bene che si segnino bene di scordarsi il voto cattolico. Silvio Berlusconi, per motivi e solite noie personali, no.

Il fatto è che il voto oggi ha lo stesso valore di un biglietto ferroviario nel giorno dello sciopero. L’intero meccanismo elettorale è una facciata putrida di un edificio democratico ormai ridotto a un sistema partitico monotematico, anzi ad un monopartito de facto. Si campa di scuse. Legge elettorale pasticciata o troppo vecchia o troppo incostituzionale o troppo difforme in sé. Il pensiero tremendo è che, se si votasse oggi, il primo partito sarebbe il M5S, ma non otterrebbe la maggioranza. Si profilerebbe così inevitabilmente un governo di Großekoalition. Cioè di euroburattini. Non meglio del governo di una Troika. Non meglio dei burocrati del Senato Galattico di Coruscant. Un gioco delle parti in cui gli opposti schieramenti fingono di combattersi in furibonde campagne elettorali mediatiche, sapendo in segreto, che, una volta al potere, governeranno insieme per conto dell’UE.
Nonostante ciò io vorrei andare al voto.

Non solo. Per coerenza alle politiche protrattesi dal 2008 ad oggi e l’ingerenza biforcuta di Bruxelles insita in esse, non vorrei più Berlusconi a capo del centrodestra. Ormai le antiche logiche del XX secolo sono definitivamente tramontate, Trump e la Brexit ne sono la prova reale, lo ha capito perfino Bersani che il popolo avverte il bisogno di sicurezza e protezione, vagheggiando una sorta di “protezionismo di sinistra”. Essendo io del nord, ma non nordista, con la stessa serenità con cui baratterei l’antimalarico con del gin-tonic (come fa da anni il mio amico Enrico in Congo), proporrei senza ombra di dubbio non Matteo Salvini, ma Giorgia Meloni candidato Premier della Colazione Sovranista. Con o senza Forza Italia. Lo spettro di un Nazareno bis aleggia tetro sulla nostra debole democrazia e attendere il 2018 rafforzerebbe solamente le posizioni degli europeisti, contribuendo a salvare un sistema politico ideologico oggi in crisi.
Gli Italiani hanno bisogno di una coalizione di governo non supina alle volontà del globalismo delle élites e che ripristini in primis la sovranità nazionale, sia monetaria che territoriale. O almeno che metta, con pugno di ferro, sul banco delle priorità i bisogni reali della nazione reale.

 

1 commento :

  1. Troppo centralista la Meloni, la Lega quanto alla sussidiarietà dei territori è più in linea con la Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica di tanti altri, anche se son brutti sporchi e rasssisti

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