07 febbraio 2017

Trump e il muro: potrebbe giovare anche al Messico


di Alessandro Rico
Sulla questione Donald Trump e muro con il Messico c’è innanzitutto un mito da sfatare. Nonostante i giornalisti progressisti che ci catechizzano sulle fake news descrivano la barriera come l’invenzione di un pericoloso xenofobo di estrema destra, quella del muro fu un’idea di Bill Clinton.

La sua costruzione cominciò infatti nel 1994, durante la sua presidenza, su ben tre diversi fronti: in California, sotto l’egida del progetto Gatekeeper, in Texas con la dicitura Hold-the-Line e in Arizona come Safeguard. Ma c’è di più. Nel 2005, un deputato repubblicano della California promosse una mozione per rafforzare ed estendere il muro fino alla lunghezza di 1.123 chilometri. Quando la proposta approdò al Senato per l’approvazione definitiva, tra gli 80 che votarono a favore ci furono persino i senatori Hillary Clinton e Barack Obama. Per scoprire quello che non è certo un segreto di Stato basta una breve ricerca su Google, che forse costa troppa fatica ai grandi nomi del giornalismo, troppo impegnati nella campagna di terrorismo su Trump il razzista.

Certo, a noi europei l’idea di una barriera di separazione evoca ricordi drammatici, come l’immagine di quel muro fatto erigere dalla Ddr per impedire la libera circolazione degli individui tra la zona occidentale di Berlino, sotto protettorato americano, e quella orientale, controllata dal governo filosovietico. Il Muro di Berlino fu simbolo di sofferenze, crudeltà, oppressione e morte. E fu l’emblema di quel lungo periodo di tensioni internazionali coinciso con gli anni della guerra fredda.
Ammesso però che, negli Stati Uniti, il pensiero di un muro lungo il confine non richiami alla mente gli stessi tragici trascorsi, bisogna riconoscere che la trovata di Trump di far finanziare la costruzione dei nuovi tratti allo stesso Messico, attraverso una tassa sulle importazioni, è strategicamente inattaccabile. 

Trump si è presentato da subito come un candidato controcorrente, contrario alla globalizzazione e vicino alle rimostranze della classe media e dei lavoratori, impoveriti dalla concorrenza al ribasso di frontalieri e immigrati più o meno legali. Su questo, la destra sovranista ha un bel vantaggio rispetto alla sinistra à la page degli Occupy Wall Street e dei movimenti no global. In effetti, non si può contestare la globalizzazione dell’economia senza combattere la globalizzazione del mercato del lavoro. Lo strapotere delle multinazionali annienta la piccola e media impresa e favorisce la concentrazione monopolistica; l’immigrazione esercita sui salari una continua pressione verso il basso e genera disoccupazione per i nativi.

Ma se l’obiettivo è quello di combattere l’immigrazione, già solo la minaccia di una misura punitiva nei confronti del Messico può indurre quest’ultimo a contrastare i flussi, affrontando i suoi problemi interni. I dazi danneggerebbero seriamente l’export del Paese centramericano, perché renderebbero necessario un innalzamento dei prezzi dei prodotti distribuiti negli USA e, probabilmente, determinerebbero un conseguente calo delle vendite.

Ciò potrebbe spingere gli attori economici a mettere alle strette il governo, costringendolo a combattere l’emigrazione per convincere gli Stati Uniti ad abbandonare i loro propositi, o almeno a negoziare condizioni più favorevoli.


Comunque andasse, per Trump sarebbe una vittoria. Se il muro si farà e verrà finanziato dai dazi, lui avrà mantenuto una promessa elettorale che, per quanto la cosa possa stupirci, in America riscuote successo da diversi anni a questa parte. Apparirebbe come un Presidente muscolare, capace di ristabilire il predominio americano dopo anni di cedimenti. Se invece ottenesse collaborazione dal Messico, potrebbe vantare di aver imbastito una lotta efficace all’immigrazione e di aver costretto il Messico a preoccuparsi finalmente della sua gente, di quei problemi strutturali che la inducono a cercare fortuna negli Stati Uniti. Perché, non ce lo scordiamo, il primo dei diritti umani dei “migranti” dovrebbe essere proprio quello di non migrare.

Di vivere in un Paese che si occupa dei suoi cittadini e che non cade preda di narcotrafficanti e corruzione, per poi confidare nell’esodo di massa della popolazione. Una prospettiva che, in fondo, non è tanto più utopica del mondo sognato dai progressisti: un mondo senza confini nazionali, di popoli intercambiabili, di società multietniche, multirazziali, multiculturali, che anziché essere più felici e pacifiche, rovinano nell’emarginazione e nella violenza.
 

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