08 febbraio 2017

Trump e Pence contro l’aborto. Ma Avvenire preferiva Obamacare


di Alessandro Rico

Donald Trump si è insediato solo il 20 gennaio, ma il vento è già cambiato.
Come noto, tra i primi ordini esecutivi del nuovo Presidente c’è stato il blocco dei finanziamenti alle ONG che promuovono l’aborto, incluse Planned Parenthood International e le agenzie ONU, quell’altro carrozzone massonico da sempre in prima linea per caldeggiare il controllo delle nascite. Sebbene le leggi federali proibiscano l’uso del denaro dei contribuenti per finanziare pratiche abortive, l’amministrazione Obama aveva approfittato fin qui di un classico trucco di contabilità, la “fungibilità” dei fondi. In sostanza, bastava destinare generici stanziamenti alle attività mediche di Planned Parenthood, che poi però li impiegava per i suoi delitti. Anche in America, fatta la legge, trovato l’inganno. La Camera dei Rappresentanti, però, ha approvato a larga maggioranza una mozione che prescrive il divieto di finanziamenti per il controllo delle nascite sul territorio nazionale.
Se questo non fosse abbastanza, basti sapere che alla marcia per la vita che si è svolta a Washington il 27 gennaio (in ricordo del 22 gennaio 1973, il giorno in cui la Corte Suprema legalizzò l’aborto), ha partecipato il vice presidente Mike Pence. Cattolico, ma non cattolico come John Podesta, il faccendiere della Clinton demolito dalle rivelazioni di Wikileaks. Un cattolico serio.
Dinanzi a questi successi, forse insperati dopo gli anni di Obama, non si può che manifestare grande soddisfazione e fiducia. La battaglia è ancora lunga, ma le premesse sono ottime. Eppure, da questo cambio di rotta paradossalmente proprio la Chiesa Cattolica rischia di uscire spiazzata.
Tutti ricorderanno il viaggio di papa Francesco negli Stati Uniti. In quell’occasione, il pontefice si lasciò sfuggire dichiarazioni poco lusinghiere nei confronti di Trump, allora candidato alle primarie del Partito Repubblicano, definito senza mezzi termini «non cristiano» per le sue posizioni sull’immigrazione (Francesco non lo nominò esplicitamente, ma era chiaro che il suo monito si riferiva a lui). Si sorvoli pure sul discutibile martellamento sull’accoglienza, uno dei leitmotiv di questo pontificato, ma è indubbio che sul piano dell’etichetta quella sortita fu inopportuna. Forse pure il papa aveva letto i sondaggi, che con un anno di anticipo già avevano incoronato vincitrice la Clinton. Ma oggi, quello scivolone può essere un boomerang, specialmente se gli ambienti ecclesiali non si convincessero a dare credito al nuovo Presidente.
La prima pagina di Avvenire di domenica 22 gennaio (proprio quel giorno in cui ricorreva il nefasto anniversario della sentenza americana sull’aborto) non faceva ben sperare. Il titolo, scritto a caratteri cubitali, recitava: «Trump è di parola. Subito meno salute», in riferimento ai primi provvedimenti per abrogare e rimpiazzare Obamacare, come promesso in campagna elettorale. Insomma, agli ambienti vicini al Vaticano sembra non interessare la svolta pro-life della nuova amministrazione. I principi non negoziabili si sono ridotti al mantra dell’assistenza sanitaria gratuita, che per Obama significava costringere i datori di lavoro a pagare contraccettivi e farmaci abortivi ai dipendenti. Trump e Pence sono in guerra con l’industria della morte, ma ad Avvenire piaceva Obamacare. Così, venerdì 27 il quotidiano della CEI non ha dedicato una riga alla marcia per la vita di Washington, preferendole le «preoccupazioni» della Santa Sede per il muro con il Messico (che esiste dal 1994, quando il Presidente era Bill Clinton e il cui ampliamento fu approvato nel 2006 anche grazie ai voti dei senatori Hillary Clinton e Barack Obama).
Speriamo che anche i cattolici nostrani si facciano provocare dalla realtà. Trump non è il meglio che potessimo desiderare, ma forse è il meglio che possiamo avere. Senza diventarne apologeti, basta seguire il saggio consiglio di San Paolo: «Esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono».
 

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