01 marzo 2017

Da dj Fabo a Lavagna, un unico vuoto


di Giacomo Boni

Sul tema dell’eutanasia ci vorrebbe più prudenza da parte di tutti. Chi da una parte si accanisce contro una scelta di una persona, accusandola di sacrilegio o offesa verso la specie umana è allo stesso livello di chi gioisce per una volontà tragica, alimentata da una sofferenza immensa di un uomo, soltanto per confermare le proprie tesi da bar.

Mentre i pagliacci da Facebook si scannano, c’è gente che decide di morire spontaneamente. Di fronte a questo scenario bisognerebbe riflettere su un punto, che poi è quello focale: davvero una vita di sofferenza non vale la pena di essere vissuta? Nessuno, però, è fonte di verità assoluta. È verissimo: la Vita è sacra, c’è chi ne è convinto e chi no, ma invece di cercare di far cambiare idea al prossimo bisognerebbe riflettere sul problema alla radice. Perchè molte persone pensano, appunto, che una vita di dolori non valga la pena di essere vissuta? Forse perché non c’è trascendentalità nella loro vita, non c’è spiritualità, aspirazione a qualcosa di grande, non c’è una speranza di vittoria! C’è solo una linea dritta che scandisce i giorni conditi da sofferenza su sofferenza, di fronte alla quale ci si sente impotenti.

Forse perchè non ci sono ideali in cui credere, valori che ti danno la forza e la voglia di vivere; non si crede neanche di essere legati alla propria terra, almeno non tanto da volerci rimanere. Forse perché non c’è una famiglia, non ci sono parenti pronti a starti vicino, figli che ti dimostrano che vale la pena restare, che ti amano; o forse questa famiglia c’è, ma non si crede che possa essere una fonte di amore, ma soltanto di altra sofferenza. Bisognerebbe valutare ogni singolo caso, con cura, perché nessuno ha la verità in tasca, però è chiaro che quando l’uomo perde Dio, Patria e Famiglia è come se fosse morto, e allora, tanto vale staccare la spina.

È disgustoso vedere un personaggio come Cappato approfittare di una tragedia per avere un tornaconto personale, così come Saviano, Tommasi e tutta quella melma di sciacalli pronti ad avventarsi sulla preda per poter scrivere un post in più. Dall’altra parte però, c’è un’isteria del dover per forza trovare un colpevole o cercare un caso di qualche altro malato terminale da opporvi. Dopo il caso di Dj Fabo, dopo il suicidio del ragazzo di Lavagna, non bisogna strapparsi i capelli e gridare dei No molto sterili che rappresentano soltanto degli scudi ideologici che generano scontro. Bisogna gridare un forte Sì: Sì alla vita!

E la vita non è altro che Dio, Patria e Famiglia: legami imprescindibili per la felicità dell’uomo. La missione è quella di far capire a tutto il mondo, tramite un grande Sì, che anche una vita piena di dolore e sofferenza può regalarti la felicità, che accudire un malato può riempirti il cuore di gioia, che vivere è il bene più grande che ci viene donato. Solo così, forse, si può cercare di aiutare chi sta perdendo la luce e vuole smettere di lottare.

http://www.motoretrogrado.it/2017/02/28/da-dj-fabo-a-lavagna-un-unico-vuoto/

 

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