03 marzo 2017

Le domande di Padre Reginaldo


(OVVERO LE PAROLE DEL VANGELO SONO DIVINE)

«Per la Chiesa cattolica non c’è nulla da festeggiare»
(Benedetto XVI)

di Matteo Donadoni

Il tempo in cui viviamo è un acquarello troppo carico di cui siamo il soggetto stralunato in primo piano, mentre dietro di noi si staglia un paesaggio in discesa, colto in quel momento del tramonto di fine estate, magari  dopo un temporale, nel quale le nubi della sera somigliano a una fastosità in rovina trafitta da raggi dorati, una specie di Cair Paravel celeste, gloriosa e che non dura.

Riluttanti ad accettare le continue dichiarazioni della gerarchia ecclesiastica, ogni mattina ci guardiamo allo specchio per scrutare se i nostri sono già i lineamenti ruvidi di un macellaio prussiano prossimo alla pensione, o se ci è data un’ultima giornata di spensieratezza.

Tutti sanno che san Tommaso, il buon placido Tommaso, il 6 dicembre 1273, avuta una visione soprannaturale, smise improvvisamente di scrivere, facendo addirittura sparire gli attrezzi da scriptorium. Il Dottore Angelico, il genio della Summa Theologiae, riteneva ormai la sua opera sicut palea. Infatti, a seguito di vari tentativi da parte di padre Reginaldo di fargli rivelare il motivo di tale svolta, Tommaso confidò: «Reginaldo, non posso, perché tutto quello che ho scritto è come paglia per me, in confronto a ciò che ora mi è stato rivelato», aggiungendo: «L’unica cosa che ora desidero, è che Dio dopo aver posto fine alla mia opera di scrittore, possa presto porre termine anche alla mia vita».

Povero Tommaso, cosa direbbe lui, oggi, di un clero che si permette di mettere in dubbio tutte le verità del Vangelo, e perfino l’autenticità stessa delle parole di Nostro Signore così come tramandate, perché al tempo del Salvatore non esistevano i registratori. Ergo, bisognerebbe fare ora un ragionamento su cosa abbia detto veramente Gesù (?!). Ovvero la riduzione della Parola di Dio all’equivalente ontologico e teologico della paglia. Buona per gli asini, che secondo loro, i quali pare non abbiano studiato a Trento, saremmo noi. Come ha ben spiegato Silvio Brachetta in un articolo comparso sul blog di Sandro Magister: «La tesi è vecchia, riproposta in modo assillante: le Scritture dovrebbero essere sottoposte a un’esegesi continua, per via del fatto che su di esse non si potrà mai dare un’interpretazione definitiva. In altre parole, secondo una certa teologia eterodossa, la Scrittura sarebbe una sorta di cantiere papirologico aperto, in cui il testo è costantemente da vivisezionare, nella ricerca incessante della "vera" Parola di Dio. Si tratta di un perpetuo, frenetico glossare le fonti, alla scoperta di una verità più genuina, che possa sostituire quella corrente, evidentemente scomoda all’esegeta insoddisfatto. Questa "vera" Parola, ricercata dalla critica testuale di ampi filoni del protestantesimo e del cattolicesimo modernista, sarebbe ancora nascosta tra le pieghe del testo sacro e tuttavia difettoso, poiché composto da parole umane. E le parole umane sono imperfette per definizione, soggette ai mutamenti dei costumi e della storia».

Secondo me è ora di finirla con questa follia delle tesi documentarie e del metodo storico critico, perché più che critica della religione è diventata una vera e propria “religione della critica”. Tra l’altro è una posizione ideologica già molti anni fa confutata con arguzia dallo studioso italiano di religione ebraica (rabbino) Umberto Cassuto (Firenze 1883 – Gerusalemme 1951), con la dimostrazione, ad esempio, che il libro della Genesi è di formazione unitaria, opera di una sola mente (ispirata da Dio).

Intanto, nascosti come in un club per soli uomini al porto di Bahia, i nuovi sapienti organizzano la riforma della Liturgiam authenticam, tramando nottetempo il diaconato delle donne, neanche fosse un concorso di bellezza per donne vampiro in Transilvania. Il quadro ecclesiale che si vuole esporre al pubblico è in bella mostra perché occulto. Il tragico dipinto in cui siamo ritratti è evidente quanto è occulto il Concilio Vaticano III in lavorazione, pilotato da pochi informati, ospiti all’Hotel Santa Marta.

Nel frattempo un monsignore di tutt’altra paglia ci invita a seguire lo spirito di Pannella (sic!), è proprio vero che il fumo è entrato in Vaticano. Che sia spirito o spiritosaggine, che si pianga dal ridere o si rida per non piangere, ormai ce lo può leggere chiaro in volto anche un ateo serioso.
Povero Tommaso, il teologo di riferimento della teologia al tempo di Francesco non è più lui, ma Lutero. Lo dimostra il grande simposio internazionale “Lutero e i sacramenti”, che si è svolto presso la Pontificia Università Gregoriana dal 26 febbraio al 1° marzo 2017, il quale sarebbe stato, secondo gli organizzatori, frutto di tre anni di lavoro condotto dal Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, la Facoltà di Teologia della Gregoriana (l’avevo detto io che non hanno studiato a Trento!) e l’Istituto Johann-Adam-Möhler per l’Ecumenismo. L’ordine del giorno di questi signori è stato: «Oggi i cattolici sono in grado di comprendere le preoccupazioni riformatrici di Martin Lutero e di considerarle con un’apertura mentale maggiore di quanto sembrasse possibile in precedenza». Cose straordinarie, nel senso che son fuori dall’ordinario. D’altra parte avremmo dovuto sapere che permettere che si chiamasse “riforma” un’eresia avrebbe alla lunga portato alla normalizzazione della stessa, riducendo, per contrappeso, l’ortodossia ad ostinazione di sparuti pipistrelli dottrinari appollaiati nella notte della storia.

Aperture mentali che porterebbero a proferire fantasticherie del tipo: «Io dichiaro che tutti i postriboli, gli omicidi, i furti, gli assassinii, e gli adulteri, sono meno malvagi di quella abominazione che è la Messa papista». Ho il sospetto, anzi mi sembra di vederlo chiaramente, che per noi poveri peccatori papisti stia per cominciare una Quaresima lunga non quaranta giorni ma quattro anni.
Ma chissà, forse padre Reginaldo avrebbe una domanda diversa e altrettanto semplice da fare ai teologi d’oggi: “Ma perché scrivete?”.  

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