02 febbraio 2017

Per ridurre gli aborti occorrono restrizioni. Parola di abortisti


di Giuliano Guzzo

Per limitare il numero degli aborti occorre complicarne l’accesso. Sai che scoperta, si dirà. In effetti la cosa è abbastanza intuitiva. Meno scontato è però che a riconoscere quest’evidenza sia nientemeno che il Guttmacher Institute, istituto di ricerca che fa capo a Planned Parenthood, l’ente abortista più grande del mondo. Eppure l’ammissione traspare chiaramente nell’articolo firmato da Rachel K. Jones e Jenna Jerman e appena pubblicato su Perspectives on Sexual and Reproductive Health laddove, dinnanzi ai 926.220 conteggiati negli Stati Uniti nel 2014 – il minimo storico -, si sottolinea come le nuove restrizioni anti aborto entrate in vigore in alcuni Stati, in questo calo, un ruolo l’abbiano avuto. Non quello principale, si sono subito affrettate a precisare le studiose, ma senza dubbio con la riduzione degli aborti c’entrano. Il che, detto da fonti pro choice, è senza dubbio una notizia.

Da decenni, infatti, il tormentone progressista vuole come sola via per il decremento delle pratiche abortive la maggiore diffusione della contraccezione. Una tesi ripetuta fino alla noia e non solo mai provata, ma addirittura contraddetta dall’esperienza di diverse nazioni. Si pensi alla Spagna dove, secondo uno studio pubblicato nel 2011, nell’arco di una decade all’aumento del 63 per cento dell’uso dei contraccettivi è corrisposta una crescita addirittura al 108 per cento del tasso di aborto. In modo del tutto simile in Svezia, tra il 1995 ed il 2001, durante un periodo di facilitazione della diffusione dei contraccettivi, il tasso di aborto delle adolescenti è lievitato del 32 per cento. Il mito della contraccezione come panacea di tutti i mali è sconfessato pure da Cuba, dove si registrano 41,9 aborti ogni 100 gravidanze e 72,8 aborti ogni 100 parti nonostante una copertura contraccettiva molto elevata.

Avrebbe dovuto far riflettere anche la situazione italiana dato che nella nostra penisola gli interventi abortivi risultano da anni in calo a dispetto di un modesto ricorso alla contraccezione, rispetto ad altri paesi europei. Ciò nonostante, fino alla recentissima pubblicazione del Guttmacher Institute, nella quale comunque il ruolo positivo nella riduzione degli aborti da parte delle restrizioni viene riconosciuto a denti stretti, la contraccezione veniva indicata come l’unica strada percorribile. E non è da escludere che così continui ad essere sia perché alle posizioni ideologiche dopo un po’ ci si affeziona, sia perché la limitazione o il divieto di aborto, ancorché riconosciuti efficaci, verranno comunque sempre presentati come misure oscurantiste e pericolose per la salute della donna. Questo, ancora una volta, a scapito di evidenze che invece suggeriscono l’opposto.

Un articolo uscito sulla rivista scientifica PLoS ONE nel 2012 chiariva infatti come vietare l’aborto non comporti, di per sé, alcun aumento della mortalità materna, cosa del resto già testimoniata dal caso dell’Irlanda dove, con detta proibizione, nel 2005 si registrò la più bassa mortalità materna a del mondo. Viceversa, un esame delle cartelle cliniche di 463.473 donne, effettuato in Danimarca considerando un arco temporale fino a dieci anni dalla prima gravidanza, a fronte di un aborto indotto ha riscontrato tassi di mortalità materna significativamente più elevati. Per non parlare dei legami, anch’essi accertati, tra soppressione prenatale e infezioni all’utero, placenta previa e cancro al seno. Sono dunque coloro che vorrebbero facilitare l’accesso all’aborto, non certo quanti invece vorrebbero vietarlo, i veri nemici della salute della donna.

Ad ogni modo, chi ritenesse troppo drastico e impopolare rendere nuovamente illegale la pratica abortiva, potrebbe comunque riflettere su quanto deciso nel 2009 da Janice Brewer, governatore dell’Arizona che nel settembre 2011 riuscì ad ottenere uno sbalorditivo calo degli aborti, pari a quasi il 31 per cento, rispetto a quelli conteggiati lo stesso mese dell’anno precedente. Come? Imponendo, per ogni accesso all’aborto, oltre ad un adeguato periodo di attesa, il consenso parentale, l’ecografia, l’obbligo di fornire informazioni adeguate sui rischi dell’intervento, sullo sviluppo fetale e sulle possibili alternative. Tutte cose che sarebbe molto utile fossero introdotte anche in Italia, dove il calo delle interruzioni volontarie di gravidanza, come vengono eufemisticamente chiamate, è già in corso ma non certo grazie, bensì nonostante la legge.

Il fatto è che per arrivare a limitare l’accesso all’aborto occorre anzitutto iniziare a ritenerlo un problema, mentre invece si tende sempre più a considerarlo – come sostiene sulla sua pagina Facebook Roberto Saviano, scrittore incautamente prestato alla bioetica – «un diritto acquisito da difendere a tutti i costi». Al punto che si segnalano, come quanti seguono la cronaca sanno bene, ripetuti tentativi di bandire l’obiezione di coscienza e d’intimorire a colpi di querele tutti quei medici e farmacisti ancora fedeli al giuramento d’Ippocrate. Ma finché si continuerà a ragionare così, coi paladini dell’autodeterminazione estrema liberi di spararla grossa e con un mondo cattolico spesso titubante, quando non perfino arrendevole dinnanzi alla cultura dominante, c’è ben poco da stare allegri. Per fortuna che sull’utilità di limitare l’accesso all’aborto, in questi giorni, alcuni si sono esposti. E sono, manco a dirlo, degli abortisti.

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