16 febbraio 2017

Il narcofilo e la madre proibizionista


di Giuliano Guzzo

Chi è vittima di una tragedia, di solito, è temporaneamente privo della lucidità necessaria a formularne un giudizio equilibrato. Lucidità che invece non dovrebbe mancare a chi, estraneo a coinvolgimenti emotivi, può invece commentare l’accaduto in modo ragionevole, condivisibile, pacato. Accade però che, a volte, i ruoli s’invertano e le parole più illuminanti possano venire, inaspettatamente, da chi ancora il cuore soffocato dal dolore. E’ raro, ma non impossibile. E’ per esempio successo con il suicidio del sedicenne di Lavagna, che si è tolto la vita in seguito ad una perquisizione per droga. Un fatto tristissimo subito divenuto oggetto di una strumentalizzazione, se possibile, ancora più avvilente da parte di coloro che hanno colto la palla al balzo per rilanciare il teorema narcofilo.

Lo scrittore Roberto Saviano, per esempio, ieri ha confezionato su Facebook due post consecutivi, il primo con domande dalla logica claudicante («È più accettabile che un sedicenne possa acquistare fumo in un coffee-shop o da spacciatori che hanno anche altro da vendere e soprattutto hanno a che fare con un sottobosco criminale dal quale sarebbe consigliabile tenersi alla larga?»), il secondo ancora più esplicito («Legalizzate, per favore. Legalizzate, dannazione»), pur di portare acqua al mulino antiproibizionista. Senza neppure considerare, evidentemente, che davanti alla tragedia di un giovane suicida si dovrebbe avere il buon gusto di deporre, almeno per un momento, il mitragliatore delle fesserie. Nulla da fare: l’ideologo si ferma. Ignorando la realtà, seguita a piegarla al proprio punto di vista.

Chi invece, nonostante l’enorme sofferenza di chi perde un figlio, ha saputo condividere un pensiero di spessore è stata proprio lei, la madre del giovane. La quale, in chiesa, ha trovato la forza e il coraggio di lanciare un appello che è anche un invito, a tutti i giovani, a tenersi alla larga dalle droghe: «Vi vogliono far credere che fumare una canna è normale, che faticare a parlarsi è normale, che andare sempre oltre è normale. Qualcuno vuol soffocarvi […] Diventate protagonisti della vostra vita, cercate lo straordinario». Sono parole che, a ben vedere, colgono nel segno. Perché smascherano sia l’inganno della tossicodipendenza, sia quello di chi, servendosi del paravento filantropico, intende far credere che uno Stato che lascia la libertà di farsi del male sia, dopotutto, uno Stato fa del bene. Non c’è nulla da fare: c’è proprio un abisso, tra un ideologo e una madre.


 

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