25 febbraio 2017

L'uso politico della storia


di Enrico Maria Romano

Che l’uso della storia per finalità di indottrinamento o di proselitismo sia qualcosa di diffuso e di attestato, ecco una verità fattuale che nessuna persona di mondo si sentirebbe di contestare.

La cosa paradossale è che tale uso politico o ideologico, viene spesso anzi normalmente ritenuto appannaggio delle dittature e dei regimi autoritari (fascismi e comunismi) ed essendo sepolti questi, il problema sarebbe sepolto con essi. Riduzionismo evidente o angelismo beota.

E’ palese che qui si gioca con le parole o c’è chi fa, per ragioni di comodo, il finto tonto. Dal processo di Norimberga (1946) in poi infatti, è apparso più chiaramente che mai il valore del motto secondo cui “la storia la scrivono i vincitori”.

Le varie Giornate della memoria (selettiva), istituite nelle progressiste democrazie d’Occidente, hanno almeno questo di buono: aiutano a non dimenticarlo mai. I perdenti, specie quando essi non si sono limitati a perdere con le armi, ma hanno incarnato l’irruzione del Male del mondo, scrivono al massimo la micro-storia, la storia della comunità, la contro-storia, ma mai la Storia Ufficiale.

Gli armeni vivi e vegeti ancora oggi, nipoti di chi fu sterminato nel biennio 1915-16, hanno de facto meno diritto di ricordare pubblicamente i loro morti, rispetto ad altri popoli più fortunati. E d’altra parte nessun paese occidentale ha avuto finora il coraggio di istituire una giornata per il ricordo di quello che fu il primo genocidio del XX secolo, con oltre 1 milione di morti, e chi ci ha provato, ha poi declinato, parrebbe per pressioni molto forti… La Turchia, erede morale e culturale dell’Impero ottomano e dei Giovani Turchi che misero in atto la deportazione, parla di persecuzioni contro la minoranza cristiana armena, ma non accetta ancora i numerosi documenti che sono emersi in questo secolo e che concludono in favore dell’ipotesi genocidio (cf. Marco Impagliazzo, Il martirio degli armeni, La scuola, 2015 e il commovente La masseria delle allodole, di Antonia Arslan).

Le decine di milioni di morti dovuti al regime sovietico (1917-1989) o alla spietata dittatura di Mao (tra il ’59 e il ’61, il “grande balzo in avanti” causò oltre 20 milioni di vittime) vengono forse ricordati nelle scuole, nelle università e nelle società, al pari di chi fu ucciso durante la Seconda Guerra mondiale? La cosa non pare. Eppure tali genocidi, messi in atto dal dittatore cinese o da Stalin non sono di entità minore, e risultano cronologicamente successivi e dunque più vicini a noi. Ma certo passato non deve mai passare (quello dei vinti), mentre il passato dei vincitori è dimenticato subito, o ridotto a due righe di testo.

Il discorso in realtà è ben più ampio. Non è la sola memoria negata di vari genocidi antichi e recenti (come Hiroshima e Nagasaki) a fare problema. Ma è la lettura che viene offerta, specie nei manuali scolastici, di tutta la storia umana a dover essere analizzata e scientificamente criticata: la storia antica, medievale, moderna e contemporanea… L’Unione Europea e le sue commissioni hanno una concezione del tutto surreale dell’identità dei popoli europei, e si crede di poter favorire la pace, a base di nichilismo e di memoria selettiva. Ma i popoli, specie quelli di antica civiltà come il nostro, hanno radici che non si possono strappare per caso o senza colpa: chi vuole sradicare i popoli riducendoli a consumatori, fa di tutto per diluire le identità e spegnere le idealità che sono ad esse collegate. La colpevolizzazione degli europei (specie maschi, bianchi e cristiani) va di pari passo con il progetto mondialista di omogeneizzazione verso il basso e unificazione in nome della tecnica, ovvero del vuoto culturale.

I servili ministri della cultura e dell’istruzione dei paesi europei si adeguano al rullo compressore e spesso, come la nostra Valeria Fedeli, ne sono dei propugnatori ardenti. Lo scopo è sradicare, cancellare le differenze (culturali, religiose, sessuali, di civiltà), fondere e mescolare.

Gli antichi romani un tempo erano presentati agli studenti come i “civilizzatori” delle varie regioni del mondo dove arrivò il loro influsso, dal nord Africa sino alla Gallia e alla Britannia. Ora più spesso, vengono chiamati “colonizzatori” e il cambiamento terminologico non è innocuo (in guisa di contravveleno si consulti il sempre valido e disponibile "Fregati dalla scuola" di Rino Cammilleri, 2013).

La storia cristiana del nostro continente europeo è divenuta, a partire dell’illuminismo, il terreno fertile per un’opera di rilettura manichea così sfrontata e a senso unico, che supera la stessa lettura che ne diedero le ideologie anti-cristiane nel marxismo e del socialismo. Marx per esempio in più pagine della sua opera loda la società medievale (per il divieto ecclesiastico dell’usura e dello stesso prestito a interesse), e così non mancarono mai gli autori, di destra e di sinistra, laici o cattolici, che ammirarono a chiare lettere la fermezza dei martiri nei primi secoli, il sacro romano impero risorto con Carlo Magno, l’epopea delle Crociate (lodate per esempio da Mazzini), o la grandezza culturale e artistica delle cattedrali che sorsero in tutta Europa dal X al XV secolo.

Sfogliando oggi moltissimi libri di testo, e anzitutto i manuali di storia per i licei e le scuole superiori, se può dirsi in parte superata la retorica giacobina sui medievali secoli bui (in cui non v’era alcuna luce di bene, più o meno dal crollo dell’impero romano d’Occidente nel 476 alla scoperta dell’America!), si tendono a sottolineare sempre gli aspetti negativi, le carestie, le guerre, le carenze tecno-scientifiche, e insomma i limiti che ogni civiltà (non esclusa la nostra) presenta. Tutto pare scritto con un’ottica progressista che porta, anno dopo anno, lo studente ad illudersi che il mondo andrà certamente verso il meglio, tranne qualche rara parentesi di incredibile regresso, identificato con l’affermarsi delle destre o l’Ur-Faschismus di Eco: da Mussolini a Trump.

Uno studente romano non saprebbe spiegarsi come mai nella capitale d’Italia ci sia una piazza dedicata alle Crociate (in zona Tiburtina). Ma se furono infami violenze di saccheggio e di ruberia, mascherate da guerre sante, tipico esempio di una Chiesa ottusa e poco ecumenica come quella medievale, a che pro dedicarvi una piazza? Sarebbe quasi come istituire una via Auschwitz o un Corso Mengele…

Se nella civiltà cristiana si nota assai più il male che il bene, in ogni altra civiltà umana (indiana, africana, cinese, nordica, etc.), il rapporto si inverte misteriosamente. Così nell’islam, prevale la focalizzazione sulla cultura, sulla saggezza morale e il sapere astronomico dei dotti imam, ignorando o minimizzando le violenze sistematiche e continue, da Maometto a oggi, passando per le celebri scorrerie saracene e l’imperialismo della Sublime Porta.

Urgono quindi libri di testo più oggettivi per i nostri giovani, e in attesa di questi, è d’uopo studiare la storia in modo scientifico e direi formativo, specie per chi ha responsabilità educative a vario titolo. Da poco è stato ripubblicato un manuale di storia ecclesiastica che unisce in sé il rigore e l’acribia della scienza e l’amore per la verità del teologo non infeudato alle varie cricche storiografiche liberal o marxiste (Mons. Umberto Benigni, Storia sociale della Chiesa, CLS, 2 volumi, 2016-2017).

Questa storia della Chiesa, senza minimamente ignorare le colpe gravi delle varie autorità ecclesiali e le vicissitudini non sempre edificanti della cristianità, nota altresì, e oggi è più raro dell’unicorno, che i valori del Vangelo restano un faro e un punto di riferimento etico insuperabile per una civiltà che voglia fondarsi sulla roccia e non sulle sabbie mobili delle ideologie e del “progresso”.


 

0 commenti :

Posta un commento